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Conversazione con


Conversazione con Giulio Casale

di Massimiliano Forgione - 10/05/2014

Come nasce l’idea di questo spettacolo su De André Cattive strade con Andrea Scanzi?
Innanzitutto perché ce l’hanno chiesto, qualcuno ha pensato a noi due insieme, sapendo i nostri riferimenti comuni. Siamo nati entrambi nel ’70 e siamo cresciuti con Gaber, De André, Tenco, Jannacci, Guccini e poi Fossati; insomma, abbiamo un sacco di maestri in comune e quindi era normale, prima o poi, trovarsi a condividerli.
Giulio un cantante, musicista e Andrea un giornalista; com’è strutturato lo spettacolo?
E’ abbastanza schematico, c’è un giornalista che parla, narra, ripercorrendo la carriera più che la biografia di De André e io che ne eseguo le canzoni interpretandole. Il focus è sui dischi di De André non sulla sua vita privata, sulle svolte che lui ha impresso di volta in volta nel tentativo di non ripetere mai se stesso, anche grazie ai suoi collaboratori su cui apriamo una grande parentesi durante lo spettacolo: Piovani, De Gregori, Bubola, Bentivoglio, i fratelli Reverberi, Mannerini; poi De André ha tradotto Brassens e altri autori senza dichiararlo. Insomma, De André viene definito il più grande cantautore del ‘900 ma in realtà ha scritto pochissimo di suo e questo è una riga dello spettacolo. Comunque, ho detto schematico ma nella parte finale cambia e diventa tutt’altro.
Come viene calato nella realtà sociale e politica attuale?
Diciamo poco su questo, non ci sono riferimenti sensibili. Chi viene a vedere lo spettacolo conosce gli artisti e la loro posizione politica e ideale, quindi, vi è già una presa di posizione. Non c’è molto da dire in un momento storico come questo in cui tutto sembra finito, sbagliato, corrotto, da rifondare, e la discussione verte su temi ridondanti e ne tralascia di fondamentali, che sembrano ormai appartenere a una minoranza sempre più tale ma la cui rimozione è anche causa della disumanizzazione della nostre società. Insomma, io continuo a dire che Geordie non va impiccato. E questa è una scelta culturale, io sono veramente andreiano a livello di categorie valoriali. Pensiamo solo a quanto accade con i ‘clandestini’, ebbene, oggi, anche chi ascoltava De André tende ad essere per i respingimenti, dimenticando la pietà che uno dei valori fondanti delle società. Ormai, la maggioranza è per un’idea cinica di civiltà. Ecco perché ascoltare De André è molto importante in questo momento storico e più valevole di qualsiasi discorso. La nostra idea folle di civiltà non prevede più l’accettazione dell’eccentricità; le linee di confine tracciate sono tante, le categorizzazioni innumerevoli, per cui l’additamento, oggi, è un atteggiamento mentale spontaneo. Nessuno prevede più l’eccentricità rispetto a se stesso. Se negli anni ’60 e’70 era normale e persino di moda operare il dissenso attraverso un modo di essere, oggi non lo è più. Magari vi era il problema opposto: il conformismo di essere contro, altro. Comunque, il 30% degli italiani si riconosceva in altro rispetto allo Stato, alla Democrazia Cristiana, è avvenuto questo e probabilmente lo è ancora anche se questa percentuale incomincia a pensare, nella sua mutazione antropologica, che però: chi non ha un lavoro, una casa, non parla l’italiano, non crede nei nostri valori, non può varcare il confine, deve rimanere nel proprio Paese. Tutto ciò è tremendo, estremamente violento, sono crimini contro l’umanità.
La moda è subdola, concede alle coscienze un tempo di latenza e poi fagocita tutto, ribaltando mondi valoriali che diventano, appunto, sempre più minoranza. Gaber, con Quando è moda è moda, prese le distanze da un certo modo di essere di sinistra che, dopo trent’anni, molti fanno ancora fatica a riconoscere.
Verissimo. Su questo, io e Andrea siamo in perfetta sintonia. Ossia, non ci rendiamo conto della nostra miseria anche quando ‘politicamente corretta’. Non basta votare PD per avere la coscienza a posto, bisogna essere realmente altro rispetto allo sfacelo a cui ci hanno subordinato. Non c’è una parte corrotta e un’altra pulita, è tutto compromesso e stare da una parte o dall’altra non basta più. Ciò è evidente e va discusso.
E quindi, nel momento in cui dobbiamo concretizzare il nostro apporto attraverso il voto?
E qui è un casino. Io di solito non voto e so che sbaglio. So che Andrea, nel segreto dell’urna voterà 5 Stelle. Capisco che in questo momento sarebbe la cosa da fare per riconoscere alla Sinistra una colpa storica imperdonabile: il suo ritardo. Però, non riesco a farlo perché il linguaggio è stato violentato, non mi riconosco più in parole come riforma, tanto meno rivoluzione, progresso. Cosa vogliono dire nel momento in cui tutti abbiamo paura del vero cambiamento e, coloro che si definiscono progressisti, sono in realtà conservatori, perché l’istinto di proteggere ciò che di sicuro si ha è quanto muove le coscienze. Non basta colorare un’idea per cambiarla, il suo senso profondo, oggi, è radicalmente tradito. Riconosco che votare in massa il Movimento 5 Stelle porterebbe a una svolta, però non riesco a prendere posizione su alcune posizioni di Beppe Grillo.
Forse è il momento di abbandonare questa moda di riconoscersi nella sirena che canta e analizzare quanto nel concreto sta avvenendo. Voglio dire, Beppe Grillo ormai rappresenta se stesso e sarebbe il caso di non prestare più attenzione alle sue urla, ma di concentrarsi sul buon operato dei parlamentari 5 stelle.
E’ la posizione di Andrea. Dalle colonne del Fatto quotidiano ha più volte chiesto ai grillini di essere autonomi. Ed è vero che sono altro rispetto a Grillo, io li ho conosciuti a Roma dopo lo spettacolo ed ho respirato una bellissima aria, un potenziale di cambiamento straordinario. Però, ricordo che avvertivo un fastidio quella sera, perché non riesco a riconoscermi in questa giustificata idea e voglia di vendetta che li caratterizza. Mi spaventano le conseguenze di questa necessità e penso che cercare di sostituirsi a questa classe politica, relegandola a un passato che sarà da tenere lontano, sia la cosa più saggia da fare.























 

 

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