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Conversazione con


Intervista a Giuseppe Carlo Marino, autore del libro GLOBALMAFIA. COS'E'. COME COMBATTERLA, edito Bompiani

di Massimiliano Forgione - 13/12/2010

Nella sua lunga carriera di storiografo ha analizzato il fenomeno mafioso a livello siciliano prima, poi nazionale; adesso, con questa sua nuova pubblicazione ci propone un’indagine del fenomeno quale endemico a livello globale. Ci vuole raccontare come ha approfondito questa sua ultima ricerca e quali sono stati gli spunti per questa analisi aggiornata del fenomeno?
Questo è uno studio sulla moltiplicazione della mafia nelle mafie, nei tanti fenomeni mafiosi, pur restando se stessa. Quello che non si riesce a comprendere fino in fondo è la unità delle differenze. Esiste la mafia siciliana, o meglio è esistita, si è radicata profondamente oltreoceano diventando mafia americana e credo che questo sia un fenomeno che trovi il proprio limite in questo percorso. Ciò che è esploso negli ultimi decenni è la moltiplicazione delle mafie nei vari paesi che sembravano lontani e immuni dall’attecchimento di questo modo di concepire la cosa pubblica, di pensare alla collettività. Ora, spiegare perché questo sia accaduto, che rapporto abbia con quello che avviene nella gestione degli affari comunitari, è il fulcro della nostra domanda.
Leggo nella sua biografia che lei ha conosciuto Leonardo Sciascia.
Certo, e molto bene anche, era un amico.
Questa sua metafora della palma siciliana che prima o poi sarebbe stata esportata al nord richiama l’ulivo che da un po’ di anni a questa parte decora gli scenari del nord Italia, intendendo un vero e proprio abito mentale mafioso che abita e si radica proprio dove una certa parte politica, la Lega, più si ostina a negarne la presenza.
Lo so, abbiamo seguito le vicende più recenti che riconducono alle proteste di Maroni, il Ministro degli Interni, abbiamo assistito a come la rappresentazione di una mafia che non è più soltanto campana, calabrese ma che diventa anche lombarda, effetto di questa trasmigrazione dal Sud, ebbene, è un fenomeno che inquieta e indigna. In realtà non si è mai riflettuto sul fatto che la mafia è un fenomeno strettamente legato al contesto di formazione della ricchezza, ovunque questo si realizzi. In questo senso direi che lo sviluppo della mafia è organico allo stesso fenomeno di sviluppo del capitalismo e della sua crescita. Non si tratta più di individuare l’origine e l’esistenza di una mafia che spara bensì la proliferazione di una mafia che prescinde dalla violenza delle armi e che prospera là dove si genera ricchezza e ovunque ci sia la possibilità di generarla.
Lei, questa commistione tra mafia e politica incominciò ad indagarla con un’importante rivista: “Sicilia domani”, di cui fu il fondatore negli anni ’60. A quale livello siamo arrivati, oggi, nel 2010?
Pensi che in quegli anni era costume comune negare assolutamente l’esistenza stessa della mafia quale fenomeno criminale, figuriamoci considerarlo un qualcosa di legato alla politica, almeno per una certa parte della società, della classe dirigente. Fu un’operazione assai difficile persuadere una parte consistente dell’opinione pubblica di un convincimento destinato, col tempo, a divenire sempre più radicato, ossia, che il fenomeno mafioso è fortemente e saldamente connesso alla politica. Ancora oggi, non è ben chiaro se sia la mafia a rivolgersi alla politica o viceversa; forse, i due mandamenti si alimentano a vicenda in quanto fortemente congiunti, e questo è possibile affermarlo studiando il modo di operare di strutture criminali di più recente formazione quali la ‘ndrangheta e camorra, dove vediamo una capacità più spavalda da parte della criminalità organizzata di servirsi della politica; ma non possiamo fare a meno di registrare episodi in cui sono uomini politici che si rivolgono alla mafia o perché gli servono voti, o per entrare in circuiti di affari attraverso i quali possono ottenere vantaggi economici.
Lei ha sempre inteso la storia quale una possibilità di formazione non solo di cultura antimafia ma anche di verità. Quanto la sollecita la riflessione che il tentativo da parte di una certa fazione politica, quale la Lega, nel suo bigotto tentativo di negare la presenza del fenomeno mafioso nelle terre di rivendicazione d’appartenenza, abbia risvegliato una vera coscienza meridionalista che possa ricondurre ad una verità storica sul Risorgimento e sulle falsità delle pretese politiche e sociali della Lega stessa?
E’ segno di una riflessione politica e sociale finalmente vera, reale. Il fenomeno è diventato così imponente da meritare attenzione, aldilà di rivendicazioni elitarie e settarie. Qui si tratta di ristabilire una verità storica. La Lega difende, evidentemente, una tradizione nordica che si professa immune dalla mafiosità e che riconduce a una manifesta convenienza politica. Sociologicamente è innegabile affermare che la mafiosità prolifera dove vi è generazione di ricchezza e, conseguentemente, interesse politico. Non è un caso che l’Italia stia vivendo, sia al Nord che al Sud, questo degrado della vita morale, sociale e politica che investe la collettività in tutte le sue forme e in tutti i suoi strati. Paradossalmente, questa decadenza diventa il vero dato unitario del Paese. Se per mafia intendiamo esclusivamente i fatti che riguardano gli omicidi per lupara, allora possiamo dire che il Nord non ha la vocazione a rappresentare questo fenomeno, ma se per mafia intendiamo il circuito degli affari, dell’affarismo ancorato ad un ampio sistema di corruzione, allora possiamo affermare che la mafia diventa primaria al Nord rispetto al Sud.
Professor Marino, un’altra persona a cui lei si sentiva molto vicino, e parlo di Enrico Berlinguer, sembra molto lontana dalle manifestazioni dei politicanti della compravendita di questi giorni per tenere in vita un governo.
E’ degradante e non penso solo ad Enrico Belinguer, ma anche a Moro, a Fanfani; impensabile fino a qualche tempo fa che la politica potesse diventare questa cosa insulsa, questa compravendita dichiarata di figure. Il peggio è che questo spettacolo osceno, che fino a non tanto tempo fa avrebbe indignato la collettività, oggi non genera assolutamente nulla se non rassegnazione, se non peggio approvazione. Sembra che la stragrande maggioranza della gente abbia accettato il fatto che la politica sia una variante degli affari.
Nel momento in cui tutto ciò diventa intrattenimento, rappresentazione, quanto lei si sente ancorato ad un progetto di “storiografia impegnata” per la realizzazione di una “filosofia della prassi”?
Io direi che non bisogna valutare tutto questo in una chiave prettamente pessimistica; per fortuna, esiste ancora, in Italia e nel mondo, una forza consistente rappresentata dalle avanguardie civili che sono minoritarie rispetto alla complessità votante ma che comunque sono milioni di persone, insomma, non sono maggioranza ma pur sempre minoranze molto ampie alle quali spetta il compito di attivarsi per svolgere un ruolo di nuova pregnanza civile che possa scuotere il comune consenso per il buon senso comunitario. Ritengo che questo rappresenti il vero bacino di una rivolta contro il malcostume e la corruzione di una classe politico-dirigenziale impune.
Insomma, ancora una volta il cambiamento sociale provocato dal basso!
Indubbiamente! Il dramma di questi tempi è che questa rivoluzione che ancora una volta dovrà provenire dal basso, date le profonde insoddisfazioni e ingiustizie diffuse, non trova una strategia comune e una possibilità di comunanza in mancanza di una classe dirigente che non può più essere intesa in senso tradizionale. E' evidente che le nuove istanze riformiste devono trovare espressione nelle avanguardie progressiste quali entità non più ideologiche ma popolate di soggetti dediti alla legalità, penso a: Amnesty International, Libera, Movimento Antilega; questi i circuiti e le aggregazioni attraverso le quali operare un cambiamento innanzitutto culturale per poter essere strumento concreto di lotta alle mafie.























 

 

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