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Conversazione con


Omaggio a Ermanno Olmi

di Marcello Masneri - 28/10/2008

Bergamo ha celebrato il Leone d’oro alla carriera assegnato al regista di casa Ermanno Olmi con una rassegna interessantissima al Cinema “Conca Verde” di Bergamo.
La retrospettiva si è concentrata sui suoi primi film, riguardanti prevalentemente il tema dell’occupazione.
Quindi, cinque film del primo periodo più una giornata di studio con presenti Daniela Padoan, autrice del libro Ermanno Olmi – Il sentimento della realtà, Piergiorgio Gay, regista e collaboratore di Olmi e Adriano Piccardi, critico cinematografico.
Film come ‘L’albero degli zoccoli’ (Palma d’oro), ‘Il posto’ (premio della critica a Venezia), ‘Il tempo si è fermato’, ‘I fidanzati’, ‘…e venne un uomo’, hanno richiamato nella sala di Longuelo un nutrito numero di cinefili nostalgici.
Tornando al Leone d’oro, stravagante (per usare un eufemismo) ci è sembrata la scelta degli organizzatori di dare ad Adriano Celentano il privilegio di consegnare il premio in occasione del Festival di Venezia.
Qualcuno li ha definiti “il grande vecchio e il grande guru”. Non riusciamo a commentare né la scelta né la definizione dei due personaggi, tanto diversi nella modalità di proporsi, sia a livello artistico che a livello mediatico.
Olmi si è fatto conoscere per le sue pellicole permeate di spiritualità, analisi antropologica, in forma di pura poesia proletaria. Il molleggiato è passato dalle ottime performance vocali dei primi anni ad un’esposizione televisiva fatta di moralismi infiniti, di “non si fa così, sarebbe meglio fare così”, su svariati argomenti. Un opinionista imparaticcio che acchiappa per la gola una bella fetta di italiani dal telecomando caldo.
Quindi, un cinema permeato di elegante minimalismo, ricco di contenuti, espressi con innumerevoli volti pieni di storia, a confronto con un ex cantante dalle mille parole e sempre la stessa faccia.

Vorremmo soffermarci sul film capolavoro di Olmi, “L’albero degli zoccoli”. Ambientato in una cascina di Palosco tra l’autunno del 1897 e la primavera del 1898, è la storia di quattro famiglie di contadini. Nel film sono presenti i temi del lavoro e della pietà, illustrati esaltando forse troppo secondo i detrattori) una visione troppo lirica e priva di difetti del mondo contadino.
Abbiamo incontrato Ester, una comparsa del film, che nei giorni delle riprese (1974-1975)aveva 20 anni.
Le abbiamo chiesto di raccontarci la sua esperienza.

“Bisogna tornare un po’ indietro nel tempo, visto che sono passati più di trent’anni. Terminata la scuola, io ed un’amica, stavamo nei pressi del cimitero di Martinengo, quando si è avvicinato un signore dicendoci che era un regista e che era alla ricerca di ragazze giovani, dai capelli lunghi.
I capelli lunghi, raccolti a cucù come si usava in quegli anni, rendevano più verosimile la scena di un ballo a cui avremmo dovuto partecipare.
Così, ci siamo ritrovati al Comune di Martinengo per capire meglio cosa avremmo dovuto fare, insieme a tante altre ragazze reclutate sul posto e signori di ogni età.
In una stanza le parrucchiere ci hanno fatto le acconciature, ci siamo messe gli abiti e intanto il tempo passava e ci siamo dimenticate dell’orario di rientro che i nostri genitori ci avevano raccomandato.
Nel pomeriggio inoltrato hanno cominciato a riprendere le scene. La nostra scena del ballo è durata pochi minuti anche se è stata ripetuta più volte perché secondo Olmi c’era sempre qualcosa che non andava. Ma abbiamo dovuto aspettare che finisse la scena precedente, dove il bidello della scuola elementare del paese doveva recitare la parte di un uomo da osteria che durante una festa di paese doveva mangiare una serie di uova fresche e bere vino da uno stivale.
Anche in questo caso Olmi era meticoloso e faceva ripetere la scena più volte, fino a quando non la riteneva soddisfacente. Alla fine avremo contato venti o trenta uova, per non parlare del vino che il malcapitato doveva ripetutamente ingurgitare da questo stivale.
Verso le sette di sera il buon bidello cominciava a dare segni di cedimento. Poi, Olmi ha detto che poteva bastare e così siamo entrate in scena noi, nella piazza di Martinengo, la piazza del comune.
A tempo di valzer noi ragazze occupavamo la piazza ballando con il nostro compagno. A me è toccato un pessimo ballerino di un metro e novanta e io, che raggiungo a malapena uno e sessanta, cercavo più che altro di non farmi pestare i piedi.
Olmi interveniva spesso per dirci come ci dovevamo muovere, quale parte di spazio dovevamo occupare. Insomma, con molta gentilezza ci dava tanti suggerimenti.
Non conoscevamo questo regista, ma soprattutto non avremmo immaginato l’importanza che avrebbe assunto il film nel corso degli anni e i premi che avrebbe vinto.
Erano così giunte quasi le nove di sera e a cercarci era sopraggiunta mia sorella maggiore, preoccupata per la nostra assenza da casa.
Prima di lasciarci andare, Ermanno Olmi ha chiamato tutti i personaggi e noi semplici comparse. Ci siamo messi tutti in fila. A ognuno di noi, a seconda del ruolo svolto durante le riprese, dava un premio in denaro. A me a alla mia amica ha dato diecimila lire, che a quel tempo, per una ragazza di vent’anni, erano una bella cifra.
Siamo tornate a casa contente per l’esperienza intensa vissuta.
Sono passati poi tanti anni dove questa esperienza si è un po’ sbiadita nei miei ricordi. Ma recentemente, in occasione di una mostra fotografica che rievocava i momenti delle riprese, sono stata riconosciuta da tante persone del paese che sono venute a complimentarsi. Questo mi ha fatto molto piacere”.


Con questa importante e sentita testimonianza della ballerina Ester chiudiamo il nostro piccolo personale omaggio al grande regista Ermanno Olmi.























 

 

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