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Conversazione con Diego Fusaro
Aggiornato

di Massimiliano Forgione - 12/02/2016

In Europa vige uno stato d’eccezione tipico di periodi storici in cui è necessario governare le emergenze; che a dover essere garantita sia la sicurezza dei cittadini, che sia la tenuta economica di un paese. Ciò comporta uno svuotamento democratico in quanto si va in deroga a libertà e diritti acquisiti. Quando ha avuto inizio questa fase e in quali forme si concretizza oggi?
Si è avviata in forme sempre più radicali dopo il 1989 (caduta del muro di Berlino) quando, venuto meno il grande antagonista delle cosiddette democrazie occidentali, esse hanno potuto sempre più rapidamente riprendersi tutti i diritti sociali conquistati tramite lotte e mediante la presenza ingombrante dell’Unione Sovietica fino ad arrivare allo smantellamento delle democrazie stesse. Ormai chiamiamo ‘colpi di stato finanziario’ i governi tecnici, non si vota più, quando il popolo esprime una decisione, essa è immediatamente cassata; si veda l’esempio della Grecia di Tsipras e del suo referendum. Quindi, la democrazia e la scelta popolare vanno bene solo qualora riconfermino quanto già stabilito dai mercati e dalle élites neoligarchiche e neofeudali del capitalismo finanziario.
E’ evidente che c’è una sorta di golpe finanziario sotto gli occhi di tutti, quantomeno di chi vuol vedere e non demonizza questo argomento, dicendo che è populista, complottista, categorie create perché non si rifletta su quanto accade.
Il sistema capitalistico sembra aver raggiunto una sua finitezza (non intendiamo il termine filosoficamente) tale da generare i propri corpi e anticorpi. In questa nuova verticalizzazione della società i flussi migratori sono speculativi al consolidamento del vertice, quell’1% che tiene in scacco il resto dell’umanità. Il suo pensiero rispetto a ciò?
Il capitale ha bisogno di nuovi schiavi e i migranti sono quelli ideali perché sempre ricattabili, disposti a tutto per poter sopravvivere; si prestano a lavori sottopagati, costringendo i lavoratori autoctoni ad abbassare il costo della manodopera; insomma, svolgono la funzione, come Marx diceva: dell’esercito industriale di riserva. Ecco perché non ha ragione d’essere argomento utilizzato dai partitini risibili della ruspa per raccattare voti. Non ha nessun senso andare contro i migranti, bensì ne avrebbe lottare contro quelle logiche che usano i migranti come carne da macello, perché sono più sfruttati degli autoctoni.
Inoltre, occorre precisare, e faccio ricorso ad una notizia, così diventa evidente più di ogni spiegazione filosofica, che il Fondo monetario internazionale ha proposto deroghe sul salario minimo per favorire l’ingresso dei migranti nel mondo del lavoro. E’ una chiara operazione di classe: utilizzando i migranti si abbassa il costo della forza lavoro.
Non è difficile capire che il nemico non è il migrante ma chi li costringe a transumare non certo con l’obiettivo di integrare ma per condurre battaglie di classe ai danni tanto dei migranti quanto degli autoctoni. Il risultato ottenuto è incredibile perché crea anche contrapposizione fra queste due categorie che, in luogo di solidarizzare e verticalizzare il conflitto, si fanno la lotta tra loro. Intanto, il capitale domina incontrastato.
C’è un passaggio bello di Dostoevskij che dice: ‘Chi ha la pancia piena non capisce l’affamato ma spesso anche un affamato non capisce un altro affamato’.
Così, nel processo che stiamo descrivendo, si inserisce la distruzione della famiglia quale ultimo baluardo di una classe borghese da annientare. Le unioni civili, l’utero in affitto e le forme di adozione sono le armi usate per il conseguimento di questo fine?
La famiglia non è un concetto borghese ma appartiene alla vecchia etica di quello che io chiamo: la fase dialettica del capitalismo; un valore condiviso tanto dalla borghesia quanto dal proletariato. Negli anni ’70 c’era un conflitto tra forze borghesi e comuniste non per chi voleva la famiglia e chi voleva superarla ma per chi la difendeva meglio. Oggi, siamo giunti al paradosso surreale per cui stanno distruggendo l’etica familiare, considerato che il capitalismo flessibile deve distruggere ogni stabilità: quella lavorativa: il posto fisso; quella educativa: la ricerca stabile, la formazione consolidata; quella familiare: la distruzione della famiglia per contemplare solo ‘single’, sradicati senza famiglia in quanto luogo comunitario di solidarietà.
Questo è il processo in atto e chi non l’ha capito o è in cattiva fede o non vede che, tutte le battaglie riconducibili ai diritti civili, non hanno come obiettivo la loro estensione, cosa di per sé giusta e buona, ma la distruzione della famiglia e la vittoria del capitale. Ne è un esempio l’articolo 18, è stato detto che non copriva tutti per toglierlo a tutti; così si dice che il valore legale della famiglia non copre tutte le categorie per estenderlo e, di fatto, svuotarlo della sua essenza con tutto ciò che ne deriva, cioè con la cancellazione dei diritti per tutti; penso alla reversibilità delle pensioni e alla possibilità di estinguerla per chiunque (notizia del 15/2 che un ddl che prevede proprio questo giace alla commissione Lavoro della Camera).
L’utero in affitto è una pratica che sembra uscita da un libro di Orwell, di mercificazione integrale del corpo della donna che riduce il nascituro a semplice articolo di commercio. Chi difende ciò, dal mio punto di vista è del tutto interno a questa logica di mercificazione totale del reale e del simbolico.
Come filosofo e come persona, quale significato e forma assume oggi la possibilità di resistere?
Occorre ricategorizzare la realtà, rigettare le categorie dominanti, evitare di guardare la televisione e tutti gli strumenti ‘mainstream’, usare fonti alternative. Contestare radicalmente e in tutte le forme il pensiero unico e le sue varianti, così da riaprire momenti propositivi all’interno dell’odierna realtà.
Perché manca una chiara consapevolezza di dove siamo e vige una forza di lobotomizzazione programmatica delle masse che rende incapaci di comprendere. Vediamo le piazze piene per questioni secondarie e vuote quando ci sarebbe da lottare per i diritti del lavoro e per questioni sociali.
Per dirla alla Hegel: occorre fare un’opera di coscienza infelice.

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