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Il nuovo album della piccola orchestra Karasciò

di Marcello Masneri - 26/04/2013

Anteprima da non perdere sabato 27 aprile alla chiesa sconsacrata di San Bartolomeo ad Albino. Alle ore 17.00 va in scena la presentazione del nuovo attesissimo album di inediti della PICCOLA ORCHESTRA KARASCIO’. La folk band bergamasca (l’appellativo folk è limitante), capitanata dal nostrano cantautore Paolo Piccoli, presenta un lavoro nuovo di zecca, frutto di mesi di lavoro in studio. Il biglietto da visita è quel premio vinto grazie a ‘Beshir’, pezzo trainante dell’ultima fatica discografica il cui testo ha ricevuto appunto il premio ‘Amnesty Italia Emergenti’, una dichiarazione di libertà in senso stretto.
Karasciò viene dal russo e significa pressappoco ‘stupore’, ‘va tutto bene’, ed è un’espressione presa dal film Arancia Meccanica. In effetti il gruppo di casa nostra ha sempre stupito per la sua caratteristica di live group. Gli innumerevoli concerti tenuti in terra bergamasca e non solo, negli ultimi anni hanno messo in luce un livello artistico che è andato alzandosi col tempo, in maniera rilevante. Nell’ultimo lavoro, che sarà appunto presentato in veste acustica ad Albino, risultano chiare alcune influenze artistiche che collocano la Piccola Orchestra Karasciò tra i gruppi più socialmente impegnati in terra bergamasca. Ci riferiamo ad Ascanio Celestini, soprattutto quello sentito nell’album Parole Sante. La voce di Piccoli, degnamente ripulita di ogni inflessione bergamasca, ricalca spesso le tonalità del teatrante artista romano, quasi che in alcuni momenti del disco si può parlare di un vero e proprio omaggio. Quindi nessun bisogno di emanciparsi da una fonte artistica e civile degna di tanto rispetto per i contenuti e la musicalità. Semmai l’onore di ricalcare certi stili e una certa cifra stilistica così elevata. In effetti le sonorità della fisarmonica e l’incedere delle rime nei brani 1 e 6 ne sono testimoni. Negli altri pezzi si evidenziano echi della Scraps Orchestra per il sarcasmo nella critica alla società e dei Massimo Volume per le chitarre e per l’incedere parlato su base rock-folk. Il brano numero 7 sembra tornare ad una dimensione più popolare con un sentore di stornello folk. Un disco che si presenta come una folata di aria nuova in un territorio, quello bergamasco, dove in genere si tende a proporre cover vestite d’elettronica o si cade in falsi tributi ad artisti blasonati. Qui siamo di fronte ad un’interpretazione originale (quasi in forma di teatro-canzone) di come va il mondo, di come si viene fregati dall’ipocrisia del falso mito dell’economia e della triste fine che rischia di fare l’essere umano di fronte a tutto ciò. Il disco è un concept album, i brani sono uniti, senza soluzione di continuità, come fossero un racconto breve dove si inneggia ad una piccola rivoluzione, almeno delle coscienze. Un piccolo vangelo apocrifo da cui attingere per fare una riflessione su dove stiamo andando.























 

 

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