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Luca Olivieri – La Quarta Dimensione -

di Marcello Masneri - 17/04/2009

Avvicinandosi all’ascolto di La quarta dimensione, il nuovo lavoro dell’artista Luca Olivieri, non può non venire in mente quel capolavoro (almeno nella struttura musicale) di Mike Oldfield che è Tubular bells, datato 1971 (almeno questo vale per il sottoscritto).
Il progetto dell’artista quarantunenne milanese merita di essere considerato un lavoro di rilievo, nella ricerca e nell’originalità, a mio parere soprattutto nelle tracce dove si mescolano felicemente i suoni provenienti dai notevoli collaboratori presenti nel disco, quali Mario Arcari e diversi artisti provenienti da Yo Yo Mundi.
Non è impresa facile collocare la musica di Olivieri in un genere musicale preciso e non si vuole nemmeno, in quanto riteniamo sia più facile raccogliere tutto quello che la sua musica ha da dirci, ponendoci in un ascolto puramente emotivo.
E’ una musica evocativa, di ciò che ognuno di noi vuole, o meglio, del luogo e del tempo a cui ognuno di noi approda anche inconsapevolmente. Personalmente mi è capitato di ascoltare il disco al mattino, in fase di risveglio, e di notte, come compagno d’insonnia. Ebbene, si trattava di due musiche diverse, trainanti in luoghi diversi.
Alcuni dei dodici brani strumentali sono stati realizzati per musicare vecchi film muti o in appoggio a spettacoli teatrali. La vicinanza al mondo del teatro non è comunque cosa nuova per Luca Olivieri, visto che lo abbiamo già visto fervido collaboratore del Teatro Stabile di Genova o di ambiti più indipendenti come gli spettacoli teatrali ‘Ricordi fuoriusciti’- Torino.
Dopo la sua creazione musicale per uno spettacolo teatrale (Trigentagramma -1996-) tratto da un testo originale di Kurosawa, qualcuno ha tentato di definire il suo sound: new age, tra Badalamenti e Vangelis? Melodie romantiche alla Einaudi? Ma come la mettiamo con la parte orchestrale ricercata e con la componente elettroacustica? Insomma, per aver mescolato un po’ di tutto si può dire che Luca Olivieri sa percorrere la strada della sperimentazione.
Tornando in particolare al suo ultimo lavoro possiamo dire che appunto si trovano diverse sfumature musicali, dove talvolta prevale la parte orchestrale, di timbro classico, talvolta l’avanguardia complessa nella scelta di tempi e strumenti.
Personalmente, le parti più semplici e melodiche, dove prevale l’orchestra, in brani come Alibi o Lontana Presenza, sono parse le meglio riuscite, con la presenza dell’oboe che si aggiunge dolcemente al motivo di base, ad esempio. In alcuni momenti sembra essere un po’ accademico, soprattutto nell’insistere sui ricami e le deviazioni dal tema. Ma vogliamo attribuire tutto ciò ad una sincera vicinanza al mondo del teatro, dove l’ispirazione e la fantasia musicale davvero si perdono felicemente in territori non identificabili.























 

 

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