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Bergamo Jazz 2016

di Massimiliano Forgione - 18/03/2016

L'intervista a Roberto Valentino
Responsabile Stampa BJF

L’inedita coppia di presentatori del Festival composta da te e Douglas è un qualcosa di pensato e preparato o estemporaneo come vuole sembrare?
Vi era l’esigenza di affiancare Dave nelle presentazioni dei concerti visto che, nonostante gli sforzi e i progressi di questi giorni (ride), non parla bene l’italiano e quella di annunciare, di volta in volta, gli appuntamenti successivi del programma del Festival.
Dopo un paio di volte che siamo apparsi insieme sul palcoscenico, con molta titubanza da parte mia del resto, è nato un simpatico gioco tra Dave e me che ha ingenerato tutta una serie di ‘gag’ e battute assolutamente involontarie ma molto divertenti.
Come cambia il Festival con la direzione artistica firmata Dave Douglas?
Ha dato un contributo enorme alla manifestazione che, grazie anche al maggior impegno da parte del Teatro Donizetti, organizzatore dell’evento, ha conferito quella definizione attesa da anni.
La maggiore attenzione del Donizetti e dell’Amministrazione appare evidente nella maggiore visibilità che hanno voluto dare all’evento, attraverso la realizzazione di magliette e borse, l’arredo cittadino con manifesti e cartelloni pubblicitari, Viale Papa Giovanni con i suoi stendardi e, non ultimi i diversi commercianti che hanno chiesto di poter esporre strumenti e materiale del Festival.
Dave, con la sua simpatia, la sua presenza, il suo contatto con il pubblico, si muove proprio nella direzione di dare maggiore visibilità alla manifestazione.
Mi giunge voce di un Dave Douglas molto attento alle prove dei musicisti, al sound check….
….Presente a tutte le prove e tutti i concerti, persino agli eventi collaterali alla Domus e Gamec. Direi che è il dato che marca la sua particolarità e fa la differenza.
E così, dopo Enrico Rava che ha marcato la divisione dei compiti tra musicista e direttore artistico, Douglas ristabilisce un’usanza introdotta da Paolo Fresu che, oltre a dirigere, non disdegnava di esibirsi con la tromba, accompagnando gli ospiti sul palco del Donizetti.
Anche questo non era previsto. Dave lo ha deciso e comunicato all’ultimo momento e direi che contribuisce a definire il suo personale valore aggiunto al Festival, anche perché lo ha fatto con molta delicatezza e senza essere invasivo.
La serata di sabato con Anat Cohen e Kenny Barron è stata forse la punta più alta del Festival.
La nostra manifestazione è una finestra su quello che c’è nel mondo del jazz allo stato attuale. Un perfetto equilibrio tra i diversi stili di questo genere musicale e, anche l’edizione di quest’anno, ritengo abbia dato una visione d’insieme piuttosto soddisfacente.
Se penso ai direttori del nuovo corso, riassumerei così: Uri Caine ha dato più risalto alla specifica scena newyorkese; Paolo Fresu al jazz europeo fatto di contaminazioni; Enrico Rava ha dato più spazio a trombettisti e cantanti sia americani che italiani; da questo primo anno, Dave Douglas, direi che si rivela essere il direttore artistico ideale di Bergamo Jazz perché ha incentrato la sua scelta sull’equilibrio tra le varie proposte stilistiche del panorama di genere del momento.
Concludo parlando della stampa che quest’anno è stata molto attenta alla manifestazione. Abbiamo avuto 30 giornalisti, 5 di stampa straniera tra cui le riviste statunitensi Down Beat e All About Jazz, il web magazine inglese London Club e le due francesi Jazz magazine e Jazz Hot.

Ascolta l'audio dell'intervista

Domenica 20
Auditorium

Ultima giornata del Festival. Ore 11, poco pubblico per il Balkan Bop Trio; eppure, è un concerto che è valsa la pena vedere. In compagnia del critico Fayenz, dolcemente aspro, pronto a farmi notare sin da subito la presenza che, sola, la vale tutta questa mattinata: il russo Yuri Goloubev che ha tenuto sveglio il buon Franco, più di una volta intento a cedere al sonno e a storcere il naso, rispetto alle esibizioni del batterista Asaf Sirkis e del pianista albanese dalla folta, lunga chioma che ha stagliato più di un divertito ghigno sulla propria bocca.
Le influenze balcaniche si percepiscono ma restano sullo sfondo di una melodia molto più tradizionale dove l’estro del buon Markelian Kapedani trova ampio spazio per sfoggiare un’ottima tecnica oltre che il suoi lunghi capelli.

Auditorium
L’atteso concerto delle 17 di Mark Guiliana (o Giuliana? A quanto pare il primo è rimasto a seguito di un refuso continuativo e considerato irrimediabile da parte dell’artista) prende forma e definisce sin da subito la sua leadership che lascia spazio solo al sassofonista Jason Rigby, suo interlocutore necessario.
Complice la regolazione dei volumi il pianoforte quasi non si sente (forse voluto perché le ottave sembravano un po’ messe a caso, suonate come fosse un’altra partitura, presente solo nella mente del giovane Fabian Almazan); il contrabbasso rimane impigliato alle due – tre soluzioni stilistiche: il movimento della mano di Chris Morrissey è sempre lo stesso per l’ora e più di concerto.
Del resto, quando a condurre i giochi è un batterista, è difficile per gli altri strumentisti trovare spazio, specialmente se lo strumento del leader è amplificato in modo da dominare.
Grande attesa per l’ultimo brano: il testamento musicale di David Bowie.
La grande eco di questo concerto era anche in questo.

Donizetti
Billy Martin
, altro ‘drummer’ d’eccezione, avvia alla chiusura del BJF con il suo progetto Wicked Knee: un dialogo tra le percussioni e i tre fiati.
La tuba di Michel Godard svolge il suo deputato ruolo di base ritmica, un contrabbasso ‘orale’ pronto, all’occorrenza, a fare la sua parte lirica.
In un dialogo molto equilibrato, ben riuscito soprattutto quando la struttura musicale è rappresentata da uno standard, la tromba di Steven Bernstein mostra tutta la sua efficacia e precisione, scivolando dolcemente sui timbri neworleansiani.
Brian Drye, al trombone, è il dialogante ideale della ‘slide trumpet’ alla sua sinistra.

L’ultimo concerto, nel perfetto rispetto della tradizione del Festival, assicura ritmo e atmosfera festaiole.
Ma per questa edizione il rito ha un valore particolare perché si muove su influenze sudafricane e perché, nel quintetto del percussionista Louis Maholo-Maholo, spicca il pianismo di Alexander Hawkins.
Gli instancabili 5 Blokes si spingono su soluzioni ritmiche che hanno del nuovo per l’ascoltatore e l’attenzione del pubblico comunica proprio la tensione ingenerata dalla ricezione di sonorità inedite che è puntualmente pronto ad approvare, dopo un’iniziale titubanza.
Poderosi i fiati di Shabaka Hutchings al sax tenore, Jason Yarde al sax contralto e soprano.
Gran lavoro del contrabbassista John Edwards constretto a sudare non poco per sospingere tutto il discorso musicale.

Sabato 19
Auditorium

Il concerto annunciato come avanguardistico, di tale, non ha proprio niente. Niente di più trito e ritrito, eseguito certo su una struttura consolidata, ma molto pretenzioso e sofferente di improvvisazioni sterili. Notevoli quelle del pianista norvegese ‘del momento’.
Insomma, se il suono che stupisce deve essere quello che esce dallo strumento perché il musicista ha intrapreso una lotta muscolare con lo stesso (vedi l’irrefrenabile contrabbassista degno di un culturista accanito), non siamo d’accordo. Non ce ne vogliano quanti hanno applaudito a piene mani e fischiato e urlato approvazioni solo perché c’era questa esibizione competitiva verso un traguardo inesistente.

Teatro Donizetti
La più bella serata finora.
Anat Cohen sfoggia un’eleganza musicale rassicurante ed è bellissimo vedere questa donna aggregare tre giovani talenti e creare intorno al suo strumento (il clarinetto) una sessione ritmica tra le migliori in circolazione.
Al pianoforte, il diciannovenne Gadi Lehavy ha dato prova di un talento spaventoso, il giusto contrappunto dopo la sferzata pomeridiana. Suono delicato quando serve, incisivo e sospinto quando è il momento. Un artista di cui sarà bello seguire l’evoluzione artistica.
Il batterista Daniel Freedman accompagna il suo ritmo, spesso suonato con le nude mani, con un’eleganza che spesso manca nei suonatori di questo strumento. E’ un concerto di riparazione e il pensiero, la riflessione comune, conduce ancora a quello pomeridiano dell’Auditorium e alla scompostezza irritante del giovane batterista.
Il contrabbassista Tal Mashiach, più nell’ombra, ma brillante nel suo accompagnamento senza sfasature e riempitivo in modo puntuale, preciso, rassicurante.

A chiudere la serata il veterano di un pianismo che da sempre fa accapponare la pelle: Kenny Barron è di quelli che hanno ancora molto da dire perché il loro discorso è, semplicemente, inesauribile. Quante espressioni e stili e linguaggi è stato in grado di condensare in poco più di un’ora di esibizione è materia percepibile da tutti.
Il suo Trio si compone degli ottimi Kiyoshi Kitagawa al contrabbasso, calma ed efficacia giapponese, ben apprezzabile dopo aver visto il povero strumento essere violentemente strapazzato nel pomeriggio; Johnathan Blake alla batteria, omone che posiziona basso il suo strumento, la stazza rimane immobile ma le braccia fanno un gran lavoro e senza sbavature.

Venerdì 18
Teatro Donizetti

Continua il Bergamo Jazz e, quest’anno, in compagnia di due blogger che di musica se ne intendono, non per sentito dire, per aver letto e ascoltato tanta musica (chissà se è sempre un valore aggiunto?), ma anche perché suonatori di quart’ordine, come il sottoscritto, come Morelenbaum (direttore artistico milanese) si è definito (in una nostra intervista). Non è un passaggio da poco, perché aiuta a capire i meccanismi che agitano i piaceri del pubblico, strumento e non certo fine, delle manifestazioni jazzistiche e non solo.
Storcere il naso dopo l’assolo di Geri Allen, primo concerto della serata, è un po’ da ingenui con la puzza sotto il naso e, muovere una critica appoggiandosi al luogo comune che ci sono tanti artisti in giro più bravi, non vuol dire assolutamente nulla. La continua ricerca al rialzo (quale poi?) è l’aspettativa che ha già precluso la comprensione reale dell’artista che si ha davanti.
La pianista statunitense ha sviluppato il suo discorso seguendo un filo narrativo degno e rigoroso. La sua postura da tessitrice del piano ha ordito la sua trama, che come una Penelope avrebbe potuto continuare all’infinito, muovendosi sui generi del rock, del pop e del jazz, rendendola sempre più fitta. Si riconoscono Michael Jackson, Stevie Wonder, Marvin Gaye. Ascoltarla significa lasciarsi andare ad una storia dove si può scorgere la struttura di una Spoon River universale. Questa è la grande arte e metterla in discussione è operazione gratuita e inutile non tanto diversa dalle censure fatte quando si fa riferimento a quanto avviene nell’ambito della cosiddetta musica leggera.

Il secondo concerto vede un Joe Lovano in grandissima forma, il suono rotondo del suo sassofono riempie la sala con standard resi particolari dalla sua impronta e composizioni personali.
Una grande base ritmica affidata al contrabbassista Peter Slavov e al batterista Lamy Estrefi sospingono in modo eccellente i fiati di Lovano e Dave Douglas, il direttore artistico che entra nei concerti e vi sosta senza indugi, che ha dato prova di grinta e potenza (qualità apprezzabili in un trombettista). Ma chi merita un elogio particolare è il pianista Lawrence Fields, i suoi stacchi in assolo sono eccellenti, una mano destra elegante e incisiva.

Giovedì 17
Teatro Sociale

La musica di Franco D’Andrea è una continua scomposizione e improvvisazione studiata per giungere, dopo divagazioni mai banali, al tema, struttura portante del discorso musicale proposto.
Quindi, siamo davanti ad una conoscenza immensa della musica, che non ha l’intenzione del virtuosismo ma di un divertimento che diventa virtuoso quando al pianoforte del maestro settantacinquenne si unisce l’uomo della grancassa per eccellenza: Han Bennink, capace di suonare di tutto: scarpe, pavimenti, asciugamano (lo stesso che usa per asciugarsi il sudore); il trombonista Mauro Ottolini che ha sempre una protesi da mettere davanti al suo strumento, irrequieto nel suono e nella continua ricerca della sordina giusta, tra le tante messe sul tavolino al suo fianco (attento a non confonderla con la bottiglietta d’acqua); il clarinettista Daniele D’Agaro con i suoi guizzi puntuali a riempire e rimandare la ricchezza ritmica della sessione musicale.
Si inserisce bene il direttore artistico Dave Douglas (eh sì, per questa edizione, dopo la separazione dei ruoli dettata da Enrico Rava, il pubblico torna ad avere una tromba che suona) che non si astiene e trova il suo ruolo nel divertimento del gruppo.
Si riconoscono i classici di Monk, Coltrane e altri standard. Musica raffinata per buoni intenditori.

Il secondo concerto ha per protagonisti Ryan Keberle & Catharsis, conosciuti sulla scena newyorkese, per la prima volta in Europa, voluti da Dave Douglas, portano un ‘sound’ sudamericano soave e melodico, reso raffinato dalla voce di Camila Meza, sempre pronta e ricca di sfumature, anche se poco incisiva.
Spiccano il contrabbassista Jorge Roeder che alterna il basso elettrico e il trombettista Mike Rodriguez; il suo suono è destinato a echeggiare parecchio nei percorsi musicali dei vari panorami dei generi in circolazione.

Ascolta l'audio dell'intervista























 

 

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