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Conversazione con Mimmo Castellano, memoria storica del nostro Paese, testimone del nostro cambiamento antropologico

di Marco Giardina e Massimiliano Forgione - 19/11/2013

Video - Farinella saluta Mimmo Castellano

 

Mimmo, parliamo un po’ di come è cambiata la tua vita lavorativa e la tua esperienza umana da che in Italia vi era un Governo democristiano a quando poi sono subentrati i socialisti.
La mia vita è stata già abbastanza lunga (82anni) ed ho avuto la fortuna di incominciare a lavorare verso la fine degli anni ’50. Con il senno di poi le cose si riconsiderano e si vedono in maniera diversa, perché allora, mi sembrava che tutto andasse male. Noi abbiamo avuto, ininterrottamente, dal ’48 al ’62 governi democristiani (monocolore) di cui io vedevo solamente i difetti, quando poi le cose sono cambiate, ho capito che andavamo verso il baratro.
Noi avevamo delle aziende si Stato eccezionali la cui madre era l’IRI e nel quale confluivano Eni, Rai, Alitalia, Ilva, tutte con un’organizzazione culturale autonoma, cioè le persone che curavano l’immagine dell’azienda non erano nominate dai partiti. La DC lasciava piena libertà alle aziende nella scelta dei loro professionisti che erano, tutti, di altissimo livello culturale e l’immagine dell’Italia ai quei tempi era altissima a livello mondiale. La proposta culturale promossa da chi di ciò si occupava era di livelli invidiabili e un posto di rilievo, in tutto ciò, l’occupava la grafica attraverso un’immagine molto attenta e di grande livello professionale.
Nel tempo, in quella che è stata l’inizio della nostra involuzione politica, i democristiani, nel ‘62 aprono ai socialisti. Questo è stato il vero inizio della fine perché, i socialisti, nel momento in cui entrano nella stanza dei bottoni, occupano militarmente tutte le sedi, spazzando via tutto quanto era stato costruito in tanti anni di lavoro. Di conseguenza, viene meno l’interlocuzione autorevole e preparata che fino a quel momento vi era stata, sostituendola con personaggi che non avevano nessuna pretesa culturale.
Quindi, io, senza dubbio, posso affermare che all’inizio degli anni ’60, in Italia, vi è stata una caduta libera della cultura. Prendiamo l’esempio della Rai, buona parte delle trasmissioni erano basate sulla cultura, mentre se prendiamo la Rai di adesso, di culturale non c’è più niente, è un’azienda in concorrenza malata con Mediaset, con tutte le conseguenze che ne comporta. Ciò, vuol dire che, da allora, noi, in Italia, non siamo più cresciuti.
L’infiltrazione politica nelle aziende ha significato occupazione di poltrone con crescita esponenziale del numero e spartizione delle stesse con logiche clientelari. Un esempio, l’ADI (Associazione per il Disegno Industriale), prima della conversione al nuovo corso, i soci erano 125 e per entrarvi dovevi essere cooptato per meriti professionali, in seguito allo sconvolgimento che ha nome e cognome: Bettino Craxi, gli uomini del nuovo potere entrarono militarmente nell’ADI, per cui, i soci diventarono 700 e, oggi, ne conta intorno ai 4000. Ora, è difficile immaginare che ci siano realmente 4000 professionisti in grado di fare determinate cose, del resto, tornando alla Rai, vediamo quanto le immagini, a livello grafico, siano orribili.
Questa distruzione è una scelta, un progetto, incapacità o altro?
Pura ignoranza, semplice mancanza di cultura. Non ci si può improvvisare, ogni arte ha la sua specificità e competenze, affidarle agli amici degli amici ha avuto conseguenze disastrose. Ma ciò è mancanza di visione, cialtroneria, incuria, mancanza di gusto. Tutte cose che, oggi, ci caratterizzano molto.
Come nasce professionalmente Mimmo Castellano?
Ho incominciato il mestiere di grafico da autodidatta. Allora non c’erano scuole e la grafica, concettualmente, non esisteva. Ha incominciato ad esistere quando lo studio Buggeri di Milano ha fatto venire due importanti grafici dalla Svizzera: Max Uber e Albe Steiner che hanno impostato un discorso diverso, affermando che la grafica è una scuola di pensiero che organizza la comunicazione facendola diventare visiva e, quindi, sganciandola dalla dimensione pittorica, pensiamo a Gino Boccasile per esempio. Così, la grafica, diventa disciplina e si sgancia dalla pittura, in quanto, la pittura sta all’illustrazione ma la grafica non sta a nessuna delle due, è un’arte completamente a sé, è una disciplina dell’ordine delle cose, della gerarchia della comunicazione, dello studio del lettering, ossia l’uso dei caratteri giusti che riescano a comunicare in maniera incisiva, efficace, agevole per chi riceve il messaggio. Quante volte ci arrabbiamo perché i titoli di coda risultano illeggibili; ebbene, la grafica questo problema l’ha risolto da tempo, e questo malessere denuncia il fatto che la scelta clientelare delle maestranze va tutta a scapito della qualità.
Per l’IRI hai fatto lavori importanti, ce ne dici alcuni?
Ho lavorato 10 anni per la Rai, 5 per l’Italsider, Alitalia, disegnando loghi e marchi che non riconducono più a me perché sono stati rimaneggiati fino a snaturarli con la tecnica dell’aggiornamento degli stessi al solo scopo di spartire un sacco di soldi. Pensiamo che, quando si fa il marchio per un’azienda bisogna anche disegnare il carattere che diventa esclusivamente suo e non è di serie. Di fatto, vediamo che la Rai e le FS hanno lo stesso carattere che è il ‘futura’. Quindi, bassa qualità ad altissimo costo contro ogni etica professionale. A coprire tutto ciò, una vera e propria opera di oscuramento nei confronti dei pochi validi che sono rimasti, perché Erberto Carboni, Franco Grignani, Pino Tovaglia, non ci sono più e, nell’oblio generale, tutto passa sottotraccia.
Lega il tuo nome a dei lavori.
Il lavoro più prestigioso è stata la decorazione della volta del Teatro Regio di Torino con l’architetto Carlo Mollino dove si è trattato di alleggerire la pesantezza di un blocco di cemento che riproduce la conchiglia di una cappasanta e che va dal palcoscenico all’ultima fila della platea. La grafica entra in gioco perché, attraverso una sfumatura che parte dal boccascena, sono riuscito a rendere gradevole 1200mq, cosa per niente semplice con i mezzi disponibili e risolvibile solo con una gradazione studiata della scala dei colori.
Avevo precedentemente avuto a che fare con il teatro in quanto fui scenografo per due anni del Piccolo teatro della città di Bari con una capocomico di livello che era Paola Borboni; curai la scenografia de Lo zoo di vetro di Tennesse Williams nel ’53-‘54, tra l’altro molto complicata, con i tubi Dalmine Innocenti che servivano da telaio per mettere i veli semitrasparenti di taffettà. Il colore che scelsi fu il viola, completamente ignaro di ciò che significasse, a vent’anni molte cose sfuggono. I tubi non arrivarono se non il giorno della prima. Quando Paola Borboni arrivò a teatro alle due del pomeriggio per iniziare la concentrazione prima dello spettacolo alle nove, vedendo i teli, incominciò a investirmi di parolacce; all’epoca aveva 50 anni che contro i miei venti, insomma, fu traumatico. Comunque, lo spettacolo fu un successo enorme e mi valse un abbraccio memorabile a seno nudo da quella che ancora era una bella donna, sfatando di fatto il mito della sfortuna del viola a teatro.
Negli anni di Bari ideasti la rivista Sud tramite la quale denunciavi un certo malcostume, che ebbe un ottimo successo e ti portò anche diversi guai. Quali erano le tue motivazioni?
Secondo me uno non si può limitare a fare il proprio mestiere e basta, difatti, la lezione che io ho avuto mi dice che, se i corsi politici si mettono di traverso, il tuo mestiere non lo fai più. Ma io ciò l’ho capito in seguito, allora, capivo che bisognava dare un contributo per chiarire questioni fondamentali che erano oscure. Si viveva di rendita su un presunto meridionalismo che non esisteva e che era il monopolio di quattro intellettuali che da ciò campavano scrivendo articoli che non servivano a niente. Nessuno andava a vedere le radici della mancata crescita. Noi, come Regno delle due Sicilie stavamo benissimo, a Napoli vi erano industrie di altissimo livello; dopo l’Unità d’Italia i danari del Sud sono serviti per fare l’asse industriale Genova-Milano-Torino. Questo io denunciavo con la mia rivista. Il 1° numero creò parecchi malumori, soprattutto alla Gazzetta del Mezzogiorno. Il giorno dello sciopero degli edili vissi le mie vicissitudini che raccontai nel 2° numero che arrivò ad una tiratura di 10.000 copie. In pratica, il direttore della Gazzetta telefonò al questore e mi fece identificare come sovversivo, descrivendomi minuziosamente, con al collo la mia Rolleiflex e le due Laica e dicendogli che avevo bisogno di una lezione. Quindi fui portato in Questura, pestato e interrogato dal giudice istruttore. Fu una brutta esperienza, ne uscii malconcio ma vivo. L’accusa che mi muovevano era di riunione sediziosa e resistenza a pubblico ufficiale. La mia difesa, davanti al giudice, fu decisa in quanto lo misi in guardia dal rischio di prendere una cantonata perché, con tre macchine fotografiche al collo come quelle, difficilmente puoi resistere e in quanto alle riunioni era tutto da provare. Quindi, alle due fui arrestato e a mezzanotte rilasciato. La rivista era qualcosa di altamente professionale in quanto avevamo collegamenti con il gruppo Labriola, con il partito d’azione, il giornalista di spicco Ruggero Zangrandi scrisse per noi l’articolo Il breve viaggio nel fascismo che riprendeva il titolo del suo libro Il lungo viaggio nel fasciamo a causa del quale si tolse la vita; quindi, un fatto estremamente serio che fui costretto a chiudere per bancarotta, in quanto il mio socio, Peppino Schito, uomo di grande valore e talento, si era venduto le pubblicità per beni in natura. Così, io mi ritrovai indebitato di 5milioni (allora ti compravi un appartamento) e ne uscii con una fideiussione di mio nonno e un debito che mi sono portato dietro per diversi anni. All’epoca dei fatti avevo trent’anni.
Così decidi di venire a Milano…..
Come un imbecille….
Perché?
Perché venivo nella tana del lupo, Craxi era l’imperatore della Lombardia. Io sono molto orgoglioso e non ho mai cercato lavoro, mi è sempre arrivato e in ciò ho avuto fortuna in quanto conoscevo molto bene il Presidente della Confcommercio e dell’Unione del Commercio di Milano. Ai tempi dell’Expo, facevano dei manifesti osceni, così, all’VIII esposizione preparai il mio manifesto e chiesi un colloquio con Peppino Orlando per denigrare quanto fatto fino ad allora, pregarlo di smetterla di far del male alla grafica e regalargli il mio manifesto. Da allora incominciai a lavorare e tanto ma, quando Orlando morì, smisi per sempre.
Imbalsamato nel mio onore, riempito di plausi e riconoscimenti ma relegato al silenzio professionale. Perché tutto è fondato sulla mediocrità, sul clientelismo, sul familismo; le coscienze critiche vanno fatte tacere, al limite anche onorarle, pur di non farle esprimere.
(intervista disponibile alla sezione video)























 

 

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