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Donny Mc Caslin 'Fast Future' al Teatro Parenti

di Massimiliano Forgione - 22/03/2016

Continua la rassegna jazz curata da Gianni Morelenbaum al Teatro Parenti di Milano.
Il lunedì d’inizio primavera ha espresso perfettamente ciò che l’esauriente direttore artistico intendeva quando ha affermato che la visione delle cinque date in programma è di ampio respiro in quanto non interessata all’istituzionalizzato, ma allo ‘scantinato’, ossia a quel cutting edge che cattura i virtuosismi tesi a trovare forme, idee e diversi tipi di linguaggio, perché, quando parliamo di avanguardia, abbiamo a che fare con materia già storicizzata, non come classico, ma come contemporaneo.
Ho in mente due evocazioni fatte da Franco D’Andrea e Dave Douglas durante un incontro a latere di Bergamo Jazz Festival.
Il primo si soffermava sulla differenza tra melodia e timbrica, chiedendosi: 'Cosa viene sviluppato? Come si legano i vari strumenti tra loro?'. Da questa riflessione l’esigenza di ripercorrere, con il suo ultimo progetto, una strada che, dal ’29 in poi, non è più stata battuta; come a dire che la timbrica di un tempo, ad un certo punto, si è persa.
Ecco il perché della presenza, nell’ultimo lavoro, del batterista Han Bennink che quel mondo l’ha conosciuto e, in ogni sua interpretazione, è in grado di riproporla.
Il secondo (Douglas), citando ancora Han Bennink e aggiungendo Wayne Shorter, raccontava di come avesse imparato tantissimo suonando con loro: ’For a player taking the maximum risk is the way to learn’, e il rischio più alto può portare all’irreparabile caduta o al successo.
Ho voluto iniziare con queste due immagini perché mi hanno fatto riflettere, a partire dalla mia esperienza, sull’attitudine che lo spettatore dovrebbe avere quando assiste ad un concerto, soprattutto quando la condensazione e la sovraesposizione, condizione dei Festival, creano l il lusso dell’esigenza a tutti i costi.
Di un’esigenza soggettiva evidentemente, che lascia il tempo che trova se non tiene conto di quanto appena scritto e di elementi oggettivi imprescindibili.
Il quartetto riunito da Donny Mc Caslin nella Sala Grande del Parenti ha dato vita, in due ore di concerto, ad una fusione perfetta tra melodia e timbrica e lo ha fatto proponendo il rischio di amalgamare il jazz acustico con un’elettronica poderosa.
Il tastierista Jason Lindner si è avvalso di un nuovo sintetizzatore, il Mopho x 4 Dave Smith e di una Nord Stage Ex tastiera che, assieme alla sempre giovane Fender Rhodes, hanno dato un impulso elettronico notevole al suono d’insieme dove la batteria di Nate Wood ha avuto modo di esaltarsi, dando grande gusto al pubblico accorso (sala quasi piena).
Quanto è avvenuto a Milano richiama, alla mente di questo spettatore, quanto accaduto il giorno prima al concerto di Bergamo del batterista Mark Guiliana. I due leader voluti da David Bowie per il suo ultimo album hanno presentato, entrambi, formazioni di quattro strumentisti omologhi ma operando scelte stilistiche diverse: Guiliana ha optato per la sessione acustica, facendola da padrone e impostando il dialogo con il sassofono, relativizzando il contrabbasso ma soprattutto il pianoforte; Mc Caslin ha rischiato di più ed ha giocato la carta dell’elettronica, sicuramente più nelle sue corde, ma anche di presa non sicura sul pubblico.
Il risultato è stato un equilibrio tra elemento melodico ed elemento timbrico ineccepibile a favore del sassofonista californiano dove il basso elettrico di Matt Clohesy ha dato una soluzione decisa per un’armonia d’insieme che ha permesso, a tutti i componenti, di esprimersi per erigere a ‘leader’ soltanto la musica.























 

 

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