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Conversazione con il magistrato Piercamillo Davigo

di Massimiliano Forgione - 12/03/2011

La macchina della giustizia, che richiede ai magistrati un enorme sforzo per evitare che si grippi, gira a vuoto. Il sistema, attraverso leggi e codicilli, è volutamente ordito perché si possa arrivare, nella maggior parte dei reati, e penso soprattutto a quelli enormi contro il capitale, a prescrizione. Come ci si sente a lavorare in queste condizioni? Esiste un senso di impotenza nel vedere vanificato il proprio lavoro che vuole affermare il senso della giustizia? Perché le sentenze sembra funzionino per i ‘miserabili’ e mai per i potenti?
Non credo che il sistema sia deliberatamente concepito per girare a vuoto, però questo rischia di essere il risultato di una serie di fattori, non tutti controllabili neppure dal potere legislativo che vanno dall’eccesso di contenzioso, al sovrapporsi di esigenze contrastanti, all’incapacità di una visione complessiva dei problemi e di lungo periodo, alla difficoltà di governare la complessità. Quanto al differente effetto del sistema sui deboli e sui forti questo dipende soprattutto dal fatto che la criminalità cosiddetta predatoria da strada commette reati facili da reprimere: un processo per uno scippo difficilmente richiede più di due ore. Un processo per aggiotaggio richiede mesi o anni, anche per il grandissimo numero di vittime, Questo in parte è inevitabile. Vi è poi un problema di ritardo culturale. Negli Stati Uniti fin dagli anni trenta del novecento si studiava la criminalità dei colletti bianchi, da noi si racconta alla cittadinanza che il problema sono li scippi.
Un giudice non può e non deve perseguire risultati ad ogni costo, ma tentare di fare giustizia con gli strumenti che ha a disposizione, sperando di averne di migliori in futuro. Questo però dipende dal potere legislativo e quindi – in ultima analisi – dagli elettori.
Tanto il centro, quanto la sinistra e la destra hanno tentato di rinnovare l’impianto giudiziario in nome di un troppe volte annunciato giusto processo. I risultati sono sotto gli occhi di tutti; affittopoli è solo l’ultimo scandalo trasversale che interessa l’Italia sia a Roma che a Milano. Quanto di negativo, secondo la sua analisi, è stato arginato da ciò che la nostra Costituzione garantisce e tutela a prescindere dalle istanze rinnovatrici più o meno di convenienza avanzate dalle forze politiche?
Le norme che contano di più a tutela dell’indipendenza del sistema giudiziario sono tutte scritte nella Costituzione. Da anni si propongono modifiche che hanno in comune non l’aumento dell’efficienza, ma la riduzione dell’indipendenza del sistema giudiziario. Senza indipendenza non è possibile affrontare la criminalità legata a centri di potere.
Oggi l’Italia è più o meno corrotta di quella di Tangentopoli degli anni ’90? Quanto potrà reggere il sistema paese a fronte di un indebitamento storico il cui risanamento non è più procrastinabile?
E’ difficile sapere quanta corruzione c’è. Si può sapere quanta ne viene scoperta. Ho motivo di ritenere che se ne scopre meno quando e dove ve ne è di più. Nel distretto di Corte d’appello di Reggio Calabria dal 1982 al 2002 vi sono state due condanne per corruzione eppure relazioni parlamentari segnalavano fenomeni di corruzione diffusi. Secondo gli indici di percezione elaborati da Transparency International (che però riguardano non il fenomeno, ma la sua percezione) l’Italia è un Paese percepito come molto corrotto: nell’Europa occidentale dietro di noi c’è solo la Grecia.
Della squadra ‘Mani pulite’ i vari componenti sono stati interessati, nel corso della loro carriera, da esperienze professionali legate alla storia più turpe di questo Paese. Di questi, uno ha intrapreso la strada della politica fondando un partito. L’osservazione di questo percorso le è stato speculativo per mettere a fuoco il divario che esiste tra politica e giustizia?
Ritengo che il mondo della giustizia abbia regole, comportamenti e modi di pensare molto diversi da quelli del mondo della politica. Però, non conosco abbastanza quest’ultimo a sufficienza (tranne che per gli aspetti patologici) per poter azzardare giudizi.
Separazione delle carriere, una riforma annunciata da più di vent’anni (punto fondante del programma dell’ex venerabile della P2 addirittura), mai realizzata e che ora torna in auge. Si tratta di semplici ritocchi migliorativi al sistema, come qualcuno afferma, o di un cambiamento radicale? E soprattutto, perché agli annunci non sono seguiti mai i fatti?
I cambiamenti proposti sarebbero radicali, ma non li ritengo migliorativi.
La specificità italiana è l’indipendenza del pubblico ministero ed il controllo che ha della polizia giudiziaria.
Questo modello ci è invidiato in altri Paesi e qui si vorrebbe modificarlo. Quanto al fatto che non sia ancora avvenuto non ho spiegazioni, se non che forse è più facile dire che fare.
Lei ha tenuto un bellissimo intervento-conversazione nella sala consiliare di Arcene, piccolo comune di centrosinistra della bergamasca, eccezione in un affastellamento di realtà leghiste. Quali riflessioni si possono fare sui legami tra il partito della Lega e la criminalità organizzata?
E’ riduttivo parlare di un singolo partito. Mori (il Prefetto di ferro) scrisse che la mafia è una vecchia puttana che si struscia a chiunque ha il potere.
So che non può parlare dei processi in corso e le pongo la domanda sotto forma di ragionamento di scuola: perché si ha l’impressione che il 6 aprile non avverrà nulla e che questa vicenda contribuirà ad alimentare quel sentimento di impotenza di fronte all’inarrestabile crescita di amoralità, illeicità e turpitudine?
Appunto, non posso parlare dei processi in corso.























 

 

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