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Charles Lloyd - Teatro Manzoni – Aperitivi in Concerto -

di Marcello Masneri - 16/11/2014

Il 9 novembre 2014 è passata l’onda di Charles Lloyd e del suo quartetto al Teatro Manzoni di Milano. Un appuntamento da tutto esaurito . A 76 anni Lloyd era più in forma che mai nel proporre la sua nuovissima suite ‘WILD MAN DANCE SUITE’ con i compagni di viaggio, i giovani Gerald Clyton al pianoforte, Joe Sanders al contrabbasso, Eric Harland alla batteria e il greco Sokratis Sinopoulos alla lyra greca. Difficile etichettare un maestro del sax tenore come Charles, partito con B.B. King nei primi anni sessanta e arrivato al successo grazie al colpo di genio di chiamare a sé due allora quasi sconosciuti Jack DeJohnette e Keith Jarrett intorno al 65. Poi con Hancock, Ron Carter e Tony Williams, lasciandone perdere altri. Si può dire che il suono del suo sax tenore ha seguito le orme di Coltrane per buona parte della sua vita artistica.
Al Manzoni il live ha aperto con Sinopoulos in solo con la sua lyra che ci ha riportato indietro per qualche minuto nel periodo sciamanico del percorso musicale del grande sassofonista di Memphis. Quindi spazio alla presentazione della lunga suite, con lunghi tratti di caldo sax tenore davvero vicini alla vibrazione coltrainiana, intervallata da un paio di standard e richiami di classici tra cui spicca Lonnie’s Lament.. Sul palco la musica è ininterrotta per quasi un’ora e mezza e questo flusso di coscienza musicale piace alla platea che a lungo sta immobile a farsi riscaldare dall’esperienza e dal calore del sax di Lloyd per poi esplodere in un applauso che cresce a dismisura prima dell’attesissimo bis. E finalmente è protagonista il flauto traverso per l’ultimo lungo brano tutto africano che ricorda Jusef Lateef. La lyra greca di Sinopoulos, inaspettatamente lirica, ha destato nel complesso curiosità e qualche sospetto: piuttosto estranea allo svolgimento della suite, ha invece stupito per alcuni duetti insistiti con il versatile contrabbasso di Sanders. Pirotecnica e imprevedibile a tratti la batteria di Harland. I delicati fraseggi del pianoforte di Clayton in alcune parti della suite hanno incantato il pubblico. Nel finale, prima dei saluti e degli inchini, anche qualche passo di danza, un accenno di rap e un’esortazione alla pace per un longevo Charles Lloyd, che si congeda con un “shanti, shanti, shanti” termine sanscrito per augurare pace e serenità, e che ricorderemo a lungo per questo concerto milanese.























 

 

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