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Chris Potter in concerto

di Marcello Masneri - 27/09/2013

Blue Note quasi esaurito mercoledì sera 25 settembre. Sul palco del tempio del jazz lombardo, alla testa di un quartetto che in quanto a tecnica d’esecuzione non deve avere paura di nessun confronto, il sassofonista Chris Potter con il suo quartetto Underground. L’ex bambino prodigio, polistrumentista di Chicago, ha proposto i suoi pezzi tratti dal progetto Underground del 2006, alternandoli a qualche standard (brani di Monk e Rollins, tra gli altri) spesso felicemente rielaborati in chiave ‘funkyfree-jazz’ con il solido contributo di un batterista in stato di grazia, Nate Smith e grazie al suono cupo e ruvido del basso elettrico di Fima Ephron. Vicino a loro, un po’ defilata ma sempre presente, la chitarra con pedaliera di Adam Rogers.
Scorrendo la biografia di Chris Potter appaiono davvero infinite le conoscenze in ambito jazzistico e non solo, così come le collaborazioni a fianco di artisti del calibro di Pieranunzi –Fellini jazz 2004 , del leggendario W.Shorter – Alegria 2003, di K.Wheleer – What no? 2005.
Finiti gli anni di una gavetta fin troppo lunga come side man a fianco di gente come D.Douglas, J.Lovano, D. Holland e Pat Metheny, P.Motian, J.Scofield, da un bel po’ Potter si muove in proprio, coltivando progetti da leader in molteplici ambiti musicali che gli hanno valso in breve tempo l’appellativo di miglior erede di M. Breacker (ha ereditato anche un suo sassofono) e grande ricercatore delle migliori inesplorate espressività del sassofono in primis, ma anche di clarinetto e flauto. In tutto Chris Potter conta, ad oggi, una ventina di album da leader e a 42 anni non si può dire che sia stato con le mani in mano. A Milano, per più di un’ora e mezza, paventa una sicurezza e una padronanza dello strumento imbarazzanti. Davanti ad un pubblico variegato tra cui anche diversi sassofonisti professionisti, occupa per quasi tutto il tempo la parte laterale destra del palco. Praticamente immobile, Potter affida tutto all’azione delle mani che si muovono sui tasti ad una velocità e con una naturalezza incredibili, mostrando solo ogni tanto dei pacati molleggi delle gambe nei momenti più sostenuti della serata. Il suono che scaturisce dal suo strumento non ha un cedimento in quanto a nitidezza, precisione e qualità interpretativa, dal primo all’ultimo brano. Dietro di lui, un pianoforte a coda (preparato) che si permette di sfiorare, ogni tanto, in veste di accompagnatore nelle parti in solo di Rogers, a ricordarci che da bambino partì proprio dal pianoforte, passando per la chitarra, prima di trasferirsi, dall’età di diciotto anni, a New York, per approdare definitivamente al sassofono (tenore, prevalentemente).
Nella Grande Mela vive ancora oggi in pianta stabile, con moglie e figlio.
Dopo le recenti esibizioni insieme allo stesso quartetto, con l’unica eccezione di Taborn al fender rhodes a fare la parte del basso, c’era un po’ di curiosità da parte dei fan accorsi nel locale di Milano. Chi ama il suono del sax di Potter ha ottenuto ciò che voleva, probabilmente. Potter ha parlato la sua lingua tendente al genere fusion, proveniente dalla scena newyorkese, fatta di inflessioni free, su tappeto ritmico di chiara matrice funky, con parti considerevoli di solo di chitarra o batteria dei suoi compagni di viaggio. Un concerto di rara grazia stilistica. Notevole l’interplay tra i quattro protagonisti. Impressionanti estro, velocità e precisione del picchiatore sudato Smith. Forse opinabile l’effetto della chitarra, dato dall’uso della pedaliera, che a tratti ha restituito un suono monotono e uniforme, quasi un sottofondo povero di lucidità. Chi si aspettava tra i brani cospicui omaggi in puro jazz ai sassofonisti storici che hanno ispirato Potter, o anche solo qualche deviazione in più rispetto alla strada maestra della fusion e del free jazz è forse stato un po’ deluso, se si eccettua una buona versione di Calypso del mitico Rollins.
Tra i prossimi appuntamenti al Blue Note di Milano in Via Borsieri 37, da segnalare, ad ottobre, Nicholas Payton il 3, Scott Henderson il 4, Cassandra Wilson il 9, Felice Clemente il 13.























 

 

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