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Amiri Baraka in concerto al Teatro Manzoni

di Marcello Masneri - 30/10/2013

Aperitivo in concerto ha ospitato domenica 27 ottobre Amiri Baraka, artista americano settantanovenne, un tempo pioniere di una certa controcultura che trovò spazio a NewYork, legata al nazionalismo culturale afroamericano. La sua presenza al Teatro Manzoni ha voluto ricordare soprattutto il suo costante legame con la musica jazz e blues afroamericana, fedele mezzo di espressione degli ideali sopracitati. I significati chiari e lampanti dei testi sentiti al Manzoni hanno goduto delle qualità recitative e dell’affascinante presenza scenica di Baraka che, pur visibilmente cifotico e claudicante, ha dato prova di grande padronanza della voce, azzardando, a ragione e con stile, anche alcune parti cantate. C’è da dire che il quartetto jazz sentito al Manzoni, insieme ad Amiri da ben 15 anni, ha fatto molto, facendosi apprezzare sia negli standard jazz che nei fraseggi puramente blues, grazie alle qualità di D.D. Jackson al pianoforte, coadiuvato da un attentissimo e sentimentale Calvin Jones al contrabbasso. Pheeroan AkLaff alla batteria ha sostenuto la sezione ritmica con garbo, mentre i fiati di René McLean, nonostante le condizioni di salute non ottimali, hanno sostenuto le melodie in maniera egregia. Il live si è aperto con un pezzo che ricordava tanto le sonorità di Lateef; in evidenza la maestria di McLean al flauto traverso ad accompagnare la voce di Baraka nel poema Before fortune was money.
A seguire, la lirica Fashion this, con una rilevante matrice blues, soprattutto nei fraseggi di Jackson al pianoforte. Dopo qualche pezzo Baraka si concede una pausa (sarà l’unica); si siede, beve e mima i suoi musicisti alle prese con un ragtime. Nell’ora e mezza di spettacolo vengono recitate, tra le altre, I was thinking about thinking, I liked us better, vero e proprio inno a favore della liberazione dei neri dalla schiavitù e manifesto contro il Partito Repubblicano. Il live ha assunto talvolta un ritmo incalzante e leggero al tempo, grazie alla proposta di brevi poesie, quasi degli aforismi, tra cui vogliamo citare Adventures in negrossity (Un negro cercò disinvoltamente di incassare se stesso in contanti, in una banca… fu arrestato come nichelino falso!). Infine Amiri Baraka ha presentato Somebody blew up America, la tanto discussa lirica sull’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, relativa alla versione bizzarra e provocatrice del poeta del New Jersey, su chi fossero in realtà i mandanti dell’attentato.
Baraka è autore di saggi, poesie e teatro. Non ci pensa proprio a lasciare le scene e i suoi testi fanno parte tuttora dei programmi delle università degli Stati Uniti, in diversi corsi di letteratura afroamericana. Nativo del New Jersey ma adottato dalla Grande Mela intorno ai trent’anni, è riuscito, anche grazie alla prima moglie Hettie Cohn, bianca ebrea – americana, a fondare la rivista Yugen, nella quale hanno trovato spazio le opere di alcuni tra i più importanti scrittori della Beat Generation, come Gregory Corso e Allen Ginsberg, conosciuti personalmente dalla nostra Fernanda Pivano nel corso dei suoi tanti viaggi oltreoceano (il bellissimo volume Amici scrittori - Mondadori – 1995 - ne è testimone). In particolare l’incontro della Pivano con Baraka avviene a Parigi nel 1962. Sono di quegli anni opere come Dutchman e The slave, in programmazione nei teatri newyorkesi, emblematici, nel loro contenuto, per capire la portata di violenza pura insita negli ideali del poeta, circa le possibilità di rivalsa dei neri d’America. Nel caso di The Slave si parla infatti di un eccidio di stampo nazista di tutta la razza bianca, ad opera dei neri. Il 1965 è l’anno del suo passaggio all’Islam con tanto di cambio di nome (in principio era Everett LeRoi Jones), in seguito alla morte di Malcolm X. Amiri nella lingua musulmana vuol dire principe, Baraka significa colui che è benedetto. Nel ’67 sposa la poetessa afroamericana Sylvia Robinson (Amira Baraka – principessa benedetta) da cui avrà cinque figli e alla quale tuttora è legato.
Alla Pivano va il merito di aver curato la traduzione di alcune poesie di Baraka tra cui la famosa La morte della ragione e Qualcuno ha fatto saltare l’America. Del 1987 è il lavoro The Music, ricca raccolta di poesie e monografie sulla musica jazz e blues. Sono i lavori dell’artista che riguardano più da vicino la sua contaminazione con l’espressione musicale, jazz e blues appunto, nel loro significato politico e storico, soprattutto.























 

 

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