Il Mattatoio - Giornale indipendente


 

Editoriale

Notiziario

Intervista

Scienza e Ricerca

Il Rubricario
  - Spettacoli
  - Film
  - Libri
  - Musica

Conversazione con

Il Punto

Aforismi, riflessioni e bestiario

Ciclicità

Economia

eBook

HOME PAGE

 

 

Conversazione con


Da questa parte del mare, c'è l'uomo
Conversazione con Gianmaria Testa

di Massimiliano Forgione - 25/10/2007

Artista scoperto in Francia e poi importato in Italia.
C’è lo spettacolo e poi c’è la comunicazione. L’arte è un’altra cosa. Adesso sono tutti artisti, non è così, gli artisti sono rarissimi.
Vuoi dire che non ti definisci un artista?
Non perché sono modesto. L’artista è un’identità precisa, fa scoprire qualcosa che da soli non si sarebbe mai scoperta, comunque, dopo di lui è diverso. Io sono una persona che comunica, come altri che lo fanno onestamente o disonestamente….
….tu mi sembra che lo faccia molto onestamente!
Sono uno che non potrebbe cantare altro che la propria vita. Non chiedo che sia condivisibile o condivisa, però quella è! Io comunico anche attraverso le canzoni; non chiedo niente di più ma non faccio neanche sconti, nel senso che per me questa è una cosa degna, non è arte, è comunicazione. E’ una forma degna di comunicazione che dovrebbe essere più valorizzata e invece il mercato impone anche prodotti scadenti, e questo è un peccato, perché la canzone dovrebbe preservare il suo alto valore comunicativo, non dovrebbe essere di così facile accesso, più una cosa è popolare, più dev’essere rispettata.
Hai affrontato, con il tuo ultimo lavoro, il tema drammatico dell’immigrazione e mi sembra che tu l’abbia fatto con il dolore di chi ha in qualche modo vissuto sulla propria pelle questo dramma. Per me questo è indice di onestà intellettuale.
Io non so scrivere a comando, neanche a comando di me stesso. In questo riconosco la grandezza di De André che faceva dei dischi tematici; io c’ho messo 15 anni a scrivere Da questa parte del mare. Il punto di partenza è molto semplice, è un’amara considerazione: noi siamo una nazione di emigranti, lo siamo stati fino alla generazione scorsa; tu dall’accento che hai sei un emigrante….
….di Bari….
…ecco! Mi ricordo di quando a Torino scrivevano: Si affitta ma non ai meridionali. Questo è successo fino ad una generazione fa…..

Gianmaria Testa mi lascia per andare ad esibirsi sul palco. 1h30m dopo

Mi sembra che tu abbia detto molto questa sera sul palco, con le tue canzoni e i monologhi di Erri De Luca. Ti vorrei chiedere questo: la tragedia umana, per come quotidianamente la viviamo, di cosa ancora ha bisogno prima che si arrivi ad un punto in cui ci si accorge che è lì il baratro ed oltre non si potrà andare?
Una volta pensavo che ci fosse un fondo, toccato il quale sarebbe stato difficile risalire. In realtà, il fondo non c’è, c’è il buco nel fondo, come nell’ozono, quindi non c’è! La tragedia umana probabilmente è insita nell’uomo e a noi compete almeno questo compito: che non sia dimenticata, non far finta di niente. Per come la vedo io non c’è beatitudine possibile in un mondo squilibrato, io penso che non si possa stare realmente bene sapendo che qualcuno sta male. Quindi, questa è la direzione verso la quale tendere e chi ha voce deve sentire questo fardello in più: dare visibilità alla tragedia umana, perché non sia dimenticata.
Una sorta di dovere morale.
Sì, il dovere di guardarsi attorno e almeno di dire quel tipo di verità, non lasciarsi scivolare le cose addosso. Questo non vuol dire che tutti dobbiamo diventare tristi……
….no, anzi, con l’allegria si riesce a comunicare su grandi temi sociali.
Ognuno a modo suo deve sentire il dovere morale di manifestare anche per quelli che non possono farlo.
L’aforisma che pubblicheremo sul prossimo numero è tratto da un bellissimo spettacolo di Giorgio Gaber E pensare che c’era il pensiero e recita: “Un uomo solo che grida il suo no, è un pazzo, milioni di uomini che gridano lo stesso no, avrebbero la possibilità di cambiare veramente il mondo.”
Questo è il sogno di tutti, il problema è che ormai uno degli effetti della globalizzazione è che i no devono diventare veramente tantissimi. In questo periodo vediamo in Birmania il corteo silenzioso dei monaci, fanno notizia perché i monaci non si occupano normalmente di queste cose ma se anche loro scendono in piazza vuol dire che la situazione è veramente grave. Però, perché le cose cambino davvero, bisogna essere veramente in tanti e continuare a dire i propri no nel quotidiano. I no che oggi è necessario dire non hanno più connotazione politica, sono dei no contro delle cose disumane.
Cosa ne pensi di questa ondata di antipolitica?
Brecht diceva: “Triste il popolo che ha bisogno di eroi”, a me viene da dire adesso: “Triste la società che ha bisogno di un comico”.
Un popolo ridotto così che futuro ha?
Non lo so. Io vengo da tempi diversi, da tempi in cui tutto era politica, anche il personale era politico. Adesso sono tempi, mi sembra di poter dire, superficiali; uno degli effetti peggiori è il massimalismo, il rimanere sempre in superficie, ma la realtà è complessa e nessuno ha più voglia di complessità. Certo, la complessità della realtà per essere interpretata degnamente non ha bisogno degli slogan, una sorta di usa e getta delle parole, delle battute, ha bisogno di quella cosa complicatissima che è la politica, dove si discute, si sperimenta, si ragiona.
Noi ci dobbiamo rassegnare all’idea che siamo in tanti, c’è un disequilibrio molto forte, una forbice che si allarga sempre di più, i problemi sono molto complessi e non si risolvono se non con la politica. Insomma, prima o poi dobbiamo poter credere che un nuovo Umanesimo possa realmente nascere.























 

 

Immagini articolo


 
 
 

Il Mattatoio - Giornale indipendente