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Conversazione con Stefano Rho, insegnante di filosofia licenziato per eccesso di burocrazia
Aggiornato

di Massimiliano Forgione - 13/02/2016

“Ho accettato l’accordo di conciliazione – spiega Rho – Tecnicamente hanno ridotto la portata del provvedimento all’anno 2013/2014 quando avevo fatto quell’autocertificazione per un contratto a tempo determinato. Mi hanno tolto il punteggio di un anno ma reintegrato nel ruolo. Sono rimaste a mio carico tre quarti delle spese legali”.
Nonostante ciò per il docente si tratta di “una vittoria mutilata” e “la battaglia deve andare avanti: ho ottenuto la cattedra – ha detto - ma non ho avuto giustizia“. Per Rho, “non è stato messa in discussione l’assurdità di questo licenziamento e di tutti quelli analoghi” e, avverte, “se non arriverà una soluzione politica va pensata qualche altra azione”. “Stiamo parlando di omissioni irrilevanti per il lavoro del docente” conclude
.
Da una dichiarazione di Rho a Il Fatto Quotidiano

Dopo diversi anni di precariato come insegnante di filosofia nella bergamasca entri in ruolo nell’anno scolastico 2014/15 e a gennaio 2016 vieni licenziato. Raccontiamo l’accaduto.
Licenziato perché accusato di dichiarazione mendace. In un’autocertificazione del 2013 non ho menzionato una condanna che mi era stata inflitta dal giudice di pace a pagare 200 euro di multa perché beccato 11 anni fa ad urinare nei pressi di un cespuglio.
Quindi, a seguito di quell’accadimento subisci un processo per via della denuncia fatta dai carabinieri di Zogno.
Posso dirti che mi ha preoccupato talmente poco quel processo che non ho conservato gli incartamenti; ho ritirato la sentenza quando è stato aperto il procedimento del 2013 per, appunto, dichiarazione mendace. Il fatto risale al 2005 e non ricordo se fossero i carabinieri di Zogno o di Piazza Brembana che, lì per lì c’hanno fermato (Stefano era in compagnia di alcuni amici) senza contestarci nulla, a parte una ramanzina; dopo sei, sette mesi mi vedo recapitare l’invito a comparire davanti al giudice di pace per rispondere di atti contro la pubblica decenza. La condanna si è concretizzata in 200 euro di ammenda che non abbiamo mai pagato perché non c’è mai stata notificata. In merito a ciò abbiamo sentito più volte l’avvocato, l’abbiamo fatto presente al ritiro del verbale della sentenza, la risposta è stata che sarebbe arrivata o che, persa, sarebbe caduta in prescrizione. Se ci fosse stata notificata per, naturalmente pagarla, ci sarebbe stata l’estinzione del ‘reato’.
Quindi una vicenda paradossale che scatena un groviglio burocratico che, immagino, ti abbia gettato nello sconforto.
Direi di sì, anche perché non ho molto a cui appigliarmi; mi spiego, tutti coloro che hanno considerato il fatto a livello istituzionale hanno riconosciuto la buona fede e il falso innocuo, purtroppo è la burocrazia che ha fatto il suo corso.
Tu sei stato convocato dal Provveditore e, anche questi, ha adottato lo stesso metro di valutazione.
Sì, a gennaio 2014 perché voleva che spiegassi l’incongruenza perché, di fatto, ho sottoscritto la dichiarazione che al mio casellario giudiziario non compaiono condanne penali, mentre, al controllo, è risultato il contrario. Mi sono stati riconosciuti, appunto, sia il falso innocuo che la buona fede, anche perché non dichiarare la condanna non m’avrebbe dato alcun beneficio, non avrei avuto nessun interesse a nasconderla.
E così, nel momento in cui il procedimento burocratico fa il suo corso in maniera occulta e cieca, arriva il pronunciamento della Corte dei conti.
Dunque, per il Provveditorato e per me la vicenda era conclusa. Scusa, devo fare un inciso: nel frattempo, in parallelo è partito un altro procedimento penale, per cui io devo riabilitarmi da questo secondo reato di falso ideologico per aver prodotto dichiarazione mendace. Detto ciò, avviene che la Ragioneria dello Stato si rifiuta di registrare il mio ed altri contratti, facendo un atto di forza nei confronti del Provveditorato, contestando a quest’ultimo di avermi mantenuto in servizio, come se l’averlo fatto avesse provocato un danno all’Erario. Chiaramente un’idiozia perché se non fossi stato io ci sarebbe stato un altro insegnante in quel posto. Il Provveditore ha difeso la propria posizione ed è qui che interviene, chiamata in causa per dirimere la questione, la Corte dei conti, sentenziando che, in tutti i casi di mancato licenziamento, era stato il Provveditorato a sbagliare in quanto avrebbe dovuto applicare la norma, verificando solo l’eventuale presenza o meno dell’errore materiale. Per cui, se a loro risulta una difformità, devono licenziare.
Ora, qual è la logica astratta di tutto ciò, perché il tutto sembra sensato ma, calato nella realtà è idiota; ebbene, si vuole affermare che, siccome le autocertificazioni sono importanti, è necessario ‘sterilizzarle’ (termine da loro utilizzato) per garantirsi il massimo dell’affidabilità e disincentivare ogni possibilità di produrre false autodichiarazioni. Però, ci sono un paio di questioni assurde: una è che non viene rispettato il principio della gradualità, cioè, siamo posti sullo stesso piano di uno che è condannato per reati più gravi; l’altra è che mi viene contestata quale ‘mendace’ una autocertificazione che sostituisce il documento della fedina penale. Ora, in assenza dell’autocertificazione, tutte le volte che l’Amministrazione pubblica mi chiedesse conto della mia storia penale, io dovrei andare al casellario giudiziale e farmi rilasciare il documento della mia fedina penale che, nel mio caso, andrebbe a coincidere esattamente con quanto ho dichiarato.
Quindi, la mia dichiarazione dice esattamente quello del documento che sostituisce. Ora, la follia è che l’incrocio delle nostre dichiarazioni viene fatto con documenti del casellario giudiziale che, per l’Amministrazione pubblica non sono gli stessi che vengono rilasciati a noi e che riportano reati che godono della non menzione, che sono stati amnistiati, che, di fatto, non comportano una fedina penale sporca.
Ma per dirla tutta, c’è un terzo paradosso, perché secondo la legge della privacy non potrebbero neanche chiedere notizie su di noi che non siano rilevanti e attinenti a qualcosa di ostativo, quale l’accesso ad un impiego nei pubblici uffici.
Questa materia l’hai approfondita nel momento in cui hai dovuto rivolgerti ad un avvocato per poter essere reintegrato.
Sì. Vengo convocato la prima volta nel 2013 (Stefano Rho è stato immesso in ruolo nell’anno scolastico 2015/16 ma la vicenda ha inizio in quello del 2013/14 quando produceva autocertificazione per contratti a tempo determinato; ndr) per notificarmi un provvedimento disciplinare. Non riuscivo a capacitarmi, facevo fatica a capire a cosa potesse riferirsi. Quando poi leggo ciò che mi viene contestato, trasalisco nel vero senso della parola. Probabilmente ci dev’essere anche stata leggerezza da parte mia nel compilare l’autocertificazione ma rimane il fatto che non avrei mai riportato di quell’accadimento, non dimenticato come molti hanno scritto, ma che mai ho ritenuto ostativo rispetto al lavoro che svolgevo. Anche perché fu lo stesso Giudice di Pace, dietro mia richiesta, a tranquillizzarmi sul fatto che non avrebbe inficiato la mia carriera poiché non sarebbe risultato sulla mia fedina penale.
M’è capitato in altre autocertificazioni di riportare che ho avuto una condanna che non costituisce precedente penale, ma perché il modulo lo prevedeva.
Mentre il modello del Provveditorato com’è?
E’ un modello precompilato del Sidi (portale dei servizi del Miur; ndr) dove, nella parte che m’ha portato a tutto ciò, viene chiesto se si hanno condanne penali o provvedimenti restrittivi che risultino al casellario giudiziale. Ebbene, se chiedi a me e per il documento che l’autorità mi rilascia, la risposta è no.
Quali sono gli spiragli che ti vengono aperti?
Ho fatto ricorso al Tribunale del lavoro in quanto, al momento, via obbligata.
Sono pratiche d’urgenza?
Ho chiesto il rito Fornero per cui entro 40 giorni dovrebbe esserci la prima udienza e potrebbe decidersi tutto in quella sede, qualora il Provveditorato non dovesse costituirsi parte civile e nessuno impugnasse il provvedimento.
L’Ufficio scolastico (finora chiamato Provveditorato; ndr) non ha potuto fare altro che recepire un decreto, la sentenza della Corte dei conti.
Molti mi dicono perché lo difendi visto che t’hanno licenziato. Altra possibilità non aveva, posso assicurare di quanto coloro che hanno dovuto occuparsi della vicenda fossero costernati nel momento in cui m’hanno formalizzato il licenziamento. Loro difendono fermamente la posizione di giustezza dell’operato che, ricordo, non riguarda solo me e che a Bergamo conta 50 casi, più altri di cui sono a conoscenza in altre parti d’Italia.
Hai contattato gli altri protagonisti? Pensate ad un’azione collettiva?
Sono l’unico che è uscito allo scoperto. So di un altro caso il cui protagonista ha preferito mantenere l’anonimato.
Hai avuto un’esposizione mediatica notevole.
M’ha messo in crisi all’inizio, ma sono contento di essermi esposto. Dopo una brutta esperienza di manipolazione ho fatto attenzione a concedermi solo a chi avrebbe trattato la materia nel modo giusto.
Il fatto che crea interesse….
….è che sono stato licenziato per una pipì.
Facciamo un’ultima riflessione. Il fatto che questi controlli, che un tempo venivano fatti per trovare il cavillo per poter licenziare qualcuno, che ora vengono fatti in maniera sistematica, quale logica segue? Vedi una relazione tra tante immissioni in ruolo, per motivi che non andiamo qui a chiamare in causa, e numero congruo di licenziamenti?
C’ho pensato e non è da escludere. Ciò che mi fa specie è che questi controlli, fatti da chi dovrebbe salvaguardare la buona salute dell’Erario, evitando sprechi, impieghi risorse ben più dispendiose e senza raggiungere il risultato, perché è chiaro che al posto mio adesso c’è un supplente e, qualora io dovessi essere reintegrato ci sarebbe un doppio esborso perché comunque chi mi è subentrato ha contratto fino a fine anno scolastico.
Questo è un lavoro che faccio con passione e il mio licenziamento non ha niente a che fare con le tanto millantate logiche di valutazione del merito che non si capisce quali siano.

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