Il Mattatoio - Giornale indipendente


 

Editoriale

Notiziario

Intervista

Scienza e Ricerca

Il Rubricario
  - Spettacoli
  - Film
  - Libri
  - Musica

Conversazione con

Il Punto

Aforismi, riflessioni e bestiario

Ciclicità

Economia

eBook

HOME PAGE

 

 

Il Rubricario Musica


Bergamo Jazz, un Festival su misura

di Massimiliano Forgione - 27/03/2012

E’ stata una manifestazione jazz strepitosa quella conclusasi domenica 25 marzo 2012 al teatro Donizetti di Bergamo. Una tre giorni di musica e cultura che riconcilia con il mondo, esalta il buon gusto, allarga gli orizzonti.
Che la primavera annunciata dal nuovo direttore artistico Enrico Rava fosse da ascrivere a quelle che non si dimenticano si era capito domenica 18 marzo, quando Jazz Movie apre le porte dell’auditorium di piazza della Libertà per inaugurare una settimana dedicata al connubio tra il genere musicale in questione e il cinema. Allora via con la visione di classici tra i quali spiccano L’uomo della banca dei pegni di Sidney Lumet, colonna sonora di Quincy Jones e L’uomo dal braccio d’oro per la regia di Otto Preminger che vede muoversi, in un allestimento scenico plastico hollywoodiano, un giovanissimo Frank Sinatra aspirante batterista jazz; musica indimenticabile di Elmer Bernstein.
Insomma, una primizia quella della musica jazz nel cinema che vede una felice collaborazione tra l’Associazione Lab 80 e l’organizzazione del Festival in un preambolo propiziatorio fortemente voluto dal trombettista triestino.
La rassegna targata Rava vede un Jason Moran ispirato in una esibizione da solista che diventa assolutamente unica quando, a stacchetti di registrazioni originali di motivi che hanno fatto la storia del jazz, sovrappone la musica che nasce dalle sue dita e poi, il resto, è trasporto.
Dei concerti tenuti all’auditorium c’è da segnalare il passaggio di un altro pianista d’eccezione, il londinese Matt Mitchell, che da un Yamaha a coda nero, con la sua preziosa tecnica, conferisce originalità al quartetto del sassofonista Tim Berne.
Fa ritorno da musicista il direttore artistico delle ultime tre edizioni di Bergamo Jazz Festival, Paolo Fresu, che fonde il suono del suo flicorno e della sua tromba con quello del bandoneon di Daniele di Bonaventura e delle voci del coro corso A Filetta, un progetto mistico che conferma l’essenzialità della ricerca musicale del trombettista sardo.
Come ben spiega Rava, nell’intervista che segue, a muoverlo nella scelta degli artisti è stata soprattutto la voglia personale di assistere all’esibizione di quelli che più lo impressionano al momento, accade così che il pubblico può vivere la magia del suono del trombettista trentenne Ambrose Akinmusire in un evento assolutamente unico che diventa ancor più tale se, nel quintetto, spicca il fenomenale contrabbassista Harish Raghavan.
E pazienza per coloro che male hanno sopportato certe esibizioni criticate come troppo difficili e per un pubblico esperto, evidentemente non avevano altre osservazioni da fare.
L’ultima giornata ha regalato il concerto pomeridiano all’auditorium del pianista Craig Taborn che in trio ha dato prova di tecnica, ispirazione e un gusto per palati sofisticati; preludio ideale all’indimenticabile concerto di Brad Mehldau che dal pianoforte Steinway del teatro Donizetti, assieme agli adrenalinici Larry Grenadier al contrabbasso e Jeff Ballard alla batteria, incantano un pubblico partecipe e già in attesa della prossima edizione di Bergamo Jazz Festival, la trentaseiesima, di cui sarà direttore artistico nuovamente Enrico Rava che, a tal riguardo, ci regala qualche anticipazione.

Intervista a Enrico Rava


Da Paolo Fresu a Enrico Rava, un passaggio di tromba ideale e riuscito. Come ti senti nei panni di direttore artistico del Bergamo Jazz Festival?
Molto bene perché mi ha dato la possibilità di invitare dei musicisti che avevo voglia di ascoltare dal vivo, cosa piuttosto rara per me in quanto sono sempre in giro per suonare e, se penso a dei concerti ai quali ho assistito, devo rievocare quelli di Louis Armstrong, Duke Ellington, Miles Davis nella sua forma più straordinaria, John Coltrane, i grandi artisti di una volta insomma.
Hai portato musicisti fenomenali, tutti di livello eccelso, soffermiamoci su Ambrose Akinmusire, cosa ti ha affascinato di più della sua tromba?
Riesce ad equilibrare in modo straordinario una tecnica e una creatività superlative, la prima non sovrasta mai come invece molte volte avviene in musicisti di talento. E’ importante che ci sia questa misura altrimenti si rischia di rimanere freddi di fronte ad un suono che è pur sempre ineccepibile. Il dopo Marsalis è pieno di trombettisti che partono da dove questi è arrivato e spingono la tecnica oltre. Akinmusire, quando l’anno scorso ho ascoltato per la prima volta il suo disco, mi ha subito colpito per la perfetta armonia tra suono, tecnica, sentimento, silenzio e spazio, quello che lascia agli altri componenti del gruppo.
Tra cui spicca il contrabbassista Harish Raghavan….
…assolutamente eccezionale, si parla tantissimo di lui nel mondo jazz degli Stati Uniti.
La sponda atlantica ispirerà le tue scelte anche per la prossima edizione del Festival?
La provenienza dell’artista non è il mio cruccio, l’importante è che siano molto bravi, che abbiano qualcosa di interessante da proporre, che piacciano a me innanzitutto. So già che inviterò più trombettisti rispetto a quest’anno, penso a nomi come: Avishai Cohen, con cui ho fatto una tournée l’estate scorsa, Peter Evans, Schein Ewald, Dave Douglas purtroppo ha delle date in contemporanea a Milano, vedremo per l’edizione successiva. Certo, poi ci vorranno anche nomi che assicurino il tutto esaurito al Donizetti.
Interessante il punto di vista che adotti nell’organizzare l’evento che è quello di calarti nei panni dello spettatore.
Io non voglio provare nulla né voglio fare un festival di tendenza, ritengo che il momento sia anche l’occasione giusta per far conoscere degli artisti validi che meritano di affermarsi pienamente. Per questo ho invitato Ambrose Akinmusire, Craig Taborn e Tim Berne, questi ultimi due, pur suonando una musica ostica, hanno avuto una risposta di pubblico superiore alle mie aspettative.
Conosciamo il tuo amore per il cinema, i film che più ami li conservi gelosamente e adori rivederli. Il connubio musica-pellicola, da te fortemente voluto, è una delle cose più riuscite di questa edizione.
Ho insistito tantissimo perché questo sodalizio potesse realizzarsi, non è stato facile, certo non per mancanza di volontà ma per complicazioni pratiche di immediata successione a Bergamo Film Meeting, alla fine però ci siamo riusciti e c’è grande contentezza da parte di tutti. Il prossimo anno vorrei che la proiezione dei film che riconducono al mondo del jazz avvenisse negli stessi giorni del Festival, non so ancora con quali modalità, ma l’idea è quella di creare una sorta di presidio dell’arte nella città, un calendario fitto di proiezioni e concerti in tutti i momenti della giornata per il tempo che la manifestazione prevede. Per riuscire è necessario fare una scelta opportuna delle pellicole, benché cinema e jazz siano nati insieme, sono rari i casi in cui l’innesto sia avvenuto e ancor di più lo sono quelli in cui ha avuto risultati felici. Comunque, vorrei far vedere Non voglio morire con Susan Hayword, dove nella prima sequenza c'è un notevole assolo di Gerry Mulligan, Piombo rovente con Tony Curtis e Burt Lancaster, musiche di Elmer Bernstein, La musica nel cuore con colonna sonora di Chick Corea, New Orleans con protagonisti quali Billie Holiday, Louis Armstrong, un film degli anni 40 che racconta la chiusura del quartiere a luci rosse, dell’esodo dei musicisti, sicuramente di non facile approccio ma che non può mancare nel patrimonio culturale di ognuno di noi, assieme a tanti altri che nei due prossimi anni spero di poter far vedere.

Ascolta l'intervista a Enrico Rava























 

 

Immagini articolo


 
 
 

Il Mattatoio - Giornale indipendente