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Conversazione con


Videocracy, basta apparire
L'intervista

di Massimiliano Forgione - 17/09/2009

Ciao Erik, anticipo che dopo aver visto il tuo bellissimo film-documentario, le domande da farti sarebbero tante perché gli spunti di riflessione sono tanti; incomincerei da questa:
Hai deciso di fare questo documentario per l’indignazione che provi, vedendo la bassezza morale in cui l’Italia si agita in questi anni?, oppure, per il puro piacere professionale di sviluppare un progetto che ha del materiale interessante?

Ti posso dire che non faccio mai film solo per divertirmi, c’è sempre un fine più nobile e, in questo caso, la scelta e la motivazione riconducono a una mia profonda preoccupazione e paura di fronte a quello che vedo. La ragione primaria del mio lavoro è capire in prima persona quanto mi sta attorno per poi cercare di comunicarlo, condividerlo attraverso la mia comprensione. Questo mio ultimo lavoro scaturisce da una vera e propria inquietudine.
Inquietudine che magari, per chi vede la nostra situazione, quella italiana, dall’estero, è ancora più amplificata; a noi ormai tutto ciò può apparire normale.
Ogni paese, ogni realtà, sviluppa sistemi che diventano “normali” all’interno di quel microcosmo, per questo è necessario che ci sia qualcuno che, da fuori, riesca a fare un’analisi e a fornire un punto di vista diverso, alternativo. Questa è la premessa dell’arte. E’ chiaro che per me che vivo in Svezia la situazione italiana ha degli aspetti di forte criticità; da noi il primo ministro non potrebbe avere nessun tipo di controllo sulla comunicazione, sia per senso di responsabilità ed etica, sia per restrizioni legislative ben definitive.
Il film è carico di immagini, scene e interviste a dir poco inquietanti; i personaggi erano consapevoli di quale sarebbe stato il tuo prodotto o le hai estorte?
Erano consapevoli quanto me, all’epoca, di quale era il progetto al quale stavo lavorando: un documentario per la televisione svedese sul mondo della televisione italiana. E’ chiaro che, per il metodo di lavoro che il documentario di per sé contempla, il percorso può subire un’evoluzione tale che il risultato può mutare rispetto alle premesse. Il genere di questa forma d’arte, di comunicazione, presuppone una raccolta di materiale e implica un lavoro in divenire con forti elementi di incertezza. Però, come hai potuto vedere, i soggetti sono tutti molto consapevoli di quello che dicono e che fanno davanti alle telecamere, non li ho ripresi di nascosto. E ti prego di tenere molto presente che questi sono personaggi che lavorano nel mondo della televisione…..
….E’ questa la cosa inquietante e mi dai l’opportunità di condividere con te questa riflessione: in questo regime mediatico, Lele Mora, potrebbe essere paragonabile al peggiore aguzzino di un regime totalitario che sia fascista o comunista, Fabrizio Corona invece richiama l’immagine del camorrista, la foto di Al Pacino che interpreta Tony Montana in Scarface appesa al muro, lui che gira nelle ore notturne in questa auto lussuosa con tanto d’autista e di cocktail in mano; alla presentazione di Milano hai parafrasato, con una voltura, la frase: la banalità del male in la malvagità del banale……
………quando parlo della malvagità del banale voglio spostare il fuoco, l’attenzione, dall’individuo, in questo caso Fabrizio Corona, Lele Mora, a tutta una cultura, un sistema, che sta al di sopra di loro e che da loro prescinde. Noi siamo abituati a considerare la banalità come innocua, perché già essa si presenta come tale; la tendenza è quella di pensare e dire: cosa vuoi che ci sia di male, vogliamo solo far divertire, questo piace agli italiani, sono solo tette e culi; però, visto che questa cultura della banalità, della superficialità, riguarda tutto l’Occidente, ciò che mi interessa, quando io parlo di malvagità del banale, è il riconoscimento di un sistema culturale che ci caratterizza.
Infatti, è inquietante la lucidità di Fabrizio Corona quando afferma: “La gente non ascolta ciò che dico, guarda il personaggio”; beh, è quanto avviene nella Repubblica del banale.
Ma infatti, la videocrazia, per come funziona in Italia, è un sistema dove l’apparenza è tutto e non intendo solo quella fisica, ma l’apparenza come il contrasto della verità. Ciò che funziona nel sistema videocratico di Berlusconi: è che tutto può essere messo in discussione e la verità è sempre opinabile. In questo lui è bravissimo e vi riesce con il suo sorriso, la sua immagine, il suo linguaggio emotivo, è un sistema vincente, esattamente come Corona afferma che non conta ciò che viene detto ma l’immagine che viene propinata.
Oltre ai tre personaggi: Lele Mora, Fabrizio Corona e Berlusconi, ve ne è un altro, vero filo conduttore di tutto il tuo lavoro ed eroe negativo, colui che subisce, la vittima inconsapevole del sistema; tanto da affermare, nella sua bramosia di arrivare ad un successo televisivo irraggiungibile: che le donne gli sottraggono questa possibilità. Insomma, c’hai svelato un inedito: esiste una questione maschile nel mondo del lavoro, abbiamo sempre pensato che ad essere bistrattate fossero le donne.
Guarda, lui è vittima di una gelosia che diventa anche contorta. Dal suo punto di vista essere vittima delle donne, in un mondo qual è quello televisivo, dove sono realmente bistrattate fino alla più pura e bieca mercificazione, è il risultato di una visione completamente distorta che questi ha della realtà.
Si potrebbe fare un parallelo tra i guasti che la lentezza dell’anestetico televisivo ha generato nella nostra Italia e la dilatazione della successione delle immagini del tuo documentario che invece questi guasti ce li comunica immediatamente.
Io credo che la metà del film lo faccia lo spettatore nella propria testa, io, nel migliore dei casi, propongo un linguaggio associativo che certo richiede al fruitore un investimento personale di memoria e associazioni.
A proposito di metalinguaggio, quando il linguaggio riflette su se stesso, è lì che avviene il dramma; quindi, mi sembra evidente che, facendo parlare la società con il linguaggio che le è divenuto proprio negli ultimi trent’anni, hai provocato questo forte impatto. Pensi che i problemi legati alla distribuzione siano ascrivibili alla impennata della censura che c’è in Italia in questo momento e che è riconducibile alle vicende personali del Presidente?
Ma penso proprio di sì! Questi sono giorni molto particolari per l’Italia, è come se ci fosse una vera e propria guerra in atto sulla libertà di stampa, sul controllo dell’informazione, soprattutto quella televisiva. Ho visto il pistolotto di Berlusconi alla conferenza con Zapatero in Spagna, sollecitato da una domanda di un giornalista di El Paìs e ti posso dire che ciò che si è visto è molto preoccupante. C’è una disperazione da parte del potere che si riflette in tutta la struttura che intorno alla persona del Presidente del Consiglio gravita. Ritengo che se i trailers del mio documentario siano stati censurati, e non da lui in prima persona, ma da quanti assieme a lui gestiscono questo enorme potere, sia segno di una forte preoccupazione e paura che si concretizzano in eccessi di difesa. Faccio notare che tutto ciò è assolutamente inopportuno perché poi tutti hanno visto i trailers su internet e il documentario stesso sta circolando moltissimo; oggi è molto difficile controllare la circolazione di informazioni.
Però il tentativo c’è!
C’è perché l’80% degli italiani ha ancora la televisione come principale organo d’informazione.
Erik, siamo 73°imi nella classifica mondiale della libertà di stampa e 79°imi, se non ricordo male, in quella del FIL (Felicità Interna Lorda). Insomma, siamo un popolo di infelici!
Questo è interessantissimo! La realtà che lascia intravedere la televisione è fatta di gioia, felicità, balli, canti, quanto racconto nel mio film è esattamente l’opposto perché squarcio il velo della menzogna e lascio trasparire l’enorme tristezza e infelicità che caratterizza questo mondo. La mia analisi della realtà italiana non è avvenuta in termini giornalistici ma emotivi e lo spaccato che dal film esce prepotentemente è di grande tristezza e paura. Il fatto che il film venga visto in modo così ricercato è segno che questa situazione non viene confermata da nessuno attraverso questo linguaggio e non certo dalla televisione che si racconta per tutt’altro.
E il tentativo di censura è il chiaro segno della volontà di esorcizzare questa paura.
Sì, la paura è quella di rendere evidente che non c’è proprio nulla da ridere e che dietro queste facce sorridenti, ragazze svestite e conduttori che vivono gli eccessi dei privilegi, c’è un’infelicità dilagante. Ci tengo a sottolineare che Berlusconi viene attaccato sempre con molta retorica per quella che è la specificità del linguaggio del giornalismo, però, alla fine la spunta sempre perché lui utilizza un livello di comunicazione emotivo; ebbene, io ho fatto la stessa cosa, raccontando lo stato reale delle cose che è completamente opposto a quello che lui, continuamente, cerca di vendere. Allegria! come gridava Mike Bongiorno.
Peccato che le veline che affiancavano questa figura malinconica e commossa non sono le stesse che affiancano il Papi-Presidente!
Guarda, alla promozione di Torino c’era Pino Maffi, il signore con i baffi che apre il film con la scena del gioco a quiz Spogliamoci insieme con la casalinga spogliarellista. Ebbene, lui raccontava che quel programma nacque durante gli anni di piombo, in cui ogni giorno si sentivano storie brutte di uccisioni e gambizzazioni, con il chiaro intento di alleggerire l’atmosfera sociale. Dico ciò per confermare quanto tu dici, che questa televisione nata in maniera innocente, per allietare, è diventata assolutamente totalizzante, normativa.
Una pornografia invadente!
Sì, e se è vero che Berlusconi abbia condizionato, determinato più di tutti il contenuto della televisione commerciale, e se è vero che ciò che ha creato è lo specchio della sua personalità, in questi giorni è più che mai evidente.























 

 

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