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Conversazione con


Ellade Bandini, lezione di musica, lezione di vita.

di Massimiliano Forgione - 20/10/2008

Ho incominciato a suonare la batteria perché quando avevo tre anni, in una sala da ballo, vedevo che il batterista del gruppo era quello che si muoveva di più e faceva casino. Ad un certo punto, dopo che mi guardava da un po’, mi venne a prendere e mi sedette alla batteria.
Hai collaborato, sei stato il batterista, di personalità fondamentali del panorama non solo musicale ma anche umano di questi ultimi anni: Fabrizio De André, Lucio Battisti, Francesco Guccini, Vinicio Capossela. Immagino siano occasioni di arricchimento personale uniche.
Ho avuto il piacere, la bella occasione di crescere come persona, anche dal lato negativo della cosa, perché sai, spesso gli artisti rappresentano il segno dei gemelli meglio di qualsiasi altro. Molto contradditori, fanno il contrario di quello che dicono; come diceva Fabrizio De André non vorrei mai conoscere Brassens per evitare di rimanere deluso come molte persone possano rimanere deluse conoscendo me. Diciamo che negli anni 70, quando ho incominciato a fare lavori di incisione, il turnista, come veniva allora chiamata questa figura, il session man, ho avuto modo di frequentare parecchi cantautori. C’era un fermento pazzesco, rispetto ad oggi c’era entusiasmo, creatività, voglia di raccontare attraverso la protesta ciò che avveniva intorno. Oggi, invece, mancano persone, artisti, così importanti; o meglio ci sono……
…..ma, diciamo che si nascondono molto bene. Senti, mi sembra di leggere nel tuo percorso artistico una certa coerenza ideologica. Si tratta di una scelta o una fortunata casualità?
Sinceramente, io vivo come i contadini di una volta. I miei genitori sono della provincia di Parma, ho 62 anni e devo dire che vado a sensazione. Vedo e valuto le cose belle e brutte che in ogni persona e situazione possono esserci.
A prescindere dall’ideologia, c’è del positivo e negativo in tutto. Ecco, è chiaro che siamo di fronte ad una realtà che va reinterpretata, occorre guardare meno al passato e molto al presente, per me è un dato di fatto imprescindibile per cercare di costruire un futuro possibile. Però, non possiamo prescindere, a mio avviso, da determinatati insegnamenti, per esempio quelli che ci arrivano dai testi di Fabrizio De André. I meno distratti hanno nella collezione il bellissimo, ultimo concerto al Brancaccio di Roma, dove tutti siete assolutamente ispirati.
Siamo tutti ispirati e molto emozionati. Se ci fai caso, suoniamo tutti con le cuffie, quantomeno noi della ritmica, per evitare di avere degli amplificatori sul palco e di conseguenza avere una buona acustica, sai, Fabrizio ci teneva tantissimo a fare le cose sempre uguali…..
…una riproduzione come da studio…..
….era perfetta, Fabrizio era consapevole che c’era gente che pagava e non poco per vedere un suo concerto, quindi la fruizione doveva essere delle migliori.
Lasciami andare a dei ricordi, vedi, Fabrizio aveva un carattere difficilissimo, non sapevi mai come prenderlo, a volte, quando lo vedevi arrivare in un certo modo, capivi che era meglio non avvicinarlo, non rivolgergli la parola. Un’altra cosa, è che con lui non sapevi mai di cosa parlare, cosa regalargli, per esempio, i libri li aveva tutti, il suo spessore culturale era talmente elevato che rischiavi sempre di sentirti fuori luogo. Prima dei concerti era intrattabile, dopo era diverso. Lui era genoano, me lo ricordo, con la sua bella sciarpa quando la squadra giocava. Ho divagato, scusami, di cosa parlavamo?
Possiamo riprendere dal come sia necessario reinventarsi il presente ideologizzando meno.
Siamo in un continuo stato di allerta, di guerra. Come se ormai debba essere così. Nel ’68 si andava in piazza, adesso, c’è molta paura. Paura del confronto, vedi, prima dallo scontro fisico si passava a quello dialettico, adesso non c’è né l’uno né l’altro. Molta opinione e poche idee.
Il Mattatoio si riserva anche la possibilità di capire se, oggi, siamo menti abbastanza allenate e pronte a darci un nuovo presente. Il pensiero è messo piuttosto male.
Dalle esperienze che ho come persona e musicista, sento che manca la voglia, da parte delle persone, di accettare, la realtà. Ad esempio, tra l’accettare o il respingere tutti gli immigrati, ritengo che ci possa essere una via di mezzo. Invece, per partito preso, se una fazione dice una cosa, l’altra dice esattamente l’opposto. Così, non si va da nessuna parte! Vedi, io non ho la televisione.
Allora, hai le condizioni per essere un cervello allenato.
E’ necessario che tutti, rivediamo il nostro quotidiano. Sarà utile a tutti uscire dai condizionamenti, dalle imposizioni, ideologiche, demagoghe, e ricominciare a pensare autonomamente. Io non sono ottimista, però, il positivo che c’è, per quanto minoritario rispetto al pattume che ci sommerge, se messo in luce, può avere maggior peso e cambiare questo stato di cose. Un forte appello ai giovani perché assieme si possa smuovere qualcosa.
Non mancano i punti di riferimento? Dove sono i maestri di una volta? Tema tanto vecchio quanto il ’68, però, anche in questo caso potremmo dire: sicuramente ci sono, ma si sono nascosti molto bene.
Quando si comunica, ai giovani soprattutto, è importante che ci sia coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa. Guccini e molti artisti, così devoti al vino, nella pratica non davano il buon esempio. Però, non fraintendermi, questa è la loro arte, la loro ispirazione proviene anche da ciò di cui i nostri giovani non dovrebbero abusare.
Mi rifaccio al vecchio detto: Fate ciò che dico, non ciò che faccio, e poi, la produzione artistica è sempre separata dalla vita privata, sta alla preparazione del pubblico scindere le due cose.
Non tutti ne sono in grado, non tutti sono preparati. La maggior parte delle persone hanno bisogno di punti di riferimento anche comportamentali, semplicità dell’essere, ma è così. Ai concerti di Guccini, molti venivano solo per bere e ascoltare l’Avvelenata.
Con Fabrizio De André come stavano le cose?
Era un pubblico colto, come quello di Paolo Conte. Con questi ho fatto la tournée artistica migliore, mi ricordo quando suonammo a Parigi, concerti memorabili.
Ho conversato brevemente con Paolo Conte prima del suo concerto a Bergamo…
….come ti è sembrato?
Aveva appena finito di suonare e aveva evidentemente bevuto del buon vino, si è mostrato disponibile e cordiale.
Umano, ti faccio un parallelo di eleganza. Quando Fabrizio arrivava, rimanevo sempre colpito dal profumo del suo dopobarba, era così intenso, poi ti guardava e ti baciava sulla guancia, ma non guancia a guancia, lui ci metteva le labbra proprio e ti baciava tutte e due le guance. Paolo Conte, invece, è distaccato, sempre con il suo camerino a parte, anche in sala d’incisione, così ispirato, talentuoso ed essenziale. Si schernisce anche, ha questa sua mimica, durante le performance, che esprime tutto il suo pudore esuberante.
Avviamoci alla conclusione di questa chiacchierata. Ti sarebbe piaciuto suonare per Giorgio Gaber?
Un personaggio essenziale del nostro patrimonio culturale. Avemmo, come musicisti, un ripensamento sulla sua persona, quando decise di recitare e cantare da solo sul palco servendosi di basi registrate. Sai, per chi lavora con la musica non è facile da accettare. Eppure, l’autore di quella scelta fu proprio lui, e questo, mi sorprese.
Tu oggi sei qui, al pub The Clocktower di Treviglio, a parlare del tuo strumento.
A me sembra che ciò sia ancora fondamentale. Creare occasioni per diffondere il bello e condividerlo. Oggi, si dà troppa importanza a ciò che è virtuale, gli incontri, l’amicizia, si fanno attraverso la rete, e invece penso che bisognerebbe ritornare ad incontrarsi, prendendo anche a spunto una lezione concerto sullo strumento.























 

 

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