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Conversazione con Giulio Cavalli

di Massimiliano Forgione - 07/05/2010

Giulio Cavalli è un attore, regista e scrittore. Con i suoi spettacoli racconta di legami mafiosi e politici, di come i due mandamenti sono abituati, ovunque, a fare affari sedendosi allo stesso tavolo.
Cavalli denuncia il malcostume italico nel ricco nord lombardo dove la mafia, a detta dei più, non esiste. Ha ricevuto minacce e per questo, da più di due anni, la sua vita è scortata.
Eppure, gli uomini “d’onore” non hanno fatto tanti chilometri dal sud al nord per dirgli di smettere di fare Nomi, cognomi e definirli infami, erano già lì, sul posto, in quella cittadina di San Donato Milanese, dove l’attore dirige un piccolo teatro e dove, da un certo punto in avanti, continuare a fare il suo lavoro è diventato sempre più difficile.

Giulio, quanta rabbia bisogna avere per salire sul palco e avere il coraggio di fare nomi, cognomi e definirli infami.
Ho avuto dei momenti di bile, però, per come sono fatto io, per come è la mia storia, per come è il mio lavoro, con la rabbia non funzionerei e quindi, la soddisfazione più grande è di far provare rabbia. Di conseguenza, più riesci ad essere distaccato più è probabile essere all'altezza del tuo intento anche perché questa è una storia che parla di altri ma che ti appartiene. Poi, ti potrò sembrare ingenuo, superficiale, ma trovo che non ci sia nulla di eroico da parte mia, al limite, eroico potrà essere il pubblico nel momento in cui si lascia invischiare da queste storie e a farle proprie.
Allontaniamoci dalla definizione di eroico o normale……
…..ma sai cos’è: in queste storie ci sono i buoni e ci sono i cattivi e noi, in Italia, raccontiamo sempre dei buoni e mai dei cattivi o, al massimo, di questi ultimi solo quando vengono processati in Cassazione. Noi abbiamo il dovere di raccontare che la mafia è politica, i rapporti tra l’una e l’altra s’intrecciano e l’una alimenta l’altra. In una serata come questa, gli infami, non sono i politici, lo scopo non è quello di trovare dei politici colpevoli ma di dare una fotografia di una regione, la Lombardia, in cui gli uomini delle cosche si siedono al tavolo con gli uomini della politica.
Sei attore, regista e scrittore; la tua ricerca artistica che completezza cerca in questa volontà di continuare ad esistere, in questa speranza di vedere cambiare le cose e in questo bisogno di non dimenticare.
L’aspetto artistico è quello minoritario, nel senso che è uno spettacolo che nasce di pancia, dallo studio che io ho sempre fatto e che è un’arma fondamentale…
…..studio di documenti.
Paolo Rossi, quando lavoravo con lui, diceva sempre che noi teatranti sul palco facciamo un lavoro che non avremmo dovuto fare; io avrei dovuto fare il giornalista. Si tratta di uno spettacolo molto nudo, penso che si veda, non è costruito, si basa molto sui miei umori, sui miei stati d’animo e quindi, è probabile che domani sera possa essere malinconico. E’ uno spettacolo in cui il pubblico ha una parte da protagonista, quindi, è un monologo ma la partecipazione del pubblico diventa teatralmente fondamentale. E’ anche vero che provare ad arrivare al cuore attraverso la comunicazione di eventi e fatti che sanno di fredda cronaca rappresenta un passo importante.
“Radio Mafiopoli”, mi rifaccio ad un tuo spettacolo precedente che evoca alla memoria “Radio Aut” di Peppino Impastato; insomma, nei tuoi spettacoli tieni insieme i fili di storie drammatiche, per fare alcuni nomi: Giuseppe Fava, Don Peppe Diana, Paolo Borsellino, Bruno Caccia e ti servi delle testimonianze dirette di Claudio Fava per esempio, Antonio Ingroia; ecco, immagino che questi soggetti rappresentino per te dei punti cardine.
Per raccontare di queste vite hai bisogno dei sopravvissuti; poi, io non faccio della cronaca ma cerco di dare delle pennellate anche sull’umanità delle vite delle persone che racconto e quindi non potrei mai farlo senza i familiari. Per esempio, la temperatura emotiva di Bruno Caccia è un regalo immenso che mi viene da sua figlia, io, dal canto mio cerco sempre una forma che sia il più possibile rispettosa e intellettualmente onesta, per questo ti dico che il lavoro è fatto di amicizie, di rapporti umani, di studio, di consulenze e quindi, sinceramente ti dico che se un giorno potessi permettermelo smetterei di salire sul palco, a me piacerebbe tantissimo che vi salisse solo la parola, io mi ritengo veramente pleonastico sul palcoscenico. Ecco perché collaboro con giornali, scrivo articoli, libri…..
….è la dimensione del racconto che è fondamentale tanto quanto il fatto che non venga interrotto e abbia una sua continuità. Ho colto, all’inizio del tuo monologo, una leggera critica alle vite scortate di chi è stato minacciato…..
….no, no, guarda io sono amico di Roberto e la ritengo una persona straordinaria, per la battaglia che sta conducendo e per la sua sensibilità; ciò che a me non piace è la stortura che è stata fatta, quindi non è una critica a Saviano ma al savianismo che poi è più figlio di un gioco editoriale e i fatti dimostrano che forse, Roberto, se ne stia accorgendo. Il problema principale è riuscire a mantenere l’equilibrio di genere nella testimonianza che inevitabilmente siamo, perché uno che va a vedere Cavalli si aspetta di sentire un modo di raccontare le storie, attraverso un elemento drammaturgico che il mio pubblico mi chiede, quando va a vedere Saviano si aspetta un'altra modalità narrativa. Il problema è che noi viviamo in un Paese in cui essere tutelati, sottoscorta, è veramente una normalità e a me fa paura un Paese che ogni tanto dà l’impressione di essere così banale e superficiale da pesare la credibilità delle persone sul fatto che abbiano o meno la scorta e allora, siccome l’uomo che ha più scorte in Italia è il Presidente del Consiglio e quindi in questo gioco malato dovrebbe essere il più credibile, beh, ritengo che bisogni stare un po’ attenti a valutare le cose per assoluti.
Facciamo una riflessione sull’estrapolato di quest’articolo culturale de El Paìs di sabato scorso (1/5/2010): Letteraria è la vocazione dell’artista quando ha fermato il movimento per fissare una propria emozione per iscritto, è una compulsione che giunge alle persone che hanno fermato la loro distrazione nella necessità di dire cose più pratiche e di comune interesse. Tu ti occupi di cose pratiche della vita, attraverso l’atto della parola aneli al cambiamento. Vorrei legare quest’estrapolato ad una bella affermazione fattami da Fabio Salviato (fondatore di Banca Etica) secondo la quale: impegno civile, oggi, non è manifestare ma esserci attraverso l’azione, il racconto, l’atto della parola.
Io credo che non sia una battaglia degli attori civili, degli scrittori, né quella dei bidelli civili, dei vigili urbani civili, del panettiere civile, insomma, ritengo che non si tratti di una battaglia che uno possa portare avanti solo con la propria professione; a parte il mio caso che sono uno schizofrenico e non sapendo esattamente che lavoro faccio cerco di cimentarmi in tutte le professioni. Forse la vera forza del vivere il ruolo del narratore è quella di non credere mai al palcoscenico, alla pagina del libro, del quotidiano, allo scranno del Consiglio regionale, tutti questi non rappresentano il fine ma il mezzo per raggiungere un fine che è molto più chiaro e molto più alto. Quindi, fondamentale è essere al servizio di una parola che va esercitata in ambienti diversi. Nel caso di questo spettacolo l’autoanalisi diventa fondamentale per cercare anche di capire cosa mi è successo e prendere coscienza della mia vita minacciata e sottoscorta. Per assurdo, si finisce per essere un attore che vive il suo unico momento di solitudine in scena, perché una delle limitazioni più grandi che ho subito è quella della solitudine, io non sono mai solo e questo per qualcuno che scrive è fortemente limitante. Avviene così che riascoltandomi dopo lo spettacolo, quando rientro in camerino, mi accorgevo che c’era qualcosa che mi sfuggiva perché durante i monologhi attaccavo con troppa ferocia o perché una mia repulsione spostava il fulcro dal reale centro dell’attenzione che non sono io ma ciò che dico, beh, in questo spettacolo mi rendo conto che sono riuscito ad allontanarmi dalla mia rabbia, a darle una forma e a metterla sul palcoscenico in modo più efficace e che possa servire a tutti.
Si vede che hai una passione per le cose che sono in movimento, che si autogenerano, che sono da alimentare; parli di spettacoli che non sono spettacoli, bensì ricerca, autoanalisi; tra tutte le etichette di genere quale dobbiamo prendere per buona: teatro civile, di narrazione, politico….
Io odio il teatro, io non andrei mai a teatro….
….quindi da buon allievo di Paolo Rossi, come questi dice: Noi andiamo in giro a cercare, raccogliere storie per poterle raccontare e questo continueremo a fare nonostante tutto.
Ma sì, è così, io non mi riconosco nel teatro civile. Lo dico ogni tanto durante le serate, quando mi ricordo: il teatro è oggi la forma più alta di relazione non condizionabile; questa è la forza del teatro. Il teatro che incomincia a cercare di raccontarsi e di segnarsi e che si condiziona da solo è paragonabile al bambino più promettente educato a diventare autistico. Poi, io ho un pessimo rapporto con il teatro anche per quello che mi è successo; amo tantissimo la faccia dei critici che dopo avermi visto non sanno cosa scrivere. Quindi, riuscire a far passare l’idea che l’estetica sia un orpello, un argine da cui ogni sera si esonda, grazie alla gravità, alla bellezza della storia, è il fine stesso del teatro; il teatro è bello quando annulla il teatro.
Ultima battuta: il titolo de Il giornale di Bergamo (Cavalli, il Saviano del teatro) che ha recensito la tua prima serata era proprio brutto.
Sai, il problema è che siamo uomini di cultura e questa dovremmo fare, se poi finiamo per fare cultura con i meccanismi del marketing siamo fottuti. Poi, l’articolo in sé non era male, diciamo che la banalità è una bruttura ma sai, i titolisti stanno al giornalismo come i magnaccia che decidono il perizoma della puttana che devono mandare per strada.























 

 

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