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Alexander Hawkins Ensemble al Teatro Manzoni

di Massimiliano Forgione - 29/11/2016

Apertura alla Debussy. Così si presenta Alexander Hawkins, pianista inglese che ha già lasciato un segno, fatto d’avanguardia e tradizione, nel panorama jazz internazionale.
Il solismo iniziale (uno dei pochi momenti in cui il piano non si è espresso al servizio dell’ensemble) lascia spazio all’ingresso dei musicisti e a quello graduale nella dimensione del viaggio urbano. La cadenza degli accordi di Hawkins dà ampio spazio al sassofono soprano di Jason Yarde. E’ il fantastico caos ordinato dei suoni metropolitani.
L’avanguardia non è altro che l’espressione più viva del presente con l’ansia del futuro, e il sestetto che l’ultima domenica mattina di novembre ha animato l’anima musicale del Teatro Manzoni di Milano all’interno della rassegna Aperitivo in concerto, nell’unica data italiana, ha mantenuto fede alla tradizione del concetto di avant-garde.
Quando il vagare urbano prosegue nel bellissimo dialogo tra il contrabbasso di Neil Charles e la chitarra elettrica di Otto Fischer, lo stacco tribale che dura fino ad un intenso crescendo che prevede l’inserimento degli altri strumenti, rimanda l’ascoltatore a qualcosa di primordiale, tanto reale nella quotidianità multietnica e caotica dei movimenti usuali e ripetitivi della vita metropolitana.
Sì, questo concerto potrebbe essere definito un grande tributo alla vita urbana. Una favola metropolitana dove il meticciato polifonico trova spazi onirici che riconducono all’idea di origine dell’uomo. Le tribù urbane sono le protagoniste di queste atmosfere.
Il pianoforte di Hawkins dirige il caos polifonico nell’interpretazione di un jazz che da tempo ci ha abituati a sperimentalismi pregni di trovate originali che danno modo di suscitare nell’ascoltatore il desiderio di melodie più tradizionali. Nel racconto stilistico in questione sono percepibili e accompagnano i passi del vagare d’asfalto.
E’ una musica teatrale, l’esibizione va osservata, si tinge di sonorità blues, la ricerca totale on the outside di un Bloom moderno in quest of poetry dove non mancano le veglie che, a guardare gli spartiti di Hawkins, hanno i loro giri ripetitivi che regalano più spazio al suo panismo.
La base ritmica è costituita da piano, batteria (Jon Scott), chitarra e contrabbasso. Violino (Dylan Bates) e sassofono vivono nelle loro evoluzioni della ricchezza strumentale prodotta dalla base che non disdegna accenti rock e country.
Con le ultime due gigs si entra nel linguaggio binario della tecnologia che vira sempre più verso quello che licenziosamente si potrebbe definire un blues tecnologico dove i musicisti trovano la loro finale esaltazione.
E proprio perché c’era ulteriore spazio per riempirlo di completezza, l’ensemble regala al pubblico attento che ha pienamente apprezzato la proposta musicale, un tributo al grande Steve Lacy, naturalmente, in chiave urbana.























 

 

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