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Conversazione con Marco Revelli

di Massimiliano Forgione - 09/02/2012

Marco Revelli, lei individua negli anni ’80 il momento cronologico in cui incomincia la crisi economica che poi ha segnato la vita dei nostri ultimi trent’anni; le chiedo quando incomincia quella che è una crisi ben più grave, quella culturale, negli stessi anni o ha origini più lontane?
Tutto il ‘900 è caratterizzato da un alto potenziale di crisi distruttiva. Vediamo che, nel momento in cui la tecnica crea quella che è una vera e propria discrepanza tra le azioni prodotte dagli uomini e la loro risultanza, ebbene, proprio la tecnica delle azioni depriva l’uomo della propria soggettività, della propria umanità. Questa è la riflessione che Günter Anders Stern, attraverso un suo libro dedicato alla figura di Eichmann, ci offre quando parla della difesa del gerarca nazista durante il processo di Norimberga, impostata sul fatto che egli eseguisse soltanto il suo lavoro che consisteva nel programmare la partenza di convogli carichi di esseri umani destinati allo sterminio ma che non avesse mai ucciso nessuno. Il risultato di quelle azioni, per mezzo della tecnica, fu il genocidio degli ebrei. Quindi possiamo dire che tutto il ‘900 è attraversato da questo rapporto fortemente ‘squilibrato’ tra uomo e macchina, uomo e tecnica.
Se consideriamo i nessi più stretti tra la crisi attuale e i cambiamenti culturali e antropologici, io direi che questi sono maturati tra gli anni ’70 e ’80 quando, inavvertitamente, c’è stato un passaggio di testimone tra la figura del produttore e la figura del consumatore. Noi vediamo che, fino ad allora, l’eroe sociale era il produttore, che poteva essere il capitano d’industria o l’operaio collettivo, comunque chi materialmente produceva la ricchezza; da un certo punto in poi il motore della società è diventato il consumo e la capacità di generarlo, quindi l’eroe della società è diventato il consumatore smodato. Questo ha creato un grande squilibrio.
Così come smodato e fuori luogo sembra il continuo richiamo di un esecutivo di qualsivoglia colore politico e dell’attuale governo tecnico al coraggio e alla compattezza italiana che ci permisero di uscire dallo stato di povertà del dopoguerra mentre, per dirla alla Pasolini, oggi si tratta di venir fuori da uno stato di miseria.
Si tratta di fare i conti con una miseria in parte reale e in parte potenziale. Viviamo un periodo contraddittorio nel quale ci sono ancora delle forme del precedente modello, quello di una società affluente, che metteva a disposizione una quantità di beni in cui il disagio psicologico era quello di scegliere...
….Gaber diceva che erano gli oggetti a scegliere noi!
.....o di farsi scegliere da troppi oggetti, ad un periodo in cui l’indigenza morde. Ebbene, questi due aspetti schizofrenici convivono e caratterizzano il nostro modo di essere. Però, la differenza tra gli anni ’40 e ’50 ed oggi è abissale; allora, ci si muoveva in un orizzonte in cui il futuro aveva un enorme potere trainante e così è stato per generazioni che hanno migliorato la loro condizione economica rispetto a quelle precedenti, dei loro padri, accrescendo notevolmente la loro autostima.
Oggi, viviamo una dimensione in cui il futuro è impensabile, inconcepibile, inimmaginabile.
Io vedo anche una interruzione nel passaggio del testimone. Mi spiego, c’è tutta una generazione che trapassa e con essa una perdita, definitiva, di vissuti, di narrazioni, che temo irrecuperabili.
Si tratta realmente di un racconto interrotto. E’ vero che è sempre stato complicato trasmettere ai figli il proprio racconto, però, oggi, c’è qualcosa di più profondo proprio perché non si condivide il linguaggio, c’è un vuoto delle parole nel trasmettere l’esperienza, anche perché questa diventa per i figli dolorosa in quanto incomprensibile nelle speranze, aspettative, fiducia che costituiscono quello stesso racconto, che sono state la spina dorsale della generazione dei nostri padri.
E’ difficilissimo immaginare un futuro ma forse tornare ad una società contadina può essere una possibilità, non so mi viene in mente Carlo Levi e il suo Cristo si è fermato a Eboli, alla bellissima capacità che l’uomo può avere di innamorarsi della vita contadina. Quindi, destrutturare e tornare alla terra, può rappresentare una possibile via?
Io ho imparato da mio padre a non idealizzare il mondo contadino, perché è un mondo molto duro, spietato, i rapporti uomo-donna erano talvolta brutali, la mortalità infantile era altissima; però, è vero che quella era una cultura, nel senso che aveva una sua coerenza e armonia interna, come quella alto-borghese, altre non ce ne sono state; la fabbrica ha prodotto una cultura effimera, molto sublimata politicamente ma crollata come esperienza politica stessa, lasciando dietro di sé quello che Pasolini aveva individuato come la mercificazione totale del mondo.
Per questo non può essere predicato il ritorno ad un idillio agreste che non è mai esistito; però è vero che bisognerebbe ristabilire i contatti con i codici comunicativi di quella cultura, con quei linguaggi, perché erano umani…
…e avevano una possibilità di essere tramandati, di avere una continuità….
…e produrre racconto, stile di vita.
C’è tanta speculazione intellettuale intorno all’articolo 18. Destrutturarlo significa togliere dignità al lavoro che contribuisce alla formazione della dimensione umana e quindi deprivare la persona della sua cittadinanza?
Io credo che l’articolo 18 sia l’emblema del feticismo delle classi dirigenti, delle tecnocrazie globalizzate. Questo dibattito è completamente dentro la dimensione virtuale del mondo finanziario. Dal punto di vista dell’economia reale, quello del funzionamento dell’impresa, è assolutamente irrilevante e, tuttavia, fa parte del codice delle tecnocrazie globalizzate finanziarie, è una voce del rating, quindi, ripeto, totalmente feticistica, come la TAV in Val di Susa per intenderci o la liberalizzazione delle licenze dei tassisti: tutta materia ininfluente sull’economia reale ma buona per l’andamento dei listini di borsa.
Sarebbe interessante se, codice feticistico, diventassero i 5milioni di euro ultimi di premio che l’a.d. della Fiat Marchionne si è accreditato…..
…appunto, invertire il punto di vista, incominciare a parlarne, invece che dell’articolo 18.
Ieri ricorreva il bicentenario della nascita di Charles Dickens che narrava una Londra nel pieno dell’esplosione industriale….
….protocapitalistica.
Non che oggi manchino i narratori di questa nuova condizione del lavoro e del vivere sociale ma ho l’impressione, temo, che manchino i lettori.
Interessante ciò. Io credo che un po’ stia nel fatto che il racconto non morde perché è venuta meno quell’unità di luogo e di tempo che sta alla base della narrabilità. Cioè, in questo mondo di flussi, di delocalizzazioni, di relazioni a distanza, di virtualità, narrare la sostanza sociale è in qualche modo impossibile, quindi il racconto diventa impossibile. Dice Paul Ricoeur che il racconto è una ricapitolazione di senso; in Temps et récit spiega come la narrazione è una riconfigurazione del tempo e ricapitolazione di senso: la non narrabilità dell’essere sociale attuale ne testimonia l’assenza di senso, di intervenire nel suo interno.
L’editoriale di questo numero si conclude con una massima di Ennio Flaiano: “Coraggio, il meglio è passato!”
(Ride) E’ perfetta!
Un po’ triste ma, quando la narrazione della società manca, viene interrotta, il livello di allerta è abbondantemente superato.
E’ un’apocalisse culturale. Un ritorno al periodo preomerico, ritorniamo ad essere vittime delle sirene.

 

 

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