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El Pueblo Unido Jamás Será Vencido!

di Massimiliano Forgione - 05/12/2016

I funerali di Fidel Castro, il referendum costituzionale, un mondo che finisce, uno che tenta di resistere. Il popolo unito non sarà mai vinto è un caso benvenuto della programmazione artistica dell’Aperitivo in concerto in questa domenica di un 4 dicembre dall’atmosfera poco elettiva se non fosse per quella che Frederic Rzewski riesce a creare nel Teatro Manzoni quando, sedutosi allo Steinway and Sons del palco, prima di iniziare l’epopea rivoluzionaria, sente l’esigenza di interagire con il pubblico per spiegare la genesi dell’opera.
Parla delle celebrazioni del bicentenario della rivoluzione americana, ponendo l’accento sulla illuministica dichiarazione d’indipendenza del 1776, di quel suo ruolo assieme a dodici pianisti (le 13 colonie americane) di ideare musiche per l’evento che sarà rappresentato al Kennedy Central Washington. Così, Rzewski ricorda che, mentre cercava l’idea per la sua composizione, la storia si era manifestata con il tragico evento del golpe cileno e la tragica morte di Salvador Allende, correva l’anno 1973. Era il tempo in cui viveva tra New York e Roma e anche in Italia, tre anni prima, nella notte tra il 7 e l’8 dicembre del 1970, c’era stato un tentativo di colpo di Stato, passato alla storia minima come il Golpe Borghese.
L’informazione svelò il piano del generale Junio Valerio Borghese tre mesi dopo. Tre anni dopo l’Italia si dimostrava molto sensibile alle sorti dei dissidenti cileni e ne accoglieva diversi, mentre l’informazione americana dedicava piccoli spazi a quella mattanza e gli stessi americani ignoravano i fatti e persino la collocazione geografica del Cile. Grave problema quello dell’informazione che determina ancora oggi l’ignoranza del popolo (parole di F.R.)
Ebbene, è in queste atmosfere che Rzewski compone The people united will never be defeated!. Vuole scrivere qualcosa di civilmente utile e dirotta dall’ispirazione puramente classica di impronta beethoviana data dal suo mentore per l’occasione e si pone al servizio del pubblico. Sceglie il tema di Sergio Ortega, compositore e pianista cileno (coetaneo di Frederic Rzewski, morto nel 2003) e crea delle variazioni allo scopo di informare gli americani, dando loro, per la prima volta con l’esecuzione di Ursula Oppens nel 1976, lo spazio di cinquanta minuti da dedicare a quanto accaduto tre anni prima in Cile.
‘Essere progressisti senza essere ben informati è una condizione che caratterizza ancora molto gli americani.’ E’ l’affermazione con la quale Rzewski chiude la sua presentazione e va verso il pianoforte tra gli applausi e le risate della platea che non nascondono una certa critica per la storia d’oltreoceano più recente ma che, in via preventiva e per quella che è la nostra storia di sempre, hanno buonissime ragioni per essere anche autocritica.
Dell’ora di concerto si può scrivere solo positivamente. Quella dell’artista è sempre stata una creatività che si muove tra classicismo, avanguardie e improvvisazione e il movimento, ad un primo sguardo disattento, delle dita che vagheggiano imprecise sulla tastiera, è proprio l’espressione del terzo elemento di un movimento circolare che racchiude tutta la concezione musicale di Rzewski e dell’opera in questione. A suonare è un signore di 78 anni che ininterrottamente ricrea il pathos dell’opera che diventa sempre più intensa, precisa, sentita nel cuore, nella testa e nelle mani.
Dall’atonalità iniziale l’orecchio dello spettatore viene condotto in melodie dal timbro contrappuntistico di stampo bachiano e via via nelle tonalità dolci e drammatiche di ispirazione beethoviana.
Nello schema della divagazione delle variazioni prima o poi, nel movimento circolare (improvvisazione, jazz, classica), si ritorna al tema possibilmente intuibile e sempre più preciso, inequivocabile, espresso in altra forma.
Nel flusso il suono cresce e si indebolisce, trova la sua pace solo per ripartire in una nuova variazione che prenderà forma diversa sulla linea retta della vita di cui, a volte, si dimentica il tema sociale. E’ proprio questo il senso delle variazioni, divagazioni sul tema a cui si ritorna con varianti epocali, perché la resistenza è sempre diversa ma la sua esigenza sempre uguale.
A scorrere i fogli dello spartito una giovane fanciulla che mentalmente suona l’opera. Un simbolico fotogramma dell’attesa generazionale di una rivoluzione che dalla testa possa esprimersi attraverso mani che sanno come muoversi nella diversità dei generi.
Il finale è la ripetizione del refrain, spasmodica, reiterata, accentuata, anch’esso schema classico che nella ridondanza esprime il suo invito alla lotta.
Frederic Rzewski sta lavorando a brani rivoluzionari di diversi paesi e, in questo sguardo globale di un progressista che vive ben informato il proprio tempo, offre con uno di essi il suo saluto al pubblico.
Simbolico e reale che un uomo di circa 80 anni senta, in questo momento storico, urgente la necessità di resistere. Simbolico e reale che questa forte presenza sia passata dal palco del Manzoni proprio oggi.























 

 

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