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Cinema d’Essai alla Gamec – Estate 2009

di Marcello Masneri - 14/07/2009

Sara Mazzocchi è una Storica dell’arte e si occupa di cinema ed arte contemporanea. Ha iniziato a lavorare per la Gamec a Bergamo nella gestione di eventi espositivi, all’età di vent’anni, prima come guida, poi subito come organizzatrice, occupandosi personalmente dei prestiti delle opere e di ogni genere di contatti utili.
Si è laureata in Critica d’arte, con una tesi curata da un docente di storia del cinema (Come si può usare lo strumento filmico per fare critica d’arte. Come si può usare il cinema per leggere l’arte).
L’abbiamo incontrata in qualità di curatrice della rassegna cinematografica estiva che si tiene a Bergamo, negli spazi della Gamec (Galleria d’arte moderna e contemporanea).
Giovedi 9 luglio era in programmazione il bellissimo film di Godard del 1962 che in italiano si può tradurre come VIVERE LA PROPRIA VITA. Forse non proprio fino in fondo, visto che un violento temporale si è abbattuto sopra i cinquanta appassionati accorsi ma soprattutto sopra il proiettore, costringendo gli organizzatori ad interrompere il film dieci minuti prima della fine.
Quindi per tutti noi è difficile vivere la propria vita fino in fondo? Intanto per il film si recupera giovedì 16 luglio.
Sì, forse è difficile viversela fino in fondo, anche se a volte si crede di farlo. Giovedi 16 proietteremo gli ultimi due capitoli del film di Godard, prima di ‘Hiroshima mon amour’, tutto a partire dalle 21.30.
Tornando alla Gamec, qual è il messaggio che si vuol far passare organizzando una rassegna di cinema d’essai negli spazi di un museo?
Quello di ieri sera è forse il momento centrale della rassegna, con questo VIVRE SA VIE che è uno dei suoi film meno conosciuti, per lo meno in Italia. Per l’organizzazione della rassegna abbiamo scelto di legarci ad un evento in corso alla Gamec che è questa grande mostra che si intitola ESPOSIZIONE UNIVERSALE . E’ una mostra d’arte, divisa in otto sezioni, ognuna dedicata ai grandi temi della vita intesi come temi universali. Si vuole così movimentare la mostra e di farla visitare anche attraverso il cinema, per cui abbiamo scelto un film-capolavoro della storia del cinema per rapportarlo alla mostra e allo stesso tempo dargli la dignità che ha, di un film che dovrebbe essere visto fino in fondo ma che alla fine non dà una risposta definitiva.
Il pubblico bergamasco sembra cogliere ed apprezzare questi aspetti? Come reagisce di fronte ad una programmazione per certi versi difficile, insolita.
In realtà questa rassegna è stata un po’ una sfida. Qui alla Gamec non c’è una sala cinematografica e quindi cerchiamo di lavorare con chi questa sala ce l’ha. Mi riferisco a Lab 80 o con Bg film Meeting. Però, era significativo trovare il modo di portare le persone da noi, fargli vedere un film e collegarlo alla mostra, permetter loro di vedere due espressioni artistiche diverse ma che hanno un legame, con lo stesso biglietto. Quindi, la gente può visitare la mostra prima dell’inizio del film, oppure tornare gratuitamente il fine settimana successivo portandosi un accompagnatore che entrerà a prezzo ridotto.
Solitamente le proiezioni estive all’aperto sono rivolte al grande pubblico, presentano film che sanno di poter arrivare facilmente, perché ‘si deve far venire tanta gente’. In realtà la nostra scelta è stata differente. Potendo giocare su una mostra d’arte che già avvicina tanta gente abbiamo scelto di accostare a tutto ciò la proiezione di pellicole che è difficile vedere, costruendo un percorso legato alla mostra. Le proiezioni sono otto, tutte particolari, dal PROCESSO di Welles ad un Rossellini minore (Stromboli terra di Dio), passando per Godard fino al meraviglioso HIROSHIMA MON AMOUR (programma completo sul sito www.gamec.it). Così crediamo di avvicinare il cinema all’arte, siamo in un museo e il cinema è arte.
A parte il cattivo tempo ogni sera abbiamo ospitato circa cinquanta persone. La scelta dei film ci è sembrata coerente con l’anima del progetto anche se qualcuno si è mostrato perplesso prevedendo un flop di spettatori. Per noi avere anche fino a sessanta o settanta biglietti venduti a sera non è un cattivo risultato.
E rispetto alla vecchia questione dei sottotitoli, come vi ponete? Certe pellicole, molte tra quelle in programmazione qui quest’estate, doppiate in italiano cambiano l’anima al film…
Il problema vero in Italia oggi non è quello di preferire sempre la versione originale con sottotitoli. Il problema è che non si può prescindere dalla qualità del doppiaggio. Qui in Italia chi guarda film, li guarda doppiati, da sempre. Recentemente con il Festival di Cinelatino giusto qui a BG, si è assistito a doppiaggi penosi di film sudamericani dove la conservazione del suono della voce, legato all’espressività di un volto così lontano dalla nostra cultura andava assolutamente preservato. Così non è stato fatto e la qualità si è persa notevolmente. E’ anche vero che nelle sale di tutt’Italia un film sottotitolato va molto peggio di un film doppiato, così le case di produzione creano comunque doppiatori in quantità.
Dall’anno prossimo anche noi qui d’estate alla Gamec proveremo i sottotitoli. Come primo anno anche per noi è prevalsa la paura di spiazzare i pochi affezionati presenti e per quest’anno ci vedremo lo splendido francese di "Hiroshima mon amour" doppiato. Ma almeno la Magnani in "Mamma Roma" è pasta fatta in casa. Buon appetito.
Per l’organizzazione di una rassegna di questo tipo, quanto ha influito la qualità della diffusione dell’informazione? In questo caso qual è la via migliore?
Conta molto, noi usiamo dei canali trasversali, il che significa che usiamo il classico ufficio-stampa del museo che si occupa di tutti quegli strumenti di diffusione che hanno a che fare con l’arte. Però, in questo caso, abbiamo usato anche i canali del Lab 80 che collabora con noi e da quest’anno c’è la ‘OPEN GALLERY’ qui alla Gamec, una serie di eventi dedicati a target vari: ad esempio il mercoledi c’è la festa di facebook. Questo ci ha aiutato molto, grazie anche ai ragazzi del Tassino Eventi, il bar che è presente all’interno degli spazi della proiezione. Inizialmente il commento è stato: ‘Non sono i film adatti al nostro target’. Invece poi nel corso degli eventi la gente si è piacevolmente mischiata. Un museo può essere un posto giusto dove fare una festa di Facebook e molto altro di diverso, insomma.
Siete una realtà isolata per quel che progettate in questo senso? In Italia, ma anche fuori dai confini nazionali succede qualcosa di simile già da tempo probabilmente. E’ vero?
In realtà in Italia i musei d’arte contemporanea che lavorano in questo modo sono pochi, ha iniziato la Gam di Torino, un po’ il Marte, ma se pensiamo che il MOMA di New York ha una sezione cinema dal 1933… Là è normale. Io ho iniziato questa attività a Bergamo nel 2005 e la domanda che mi veniva posta era ‘perché il cinema?’.
Il museo ha anche una collezione di film e volevamo mescolare le carte. La Gamec ha ospitato nei suoi spazi qualche mese fa anche alcuni momenti musicali molto coinvolgenti del prestigioso ‘Bg Jazz Festival’, con Pierre Favre e altri nomi importanti. Quell’iniziativa è stata curata dalla direttrice del museo la dottoressa Rodeschini.
Invece dura da tre anni la collaborazione con il Bg Film Meeting che è il festival della città, fra i tre o quattro più importanti d’Italia. In quel caso abbiamo fatto entrare il museo da loro. Noi abbiamo occupato i loro spazi. Ogni anno abbiamo la possibilità di realizzare una mostra, solitamente alla Porta S.Agostino, che faccia arrivare l’arte contemporanea da loro. Tra le cose più riuscite si nota la presenza di opere multimediali di registi che ora amano definirsi artisti più che cineasti. Quindi sono già mischiati loro, c’è più voglia da parte di tutti di mettersi in gioco.
Permane comunque un’idea mainstream di voler fare grandi eventi un po’ sullo stile della festa del cinema di Roma, dove forse il lato artistico è un po’ sacrificato, non quello del budget…
Anche qui sarebbe bello poter mischiare entrambi gli aspetti!
Restando in qualche modo sul tema, queste vostre iniziative sono state appoggiate economicamente con facilità? E in che modo?
Noi non siamo nati dal nulla, in quanto lo stimolo a creare questa sezione del museo di cui io mi occupo è stata la donazione di un fondo di film da parte di un erede di Nino Zucchelli, un organizzatore di un festival che si svolgeva a Bergamo dalla fine degli anni cinquanta fino agli anni settanta, e che poi si è spostato a Sanremo. Era il Gran Premio Bergamo. Ci ha donato un fondo di pellicole, 35 e 16 millimetri degli anni 50 e 60, anche film dell’est Europa assolutamente prestigiosi.
Quale saranno quindi i progetti futuri nella ricerca della valorizzazione di questo prezioso fondo e quale appoggio potrà venire dalla giunta neoeletta? E’ già possibile fare delle valutazioni?
Questo si vedrà, è troppo presto. L’attuale assessore alla cultura della nuova giunta era direttore del festival del film d’arte di Città Alta, si chiama Sartirani. Questo non sappiamo cosa potrà significare. Noi speriamo porti degli aiuti.
Intanto alcune voci parlano di un’imminente mostra permanente dedicata agli aratri nella tradizione contadina bergamasca, allo spazio Viterbi, forse a scapito di un’altra idea di concepire l’arte…
Non ne so nulla. Pare che da interviste pubbliche sia uscita l’intenzione di dedicarsi maggiormente ai grandi eventi cosiddetti e all’arte antica. Ma è tutto molto vago.

Intanto che passa la vaghezza speriamo nell’anticiclone, che ci faccia vedere un film per intero, negli spazi esterni della Gamec, il giovedì sera alle 21.30.























 

 

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