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Conversazione con


Fulvio Falzarano, un teatro vero.

di Massimiliano Forgione - 12/05/2008

Il Mattatoio non vuole fare opinione ma operare attraverso dei ragionamenti. Allora, nel nostro breve incontro di ieri abbiamo parlato di quanto i critici possano decretare la riuscita o l’insuccesso di uno spettacolo.
Il potere dei critici è a volte giustificato nel senso che se non ci fossero loro ci sarebbe un arbitrio completo in Italia in materia di produzioni, di gusto, della verità e qualità di certe operazioni. D’altra parte, però, si creano dei vincoli molto forti nel senso che, chi per vari motivi rimane fuori da questo circo, non è minimamente tutelato e la visione del proprio mestiere diventa fallimentare.
E’ vero che se pensiamo ad altri Paesi, ad esempio la Francia, il mestiere di artista è riconosciuto in tutta la sua dignità tanto da essere assicurato da una tutela sociale e dagli ammortizzatori che il sistema garantisce.
Ma anche in Spagna, in Germania, cosa che in Italia non esiste. Da noi non è la qualità di ciò che proponi che ti dà la garanzia di poter continuare a fare il tuo mestiere con tranquillità; da noi la ricerca teatrale è mortificata, ciò che conta è il dato numerico, assurgere alla celebrità, ciò che ti protegge è il ritorno in termini di audience. Ecco, a queste condizioni il ruolo del critico è fondamentale, estremamente discriminante tra ciò che è di qualità e merita e ciò che non merita. Insomma, il teatro ha un ruolo, una funzione sociale, sempre, nel momento in cui smette di essere tale per diventare intrattenimento puro non ha più senso e motivo di esistere.
Cosa ne pensi di questa locuzione “teatro sociale”, di cui si sono fatti forti portavoce Marco Paolini, Ascanio Celestini? L’hai detto, il teatro è sociale per definizione.
Ma sono anche contento che da dieci anni a questa parte ci sia questo teatro di orazione civile come Paolini stesso ha coniato, ben venga questa tipologia di comunicazione che in un certo senso ha fatto anche svegliare un po’ di gente perché ha reso teatrali delle notizie che erano fino ad allora tabù. Rimane il fatto che gli affiliati della ricerca diminuiscono sempre di più e nel momento in cui il pubblico decreta il successo di un qualcosa, ecco che la tentazione della banalità è in agguato e cedervi diventa quasi umano. Dico che ci sono molti più affiliati ad un certo ordine di idee, ad una certa politica, per cui dopo aver ottenuto un minimo di notorietà si ricerca sempre di meno. C’è anche una mancanza d’ironia nei confronti del mestiere.
Una volontà di uniformarsi che magari viene dettata anche dai gusti della maggior parte del pubblico. Io farei un parallelismo con la politica, penso a come in questi ultimi anni l’espressione degli uomini di partito e di conseguenza i partiti stessi sia diventata ciò che la gente vuole. L’attore si dà a ciò che il pubblico vuole vedere.
Certo, ci sta tutto. E’ un parallelismo appropriato. Fare ricerca teatrale comunque non vuol dire operare da soli e fare teatro off, occorre fare gruppo e creare una concorrenza che regga.
Quanto la tv, secondo te, negli ultimi anni ha livellato i gusti del pubblico?
Tantissimo credo. C’è stato un gioco al ribasso direi. Li ha livellati a livello di contenuto ed estetico. Di fronte a ciò il grande pubblico vuol far parte di questo grande circo, di questa che potremmo definire la globalizzazione dell’informazione e dell’immagine. Io vedo anche il cinema, a parte l’indipendente americano che è sempre stato all’altezza, quello messicano, quello orientale, pur attraverso delle cose opinabili cerca di innovare attraverso sperimentazioni di tutto rispetto, un tipo di comunicazione diversa. Certo, c’è anche un tipo di assoggettamento diffuso, vedi il film tratto dal libro……
Leggo una sottile critica a Nanni Moretti e alla trasposizione cinematografica di Caos calmo.
Ma non l’ho nemmeno visto per cui non posso dire nulla e tantomeno giudicarlo. Posso certo criticare quello che ho visto di Moretti e affermare che una ispirazione felice si è conclusa con La messa è finita.
In passato per il giornale mi è capitato di incontrare Fausto Russo Alesi….
L’ho conosciuto due anni fa in Tunisia durante le riprese del film di Monicelli Le rose del deserto.
Vedendo la tua stazza, fisicamente e somaticamente gli assomigli.
Sì, sì, ho notato questa somiglianza. Ti assicuro che abbiamo uno stile recitativo completamente diverso.
Lui si confronta molto con i monologhi, ricordo Il Grigio di Giorgio Gaber, Natura morta in un fosso di Fausto Paravadino, testi molto forti in cui la fisicità gioca un ruolo importantissimo. Qual è il tuo rapporto con i monologhi?
E’ parecchio tempo che collaboro con Vitaliano Trevisan e ho debuttato l’altro anno a Vicenza con un monologo teatrale tratto da una sua pièce di un atto unico in prosa dal titolo Oscillazioni. Il 15 giugno porterò in scena tre suoi brevi drammi. Direi un rapporto ottimo che per me si sviluppa parallelamente al discorso teatrale rappresentato in questo momento da La rigenerazione. Il fatto che poi si abbia difficoltà a vendere questi spettacoli ci riporta a quanto abbiamo detto finora a proposito dei gusti del pubblico. Oggi, avere a che fare con la programmazione teatrale è un po’ come entrare in libreria, trovi di tutto e a qualsiasi prezzo, letteratura al chilo, però, bisogna anche discriminare la qualità oltre quelle che sono le imposizioni del mercato.
Prima abbiamo parlato dell’auspicabilità di fare gruppo e della difficoltà che realizzare ciò implica. Anche tu punti più sulle singolarità e la loro valorizzazione?
Parlando strettamente di monologhi possiamo dire che non siamo realmente in presenza di teatro, bensì di un mezzo comunicativo molto differente dal teatro, se vuoi anche più violento perché sei tu e il pubblico, però, manca l’interazione con gli altri attori. A me personalmente piace molto il lavoro dell’attore, come lo fanno in America, come lo gestiscono in Francia, il lavoro dell’attore su un personaggio, è questo che mi affascina molto. Poi, per carità, sono aperto a tutte le possibilità, può darsi che diventi un oratore civile, perché no, se mi capita di avere un bel testo mi potrei anche cimentare. Però, ciò che mi interessa è spaziare dalla tragedia al comico, alla commedia brillante, al Vaudeville.
Com’è essere artisti in Italia? Immagino a tratti frustrante e altre volte entusiasmante.
Non possiamo non soccombere anche noi, di fronte alla realtà tutti siamo chiamati in causa e ne paghiamo il conto. Non siamo un’entità a parte che può prescindere dallo stato generale della condizione umana. Voglio dire, anche se veniamo qui per le due ore della recitazione e poi la nostra giornata è finita. Siamo pagati molto meglio di un operaio ma ciò non toglie che c’è sempre una conformità che pian piano va alienando tutti gli attori teatrali. Quanti attori di qualità mi vengono in mente che abbandonano una tournée teatrale per fare una fiction stupida, perché ti dà visibilità. Cosa che è successa anche a me ma io non ho mollato il teatro….
Scusami se t’interrompo, parlando di compensi, paga di più una rappresentazione teatrale o una fiction?
Rende di più la fiction economicamente e in termini di impegni, con venti pose al cinema o in tv riesci a compensare tutta la tournée.
C’è anche chi utilizza la tv per acquisire visibilità e poi riuscire a portare la gente a teatro e spiegargli come realmente stanno le cose.
Sì, ma vedi c'è talmente tanta concorrenza che questo discorso andava bene fino a dieci anni fa. Adesso, tutti fanno fiction, molti fanno teatro e la gente ti segue se riesci a varcare il confine della notorietà per capacità, per professionalità e per contingenza. Però, anche quella rosa dei cinque che compongono una fiction è decisa a tavolino con metodi non sempre trasparenti e di merito.
Un clientelismo che trova campo fertile più in televisione che a teatro.
Sicuramente.
E poi in televisione si raggiunge un pubblico più vasto rispetto al teatro, quindi c’è più affabulazione.
Certo. Male che ti possa andare se fai una trasmissione televisiva o una fiction o un film a puntate acquisisci la visibilità che a teatro otterresti in due stagioni, se ti va bene. Ma io non discuto tutto ciò, anch’io ho fatto professionalmente di tutto: televendite, fiction, film di poca importanza, pubblicità, solo che poi ho operato delle scelte. Ho terrore della salsa unica, di ciò che diventa tormentone, che so, se va bene una fiction sui poliziotti se ne fanno cinque, di avvocati otto, un calderone nel quale tutti si buttano.
Si tende molto a semplificare in questo modo, per ragioni anche economiche.
Certo. Poi scopri delle cose strane che un po’ destabilizzano, oggi leggevo che una grande attrice come Isa Danieli fa Capri, in un ruolo da protagonista; ma Capri è una stronzata. Allora, se bisogna passare attraverso ciò per fare teatro come voglio io, preferisco astenermi e non è un discorso nostalgico, non voglio essere snob, solo che ci sono dei fondamentali.
Sicuramente un altro teatro rispetto a quello di Gianrico Tedeschi. Parlavo con lui dello spettacolo del 1959 Uno scandalo per Lilli, in cui ha un ruolo Maria Monti che poi collaborerà con Giorgio Gaber. Insomma, tempi più partecipati e sicuramente più dignitosi.
Tempi in cui c’era anche una divisione netta tra i vari settori di questo mestiere. Anche Totò faceva la rivista, fino a che non l’ha chiamato Pasolini non faceva un tipo di cinema impegnato. Ormai si arriva a dire che Gianrico Tedeschi non vende più e questo è un segnale molto triste. Ecco, non voglio dire che tutto va in malora, però, non dare dignità ad una persona di questo calibro è grave. Gianrico conserva la sua dignità attraverso un modo di essere che non si svende ai tempi che poi è l’unico modo per fare teatro oggi, altrimenti, fai un po’ di tutto, alla fine, sarai un po’ di tutto. E’ cambiato il mondo e nel giro di poco tempo. Io ricordo fino agli anni 80 un modo coraggioso di fare teatro che adesso non si vede più. E’ un ambiente composto sempre più da sondataglia. Non va bene, non va bene.
Uno svilimento generale di cui bisogna prendere atto ma a cui non bisogna obbligatoriamente conformarsi.
No, questo no. Anche singolarmente si può fare molto.
Vedo che anche tu insisti molto sulle singolarità piuttosto che sul gruppo.
E’ molto difficile far gruppo. Si vedono anche delle grosse regie, talmente tali che gli attori quasi scompaiono. Si tende a lavorare sempre con lo stesso gruppo, non ci si rinnova, non c’è un insegnamento reale.
Tema affrontato, anche questo, con Tedeschi: tramandare degli insegnamenti, delle esperienze valide. Forse anche lo iato che c’è stato nel passaggio generazionale….
Beh, loro stessi si sono chiusi a riccio…….
Che porta poi ai disastri valoriali sotto gli occhi di tutti.
Certo, e gli eredi dei buoni maestri sono veramente pochi.























 

 

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