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Conversazione con Furio Colombo

di Massimiliano Forgione - 14/01/2015

Qual è stata la sua riflessione sui fatti di Parigi? Non solo la prima, istintiva, ma anche quella che pian piano prendeva corpo fino ad arrivare a quella sedimentata.
Come persona coinvolta nel mondo dell’informazione, non potrei dire di essere stato colto totalmente di sorpresa, non lo è stato l’obiettivo, il senso orrendo e demenziale della missione, in linea con quanto rivendica il califfato e tutto il nuovo movimento radicale islamico. Ciò che mi ha sorpreso è stata la facilità con cui i terroristi abbiano potuto agire in un Paese che noi consideriamo meglio organizzato del nostro. Ecco, dal momento che, molto spesso, le osservazioni che facciamo e le critiche che muoviamo all’Italia sono basate sul confronto con altri paesi europei, in particolare Francia e Inghilterra, ebbene, l’agio che i terroristi hanno avuto nell’agire, la mancanza di una qualsiasi intercettazione del pericolo e il buono spazio di fuga che hanno avuto a disposizione, mi hanno lasciato molto sorpreso.
Che idea si è fatto dell’approccio alla questione da parte degli intellettuali italiani? Secondo lei c’è un’adeguata preparazione che ci permetta di capire la natura di questi fenomeni?
Direi di sì. Da tempo abbiamo a che fare con il fondamentalismo islamico, siamo chiamati al dibattito sulla questione dell’immigrazione, siamo il Paese degli sbarchi che vive la separazione tra quanti si dicono per l’accoglienza e quanti per i respingimenti. Quindi, il tema era già italiano e lo schieramento di opinioni e di analisi intellettuali sul fenomeno già maturo prima dei fatti di Parigi che non fanno altro che confermare la dicotomia tra chi afferma che il radicalismo si alimenta con l’integrazione e chi è convinto che lo si alimenti con l’esclusione. Certo, quest’ultima linea non gode di molto beneficio culturale in quanto ha, come suo esponente principale, Salvini, uno dei personaggi più infimi della vita politica italiana; mentre, ad avvalorare la convinzione di quanti credono che dalla criticità di quest’epoca si possa uscire solo accogliendo, vi è un esponente massimo quale Papa Francesco.
Quale pensa possa essere la risposta dei governi europei alla minaccia del terrorismo che si è fatta molto più concreta rispetto al passato?
Ci sono due capitoli: uno riguarda il Mediterraneo, l’altro la vita interna dei Paesi. Quanto sta avvenendo nel Mediterraneo è frutto di intelligenze mediocri e leadership modestissima. L’Europa non ha un ministro degli esteri, non ha un dipartimento comune per l’immigrazione, non ha un serio contatto politico tra i vari capi di governo sul fenomeno del grande movimento di popoli che si spostano in quest’epoca storica. Il silenzio della Mogherini è imbarazzante. Questa brava scolara nella classe di Renzi era anonima quando ricopriva la carica di ministro italiano e continua a defilarsi, non prendendo posizione e non lasciando alcuna dichiarazione su quale deve essere la posizione dell’Europa sulla questione del Mediterraneo. Certo non può continuare ad essere quella di Triton (operazione europea affidata all’agenzia Frontex, ndr) che, con poche navi e pochi soldi, protegge alla distanza massima di 30 km le coste italiane. Noi non abbiamo bisogno di essere protetti, bensì, di essere messi in grado di poter accogliere, perché non affrontare la questione morale, politica e per niente economica di dover dar riparo a chi fugge dalle guerre, alimenta, assieme alla diffusa mancanza di riconoscimento identitario di chi non è europeo, una fucina di potenziali ribelli e terroristi. E’ molto difficile assolvere l’Europa contemporanea da queste sue colpe. La marcia di Parigi ha un grande valore simbolico che, però, poggia sul vuoto in quanto non esiste una politica.
L’attuale ministro degli esteri Gentiloni ha fatto capire che la risposta più probabile agli attacchi terroristici di Parigi potrebbe essere un intervento militare nel califfato dell’Isis.
E’ un peccato che Gentiloni, che è di grande fede cattolica, non si sia accorto che è cambiato il Papa. Un minimo di attenzione intellettuale, per sapere se è giusto o sbagliato quello che il Papa ha suggerito, penso sia dovuto da chiunque e, a maggior ragione, da un cattolico. Direi che ogni riferimento a possibili attacchi o rafforzamenti di azioni militari è fuori da ogni ragione.
Nei giorni scorsi ci ha lasciati un grande regista che amava farsi definire ‘cittadino’. Indubbiamente questi fatti chiamano in causa la coscienza e la responsabilità di ognuno di noi. Vorrei il suo ricordo personale di Francesco Rosi che, attraverso il proprio lavoro, la propria visione, continuamente denunciava il malcostume e la nostra diretta responsabilità in ciò che quotidianamente avviene.
Volentieri, la consuetudine di vita con Francesco Rosi risale a cinquant’anni. Non ho mai mancato alla prima dei suoi film ed ero con lui quando le signore milanesi fischiavano Le mani sulla città. Quello che ho sempre ammirato in lui era la capacità di prendere gli argomenti in tempo reale e di rischiare in tempo reale. I suoi non erano film di storia, per quanto meritevoli di rivisitazione di eventi italiani, ma di vita attuale, di ciò che i cittadini italiani in quel momento vivevano. Questo significa coraggio, mancanza di conformismo, significa qualcosa che è stato tipico di alcuni grandi giornalisti italiani.
E’ molto bello quanto ha detto perché temo che proprio questa mancanza di capacità di leggere ciò che accade in tempo reale, ci privi della possibilità di interpretare in modo lucido e senza emotività eventi tragici e compromettenti.
Non c’è dubbio che stiamo attraversando una parte vuota della storia in cui dobbiamo stare attenti a non inciampare in ostacoli inutili e umilianti quali quelli di cui abbiamo finora parlato. L’antislamismo e l'antisemitismo ci danno notizia di una vera e propria follia che si aggira per l’Europa.























 

 

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