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Bergamo Jazz 2015

di Massimiliano Forgione - 27/02/2015

Conversazione con Roberto Valentino
Quanto ti è piaciuto, finora, questo Festival?
A parte la delusione di Jeff Ballard, mi è abbastanza piaciuto. Tra le esibizioni che ho preferito ci metto Vijay Iyer, Michael Formanek, per altri motivi Dianne Reeves e Fred Wesley.
Io credo che il Festival abbia trovato un equilibrio tra le proposte più spettacolari, che ci fanno fare anche numeri in termini di presenze, e quelle più curiose, più stimolanti, che ci portano critici anche dall’estero.
La direzione artistica del prossimo anno?
Io dico che, fino a stasera, Enrico Rava è il direttore artistico del Festival. Non spetta e me decidere e non posso dire nulla. Il bilancio di questi quattro anni con Rava è estremamente positivo.
I numeri di questa edizione?
Le presenze globali vanno attorno alle 5000, comprese quelle della Domus. Gli abbonamenti, che per noi sono l’ossatura del Festival, sono aumentati del 10%, siamo arrivati a quota 662, cifra assolutamente straordinaria. Abbiamo registrato il tutto esaurito in tutti gli appuntamenti. Più di così non possiamo chiedere.
La struttura Domus è destinata a rimanere anche per le prossime edizioni?
So che è stata concepita per Expo. A noi hanno chiesto di inaugurarla e ci ha fatto molto piacere. Dopo il 31 ottobre, finisce Expo e il Comune deciderà cosa fare della struttura. Certo, sarebbe bello poterla utilizzare per piccoli concerti.
Sarebbe bello che a Bergamo ci fosse una città del jazz, come una del cinema con eventi stabili per tutto l’anno.
Sarebbe bello certo. Ma certe scelte dipendono dalla volontà dell’Amministrazione.
Il passaggio Bergamo Film Meeting e Bergamo Jazz Festival ormai è consolidato e sempre più prezioso.
Assolutamente, sono due dei quattro o cinque festival internazionali che si tengono a Bergamo. E’ molto bella l’idea di Rava, che con gli anni si è consolidata fino ad approdare alla rassegna Jazz Movie, di voler unire suoni e immagini. In questi quattro anni abbiamo visto pellicole bellissime e, là dove la musica dal vivo accompagnava i film muti, il risultato è stato eccezionale. Il pubblico della due giorni cinematografica jazz è tanto l’appassionato di musica quanto quello di film.
Sappiamo che da quest’anno collabori anche con il Teatro Manzoni di Milano.
Sì, il Manzoni è la Scala del jazz. Lì riusciamo a fare numeri importanti anche con proposte più ardite. Che è un po’ quello che succede al Bergamo Jazz, perché parliamo di una manifestazione ormai consolidata. Io userei lo slogan che ha usato Enrico in questi anni: un Festival di cui ci si può fidare. Non proponiamo artisti insignificanti, certi concerti possono più o meno riuscire, ma ciò è nel bilancio di una manifestazione del genere. Alcune esibizioni possono piacere di più ai critici, altre al pubblico. Insomma, è una questione di equilibrio che il nostro Festival ha trovato. Su questa strada non si potrà fare altro che continuare, a prescindere da chi sarà il direttore artistico il prossimo anno. Inoltre, finalmente, quest’anno c’è stato un riconoscimento ufficiale del Festival da parte di questa Amministrazione. Lo dico perché è importante che ci sia l’appoggio istituzionale e che il Festival, in quanto organizzato dal Donizetti, non venga vissuto come corpo estraneo.

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Conversazione con Enrico Rava
Era il 1965 e a Bologna, in un’atmosfera newyorkese, andava in scena il VII Festival del Jazz. Abbiamo visto, nel passaggio di consegne BFM – BJF, il documentario sull'evento di Gianni Amico. Che ricordo hai tu che c'eri?
Quello di Amico è il miglior documento che esiste sul jazz. Io, a quel festival c’ero e conservo il bellissimo ricordo di un evento straordinario.
Ti ho fatto questa domanda perché trovo delle somiglianze tra le atmosfere di quella manifestazione e questa edizione di Bergamo Jazz. Tanti artisti stranieri e tanta sperimentazione, forse anche avanguardia?
In quel festival sì, veniva portato per la prima volta in Italia il free jazz, c’erano Don Cherry, Steve Lacy; qui io ho cercato di proporre una panoramica che includa i vari stili che si muovono all’interno di questo linguaggio che è il jazz. Per cui, c’è dell’avanguardia ma anche della postguardia, pensiamo al concerto di Fred Wesley di ieri sera che, con l’avanguardia, non ha niente a che vedere.
Ci sono degli appuntamenti poco riusciti a mio avviso. Penso al concerto di Jeff Ballard e a quello di Vijay Iyer.
Quello del pianista Vijay è stato un bel concerto a mio parere, molto tradizionale. Dell’avanguardia c’era il quello del contrabbassista Formanek, altro bel concerto. Quello di Jeff Ballard è stato una delusione, un tentativo di portare l’elettronica nella musica, a mio avviso non riuscito. Però, oggi la panoramica è questa e, a me, sembra di aver dato una visione d’insieme bilanciata di quanto avviene oggi nel jazz. Diversa l’atmosfera del ’65 a Bologna dove si portò solo avanguardia, sperimentazione e il pubblicò reagì molto male, con attacchi anche fisici ai musicisti. Oggi, va bene qualsiasi cosa perché è stato metabolizzato tutto, non so se sia un bene o un male ma, quando pensi a cosa proporre devi pensare di accontentare tutti.
Molta produzione ECM.
Per caso, tant’è che non sapevo neanche che Michael Formanek fosse prodotto dall’ECM.
Mi è sembrato di capire che sarai direttore artistico anche della prossima edizione.
Non credo proprio. Come già sai, io non alcun problema, posso continuare o anche smettere. Però, per quanto mi riguarda, questo è il mio ultimo anno.
Hai voluto riportare Akinmusire.
No! Ho voluto il quartetto di Mark Turner dove alla tromba c’era Avishai Cohen che io amo. Solo che, siccome quest’ultimo è in tournée con il suo gruppo in questo periodo, allora ci siamo ritrovati a riascoltare Ambrose Akinmusire. Che va benissimo, per carità, ma non era nelle mie intenzioni e me ne dispiace perché son quattro anni che provo a portare Cohen senza mai riuscirci.
I numeri di questa edizione?
Eccezionali. Tutto esaurito per le tre serate. Abbiamo un aumento dell’8% rispetto all’anno precedente.
Sai perché ho voluto iniziare questa chiacchierata dal documentario di Gianni Amico? Perché, sentendo un po’ i pareri del pubblico emerge un certo malcontento rispetto ad alcune esibizioni. Tino Tracanna (sassofonista), per esempio, dice che, da strumentista non può fare altro che apprezzare la tecnica degli artisti ma, ciò che a suo parere manca è l’emotività.
Se penso all’esecuzione di Jeff Ballard sono perfettamente d’accordo. E’ stata una delusione assoluta. Un progetto completamente scombinato. Mancava tutto. Tra l’altro è un gruppo da cui mi aspettavo moltissimo perché Lionel Loueke è un chitarrista pazzesco e originale, ma venerdì era completamente inesistente, non ha avuto spazio. Così come inutili erano il manipolatore elettronico e il tastierista. Ero profondamente in imbarazzo per Jeff che, tra l’altro, è mio amico, molto contento della sua esibizione, tanto che non sapevo cosa dirgli, un concerto completamente fallito.
Però, sai, la musica non è come le altre forme d’arte, un libro, un quadro, che rimangono pressoché inalterati. La musica, sulla carta può annunciarti tanto, ma poi, le aspettative possono anche essere tradite perché le varianti di un concerto sono infinite.

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Domenica 22
La domenica jazzistica bergamasca è stata eccezionale, ottima la qualità espressiva di tutti gli artisti che si sono alternati sui palchi dell’Auditorium e del Donizetti.
Il pianista Fabio Giachino ha regalato un bel risveglio al popolo del jazz. La sua tecnica, unita alla carica emotiva che l’interplay con il batterista Ruben Bellavia e il contrabbassista Davide Liberti sprigiona, hanno dato certezza che Giachino è un artista di cui sentiremo sicuramente parlare.
Nel pomeriggio dell’Auditorium i The Nels Cline Singers hanno elettrizzato la sala. Nels Cline alla chitarra, Trevor Dunn al contrabbasso e Scott Amendola alla batteria, si sono lanciati note di fuoco in dialoghi a volte deliranti e carichi di originalità. Musica pura, non per tutte le orecchie, ma che non lascia indifferenti.
Al Donizetti il quartetto di Mark Turner non ha tradito le aspettative. Forse, il sax di Turner e la tromba di Ambrose Akinmusire, hanno mantenuto una certa misura senza mai eccedere, ma il suono e la bellezza delle composizioni erano ineccepibili.
A chiudere la 37° edizione del Festival Internazionale Bergamo Jazz i Palatino con due stelle di punta del jazz italiano: Paolo Fresu alla tromba e Aldo Romano alla batteria che già, nella serata alla Domus, assieme a Enrico Rava, avevano dilettato il pubblico con riflessioni e aneddoti sul jazz.

Sabato 21
Per capire il concerto pomeridiano del trio di Vijay Iyer abbiamo chiesto un parere al sassofonista Tino Tracanna e, visto che c’eravamo, un suo punto di vista sul Festival visto da lui.
‘Bisogna guardare alla musica per quella che è e non per quella che non è. Io che sono un musicista non posso fare altro che apprezzare la grande tecnica degli artisti visti finora. Però, forse perché appartengo ad altri tempi, non sento l’emotività. Finora, solo Dianne Reeves è stata in grado di soddisfarmi totalmente, voce eccezionale, deve aver studiato lirica. Tra l’altro capace di dare spazio ai suoi eccezionali musicisti, cosa che poche cantanti sono in grado di fare. In quel concerto c’era del cuore.’
No, perché di fronte a tanto entusiasmo, c’è da chiedersi il perché non si ha la stessa sensazione. Però, è vero che l’approvazione emerge, attraverso applausi e incitazioni da pubblico jazz (perché così di deve fare), la perplessità viene perlopiù taciuta, vissuta quasi come colpa per non riuscire a provare lo stesso trasporto.
La serata del Donizetti ha visto un bel quintetto, i Cheating Heart Quintet con uno splendido Michal Formanek al contrabbasso. Senza dubbio suo il ruolo di spicco.
A seguire un incalzante gruppo funky, Fred Wesley and the New JBs che regala al pubblico ritmi spinti e, prima di congedarsi, una bellissima ‘Concierto para Aranjuez’ del compositore spagnolo Joaquín Rodrigo.

Venerdì 20
‘Spazio di una fiera’; è questa la traduzione di ‘Fairgrounds’. Quindi, un luogo, uno spazio di tempo, in cui tutto può accadere in maniera molto estemporanea.
Il nuovo progetto di Jeff Ballard comunica tutto il gusto per la possibile improvvisazione del suono, della tonalità da trovare, tenere e volgere in altro colore. Un inseguimento, a tratti folle, quello del batterista californiano, vero protagonista virtuoso su cui poggia l’intero impianto del discorso musicale.
Impossibile non apprezzarlo nella sua dinamicità, tenuta del tempo o meglio, dettatura della frazione da inseguire.
Ciò che lascia perplesso il pubblico è il contorno di strumentisti, ben quattro di cui, un manipolatore e un tastierista reclutato all’ultimo momento, abbastanza inutili; un pianista che limita il suo intervento a pochi accordi, un chitarrista, la cui bravura si lascia solo percepire senza mai emergere veramente.
Insomma, a sentire i pareri degli spettatori nella pausa tra il primo e il secondo concerto, c’è di che rimpiangere la prima della manifestazione al Teatro Sociale; il trio di Stefano Battaglia è risultato più digeribile.
La cantante Dianne Reeves non tradisce le aspettative. I ‘fortissimi’ musicisti, tra cui spiccano Peter Martin al pianoforte e Romero Lubambo alla chitarra, prima dell’ingresso della voce piena e graffiante, riscattano la voglia di musica del pubblico. Un pianoforte e una chitarra che finalmente vengono sollecitate, diventano il conforto di un bisogno di jazz più tradizionale, sentito da buona parte della platea.
L’equilibrio è stabilito, la presenza nera può entrare e scaldare la sala con la sua voce potente, capace di bassi e acuti impressionanti. Il gruppo attraversa diversi generi: jazz latino, samba, flamenco, rock, funky. Musicisti versatili che lasciano soddisfatti gli spettatori, tanto da farsi coinvolgere nel tradizionale coro di rimando sollecitato dall’artista.
Oggi (sabato 21), prima di recarsi al Donizetti, appuntamento all’Auditorium per Vijay Trio. Formazione standard per un concerto promettente.

Giovedì 19
Di questa prima serata jazz al Teatro Sociale rimarrà più il ricordo del secondo concerto, Gianluigi Trovesi con i suoi virtuosi clarinetti e Gianni Coscia con la sua sapiente fisarmonica, che il primo del trio del pianista Stefano Battaglia.
Quando gli schemi dell’improvvisazione diventano l’unica strada da percorrere, il rischio è di ripetere, con lievi sfumature, un andamento uguale, che può diventare estenuante e poco vario. E’ un po’ quello che è avvenuto durante la prima sessione della serata. I tre musicisti, nella formazione classica del trio batteria, contrabbasso, piano, sembravano incagliati ad una ricercatezza fine a se stessa che non ha mai veramente dato aperture alle melodie.
Ecco perché il consolidato duo, noto per la capacità di intrattenere il pubblico anche con scambi di battute da siparietto, ha stemperato molto la prima serata, dando la certezza che, per i prossimi tre giorni, non si potrà altro che migliorare.
Hanno suonato Verdi, perché il 19 è San Giuseppe e la coppia sta lavorando al tributo per il trecentenario della nascita del compositore, dove il pubblico presente potrebbe non esserci, ma loro, sicuramente sì. Quindi, salse verdi, passando per Offenbach, proponendo il simpatico brano ‘Un americano a Troia’, l’autobiografico ‘Le giostre di piazza Savona’, ribattezzata Garibaldi, una squisita ‘Alabama song’, per chiudere con i tre bis dell’autore della colonna sonora di Pinocchio, Fiorenzo Carpi. Un piccolo particolare, il concerto l’hanno iniziato, vista la tarda ora, con tre bis che, uniti a quelli della fine, fanno sei. ‘Non dimenticatelo’, è la raccomandazione di Trovesi, ‘Stasera avete ascoltato sei bis e abbiamo finito prima della mezzanotte’.

Sinossi
Appuntamento imprescindibile per il marzo bergamasco. Anche quest’anno, Enrico Rava ne firma la direzione artistica, l’ultima. Il programma vede, anche per questa rassegna, una ‘casuale’ predilezione per i fiati, ma del resto, la ‘vecchia’ tromba del jazz italiano, non fa mistero del moto personale che fa di questa manifestazione internazionale, la ‘sua’ tre giorni: ’Portare artisti che non è facile vedere, perché non suonano tutto l’anno e dovunque, è per me la più grande soddisfazione che mi farebbe continuare senza fine.’.
Fa eccezione la prima serata, venerdì 20. A far aprire le tende del Teatro Donizetti sarà Jeff Ballard con il suo trio formato da Kevin Hays al piano, Reid Anderson agli effetti elettronici e Lionel Loueke alla chitarra. Jeff Ballard e il manipolatore elettronico della serata Reid Anderson, sono presenze già note al pubblico di Bergamo Jazz. Il primo l’abbiamo apprezzato nel 2012 con il migliore pianista di questi tempi Brad Mehldau e il contrabbassista Larry Grenadier; il secondo, l’anno scorso, alla serata ‘prima della prima’, quella del Teatro Sociale, impegnato al contrabbasso con il gruppo dei Bad Plus. A proposito del giovedì al Sociale, quest’anno è di scena il jazz italiano con nomi d’eccezione: Stefano Battaglia, pianoforte, Salvatore Maiore, contrabbasso, Roberto Dani, batteria e, a seguire, il consolidato duo Gianluigi Trovesi, sax alto e clarinetto, Gianni Coscia, fisarmonica.
La seconda parte della serata di venerdì al Donizetti vede in scena la stupenda voce di Dianne Reeves, nel quartetto con cui si esibisce spicca il chitarrista brasiliano Romero Lubambo.
Sabato 21 si entra nel vivo della manifestazione. Nella prima parte della serata ad esibirsi sarà il quintetto del contrabbassista Michael Formanek; musicisti di spicco, già apprezzati nelle manifestazioni milanesi (Aperitivo in concerto al Teatro Manzoni – a proposito, dall’ultima manifestazione, a curarne l’ufficio stampa, Roberto Valentino, veterano del Bergamo Jazz Festival), il sassofonista Tim Berne, il pianista Jacob Sacks, il sax tenorista Brian Settles e il batterista Dan Weiss.
La spinta funk del settantenne trombonista Fred Wesley e dei New JB’s caratterizzerà la seconda parte della serata. Anche questo un classico dell’impostazione data da Enrico Rava.
L’ultima serata, domenica 22, un grande del sassofono: (a tal proposito, una postilla personale. Il pianista amico Gari Govinda ha firmato, con questo artista d’oltre oceano, il suo album d’esordio Incipit) con il suo quartetto formato dal bassista Joe Martin, il batterista Justin Brown e da una conoscenza del pubblico di Bergamo Jazz fortemente voluto da Rava, il trombettista Ambrose Akinmusire,.
A chiudere la rassegna 2015 Palatino, lo speciale gruppo che, in occasioni particolari, riunisce il trombettista Paolo Fresu, già direttore artistico dal 2009 al 2011, il trombonista Glenn Ferris, il contrabbassista Michel Benita e il batterista Aldo Romano.
Come sempre, nella tre giorni del marzo bergamasco, eventi jazz di spicco animeranno la città. Di estremo rilievo, sempre in seno alla rassegna, quelli dell’Auditorium di Piazza della Libertà dove, sabato 21 alle ore 17, si esibirà il trio del pianista Vijay Iyer. Domenica 22, come tradizione vuole, la grande abbuffata comincia la mattina, ore 11 con il pianista Fabio Giachino e, nel preserata del Donizetti, alle 17, il chitarrista Nels Cline avvierà verso la fine questa trentasettesima edizione del Festival.























 

 

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