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Conversazione con il professore Duccio Demetrio

di Massimiliano Forgione - 17/11/2014

Perché sono importanti la narrazione e la scrittura? Mi rifaccio al suo bel libro Perché amiamo scrivere (Raffaello Cortina Editore)
Gli esseri umani hanno appreso a narrare d’istinto, dato scientifico incontrovertibile. In seguito, alla narrazione, si è aggiunta la scrittura. Entrambe queste forme di espressione sono nate con lo scopo di comunicare. Si tratta di una vocazione comune e di una necessità vitale che, a seconda dei tempi più o meno veloci della storia dell’umanità, oggi, trova, con le nuove tecnologie, la sua massima espressione. Pensiamo alla narrazione fatta anche attraverso le immagini; ebbene, la scrittura si giova delle moderne tecnologie che contribuiscono alla diffusione di quella che Foucault definiva: Una tecnologia di sé.
Su questo punto voglio insistere minimamente, perché, alle origini della scrittura, non esisteva questa domanda, questa urgenza di raccontarsi in prima persona. Avviene successivamente che, con il progredire delle culture, soprattutto dei processi mentali che oggi noi chiamiamo di carattere introspettivo, la scrittura si è rivelato uno strumento potente, anche per la costruzione della nostra storia, della nostra identità, per il potenziamento di quello che chiamiamo, anche, pensiero interiore.
Quindi, l’evoluzione della scrittura ha contribuito, anche, all’affermazione dell’idea di soggettività e di identità, fino a giungere alla sua apicale affermazione che è l’autobiografia.
Lei afferma che attraverso la scrittura riscopriamo il plurale: il tu e il noi.
Sì, perché nei procedimenti cognitivi dello scrivere, si compie un procedimento interessante e costante, rappresentato da ciò che, da molti anni, chiamo: sdoppiamento cognitivo. E’ come se lo scrittore, non solo scrivesse come ad occhi chiusi, ma vedesse continuamente la propria immagine rispecchiata sul foglio di carta, oppure, diremmo oggi, sullo schermo. Questo potere, che la scrittura ha, è importantissimo, in quanto ci permette di distinguere: l’io dal tu, l’io dal noi, al fine di riuscire ad osservarci meglio, di rifletterci. Io credo che, se gli studi di Giacomo Rizzolatti proseguiranno anche sulla scrittura, ne potremo sapere di più sui ‘neuroni specchio’ che agiscono sul procedimento dello scrivere.
Questo sdoppiamento, ovviamente nella sanità mentale, perché il discorso diventa diverso qualora ci fossero delle patologie, dà luogo all’altro mondo, quello della letteratura che, come diceva già Proust, forse è ancora più vero di quello reale.
Questi sono i meccanismi che vengono messi in moto da parte di chi scrive. Quali sono quelli messi in atto da parte del lettore?
In parte assomigliano a quelli che troviamo nello sdoppiamento. Il lettore appassionato, quello che non mira tanto a prendere una distanza da ciò che legge, che è affezionato e che spesso rischia di perdersi nel testo, dà luogo ad una immedesimazione, ad una vera e propria identificazione. Ed è un processo che avviene già nell’infanzia, il bambino entra ed esce continuamente dalle proprie fantasie; e così gli adulti, prendono e interrompono le letture, ritrovando l’offerta di un mondo ulteriore, nel quale talvolta cercano loro stessi, altre evasioni dalla realtà, attraverso processi di carattere cognitivo fortemente guidati dalle emozioni. Per cui, un autore ci cattura, più o meno, in misura di ciò che ci assomigli o di cui siamo in cerca.
Ha già fatto riferimento ai social network. In che modo, a suo avviso, è cambiata la scrittura con l’avvento di queste nuove forme di condivisione, di comunicazione?
Io mi occupo prevalentemente di scrittura di sé, autobiografica. Ecco, da questo punto di vista i social network sono stati una vera e propria rivoluzione all’esposizione di se stessi. La scrittura viene utilizzata, come mai prima era accaduto, come forma di narcisismo, come atto di esibizione. Però, non dobbiamo mai dimenticare che, con l’avvento del digitale, si va compiendo, anche nel nostro Paese, che ha sempre sofferto di questo fenomeno tristissimo, un vero e proprio processo di alfabetizzazione. Anche se si scrive male, si legge male, non c’è mai stata così tanta diffusione di scrittura. Quindi, è vero che, al di là delle considerazioni socio-politiche che ognuno può fare, nell’arena globale assistiamo a eventi, prima, assolutamente inimmaginabili.
La scrittura autobiografica si è evoluta grazie alle nuove tecnologie, perché, il solo atto di scrivere, non più con la penna, con la macchina da scrivere, ma con la potenza che ci offre il ‘personal’, permette al narratore, allo scrittore di un’autobiografia, di muoversi con maggiore creatività nella ricostruzione della propria storia. Quindi, non siamo più vincolati allo stile autobiografico settecentesco, ottocentesco, che inizia cronologicamente dall’infanzia e persegue una linea di scrittura coerente con i tempi di vita. Oggi, la scrittura digitale ha aumentato notevolmente il nostro potere di trasformare la nostra autobiografia, come spesso si dice, in una ‘autofiction’, qualcosa che attinge non all’immaginazione ma all’immaginario che è intrinseco alla scrittura stessa, in un altrove che ha il potere di moltiplicare la nostra espressività.
Quindi lei dice che, nel momento in cui lo scrittore dà vita ad un ‘io’ ausiliario, il potere cognitivo dello scrittore e del fruitore è spinto oltre.
Sì, e questo si riscontra anche nelle patologie. Io mi occupo anche delle patologie legate all’esistenza, momenti di depressione, di ferita, di mancanza, di perdita e, in casi che non chiamo clinici ma di disagio esistenziale, constato come la scrittura svolga una funzione di risveglio dell’autostima, proprio nel momento in cui viene data vita ad una controfigura di se stessi, quindi essere aiutati, sollecitati, da quella che potrebbe apparire come un’allucinazione. Insomma, la scrittura vissuta come terapia, con tutte le cautele per i significati plurimi di questa parola. Ma è sicuramente provato il valore di antidoto che la scrittura secerne, che questo evento determina nell’aiutare a trovare modalità, talvolta soltanto di lenimento, o come si diceva nell’antichità aristotelica, di catarsi individuale, di purificazione, di espulsione nel dolore della sofferenza. L’aspetto determinante è costituito dal fatto che la scrittura dà luogo al fantasma che, psicanaliticamente, aiuta a procedere, ad andare avanti nella vita, una sorta di protettore molto personale.
Quando lei osserva la realtà e i tanti accadimenti che caratterizzano la nostra quotidianità, pensa che la nostra società sia stanca di raccontarsi o presa da narrazioni fuorvianti?
Questa è una bella domanda. Siamo immersi nella società che più volte direi definita: a narrazione esasperata. Ma dovremmo chiederci se si tratti veramente di narrazione. Se ci atteniamo al termine in questione, una narrazione dovrebbe aiutarci a sviluppare sempre delle storie dotate di un inizio, di uno sviluppo, di una conclusione e di un senso, della morale della favola. Oggi, non è così. Più che di narrazioni, per come si sono scritte per centinaia e centinaia di anni, assistiamo ad una grandissima dispersività narrativa fino a perdere il filo del discorso. Viviamo all’insegna di una narrazione interrotta, che si tratti di noi o del nostro interlocutore, sostenendo, ognuno, le proprie legittime ragioni, ma vedendoci, di fatto, produttori di rumori, come si dice nelle scienze del linguaggio. Oggi, produciamo e siamo esposti a narrazioni prive di senso, di significati, generatrici di ridondanze destinate a creare una nuova retorica.
Quindi, il necessario silenzio a cui lei fa riferimento nei suoi scritti, lo auspicherebbe per l’oralità più che per la scrittura.
Sì, io ho fondato, assieme ad alcuni amici e amiche, quattro anni fa, Accademia del Silenzio, proprio per ragionare e riflettere, dal punto di vista teorico, scientifico, filosofico, letterario, poetico, musicale, che il silenzio diventa, anche per noi, una tensione e attenzione pedagogica. Per esempio, il lavoro che stiamo facendo con le scuole, che vede coinvolti bambini della scuola elementare, ragazzi della scuola media e del liceo, chiede di riflettere sul silenzio e vede nascere delle narrazioni di grandissima importanza in cui si scopre che i silenzi, gli estraniamenti, spesso di ragazzi tacitati dagli insegnanti, rivelano dei mondi altrimenti sommersi e inesplorabili. Questo avviene qualora si adotti un approccio di ascolto, sia delle parole che dei silenzi.
Innanzitutto, occorre dire che il silenzio è strutturale alla scrittura. Infatti, in un mio laboratorio con una classe di terza media, abbiamo lavorato con la scrittura, stupefacendo gli insegnanti, che per due ore hanno visto i ragazzi capaci anche di stare in silenzio. Ma non scrivendo un tema, bensì di loro, di ciò che li può coinvolgere.
La cito: ‘La passione di chi scrive attraversa il vuoto, sopporta l’angoscia di privazione, una solitudine proverbiale.’
Io attribuisco grande importanza alla solitudine come momento di raccoglimento nel senso più laico possibile, di concentrazione su di sé, di momento necessario alla creatività. Alla solitudine, con l’ausilio della scrittura, va attribuita la possibilità di risalire ad un rapporto più intimo possibile con le parole. Il mio ultimo libro La religiosità della terra (Cortina Editore), conia il concetto di ‘econarrazione’, ossia di una nostra capacità di disporci all’ascolto, all’interpretazione di certi fenomeni, di dare più spazio alle voci, ai linguaggi della natura, secondo quella che è la nostra migliore capacità, attraverso la fantasia o il lavoro scientifico, di ristabilire questo verso che si basi sul connubio silenzio - solitudine.
Mi lasci dire, infine, che la parola solitudine deriva dalla parola latina ‘suolo’, da un rapporto con la terra, da una relazione soggettiva, individuale con la terra, perché ciascuno di noi lascia un’ombra dietro di sé che è la sua, sì, la sua ombra solitaria. Ecco perché ritengo assolutamente necessario intraprendere delle strade di lavoro su di sé, di ricerca, nelle quali, la solitudine, possa dimostrarsi una risorsa, non solo come bene rifugio, isolamento, ma come occasione per generare maggiore pensosità esistenziale.























 

 

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