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Conversazione con Francesco Cavalli Sforza

di Massimiliano Forgione - 24/05/2014

Gli ultimi studi nel campo della biologia e della antropologia ci consegnano conoscenze che dovrebbero essere bagaglio di ognuno di noi, patrimonio delle nostre società. I fatti riscrivono il nostro passato e non possiamo non tenerne conto nel momento in cui consideriamo il nostro futuro. Tanti luoghi comuni vengono sfatati e ci si accorge che una visione antropocentrica è una presunzione antistorica.
In un certo senso, potremmo dire che stiamo incominciando solo adesso a conoscere in modo puntuale, decente oserei dire, il nostro passato. Primo fra tutti i luoghi comuni che non hanno più ragion d’essere, e che per millenni e in tante e diverse forme ha caratterizzato la storia dell’umanità, è che l’uomo sia il naturale signore della natura e del pianeta. Che siano gli dei a conferirgli questo ruolo o che sia lui stesso, per propria mano, a rendersi autorevole in questo senso, nel momento in cui ci si rende conto che la nostra specie (animale) è il signore del mondo, ebbene ciò comporta una serie di responsabilità spaventose, che non possediamo una rendita che ci è stata data da sfruttare. Ciò, proprio perché la biologia ci dimostra che tutto è in un processo di scambio continuo. Basti pensare che dentro di noi vivono più microrganismi di quante sono le nostre cellule, che siamo un gigantesco acquario in cui abita una quantità sterminata di esseri viventi.
Anzi, vediamo, che all’uomo vanno ascritte delle responsabilità che hanno il loro peso e che saranno materia di studio per tanti anni a venire.
Non per condannarlo ma per avere contezza dei fatti. Nel momento in cui l’uomo inventa l’agricoltura, in diecimila anni aumenta demograficamente di qualche miliardo e lo fa senza essere consapevole di avviare, attraverso il lavoro della terra e la modificazione del territorio, processi di desertificazione, di inquinamento, di salificazione dei suoli, di alterazione dell’ambiente naturale a diversi livelli. All’inizio non vi era consapevolezza delle conseguenze negative di certi comportamenti umani sul lungo termine. Ora, vi è più cognizione degli effetti deleteri di certe scelte. Quando le nostre società hanno incominciato a vivere di combustibili fossili, nella seconda metà dell’Ottocento, vi è stato chi ha messo in guardia contro gli effetti deleteri dell’eccessiva combustione di carbone, e poi gas e petrolio, fino a descrivere scenari di mutazione del clima. Però, si trattava di ammonizione a cui nessuno dava ascolto, fino ad arrivare, centocinquant’anni dopo, alla innegabilità di quelle previsioni. Quindi, diciamo che siamo in possesso delle conoscenze necessarie per cambiare rotta e stabilire un rapporto diverso con l’ambiente.
Vorrei soffermarmi sull’aspetto dell’aumento demografico legato all’invenzione dell’agricoltura. Ciò che toglie l’uomo dal bisogno di procurarsi cibo e inizia a dargli un certo benessere, nel lungo termine diventa nefasto.
Noi diciamo questo oggi, nel 2014. Ma, se leggiamo i testi di molti autori classici e preclassici, la nozione di un’età dell’oro, di quando la terra offriva spontaneamente i suoi frutti e in abbondanza, era un mito comune a molte società agricole. Ma già tremila fa anni vi era chi parlava di una condizione ideale irrimediabilmente compromessa. Fino ad arrivare ad oggi in cui la situazione è molto più compromessa in quanto la popolazione mondiale è aumentata e la tecnologia impiegata nello sfruttamento della terra è molto più massiccia e invasiva.
Oggi, tutto il pianeta è un ambiente umano, nel senso che i segni della presenza dell’uomo sono assolutamente universali e, una buona parte di questo ambiente, è artificiale. Per cui, a maggior ragione, la nostra responsabilità di gestori è enorme, siamo gli amministratori delegati del pianeta terra e a questo ruolo non possiamo sfuggire.
L’uomo, nelle varie età storiche, ha sempre sviluppato ciò di cui realmente aveva necessità, dando impulso ad uno sviluppo tecnologico utilitaristico. Ecco perché l’agricoltura si sviluppa in determinati luoghi mentre in altri, e fino a tempi attuali, permane la condizione di uomo raccoglitore. A questo punto dobbiamo sfatare un altro luogo comune: la supposta inferiorità di determinate popolazioni rispetto ad altre.
Questa è la grande differenza tra l’innovazione biologica e l’innovazione culturale. La prima è del tutto casuale, non ha alcun obiettivo preciso, ed è poi la selezione naturale che sceglie fra le varie mutazioni che si presentano. Invece, la seconda innovazione, quella dell’invenzione, dell’idea nuova, nasce con un fine preciso che è quello di risolvere un certo problema pratico. L’arco e le frecce sono state inventate più di venti, quindicimila anni fa e centinaia di migliaia di anni dopo che gli uomini usavano le lance. La nuova tecnologia portava con sé ovvi vantaggi. Quindi, è vero, gli uomini hanno sempre lavorato strumenti e sviluppato tecnologie che tornavano più utili per adattarsi al proprio ambiente di vita. Lo sviluppo tecnologico è stato molto diverso nelle varie parti del mondo; per esempio, alcune società hanno puntato sullo sviluppo di una potenza militare che ha permesso loro di imporsi su altre società meno bellicose o meno attrezzate per il combattimento. Da qui, anche la considerazione di inferiorità che il vincitore sviluppa nei confronti del vinto o di colui nei confronti del quale potrebbe vincere. Pensiamo al grande senso di superiorità dei Greci e dei Romani sui Barbari del loro tempo. O quando gli europei hanno conquistato le Americhe, giudicando inferiori gli amerindi, non perché fossero umanamente meno dotati di loro o meno capaci, ma semplicemente perché non avevano quel tipo di organizzazione sociale e quella tecnologia che ha permesso agli europei di assoggettare con grande facilità quelle popolazioni.
Torniamo all’agricoltura, perché vediamo che non solo sgancia l’uomo dal bisogno impellente di procurarsi cibo, ma gli conferisce anche nuovi ruoli sociali. Nasce la stratificazione verticistica delle società.
Inizia la specializzazione del lavoro e compaiono le gerarchie. L’uomo si accorge subito che le coltivazioni migliorano parecchio con l’irrigazione dei campi, per cui si incominciano a costruire reti di irrigazioni, le prime infrastrutture, così comincia la divisione del lavoro e, man mano che crescono di dimensione e di numero le comunità umane, si sviluppano i trasporti e quindi ulteriore divisione del lavoro e via via, in un processo millenario, si giunge, cinquemila anni fa, ai primi Imperi; vaste organizzazioni sociali che tengono unito un grande numero di persone su territori molto estesi, accomunati da una lingua, per poi passare alla nascita degli Stati e a quelle che vengono definite le cleptocrazie, forme di governo che raccolgono dalle periferie per ridistribuire in maniera diseguale, e solo in piccola parte, e trattenere la parte più grande. In tutto ciò, bisogna tenere conto della nascita della scrittura che serve per registrare e tenere la contabilità delle derrate alimentari e dei beni in movimento.
L’asse del potere, a livello geografico, nel tempo della storia si è spostato, dalla Mesopotamia alla Grecia……
Sì, questo è un discorso che fa Jared Diamond (Armi, acciaio e malattie, edizione Einaudi) ed è molto interessante. Lo sviluppo dell’agricoltura e dell’allevamento hanno a mano a mano impoverito e desertificato i suoli e, corrispondentemente, l’asse della produzione alimentare e con essa l’asse della civiltà e del potere militare, si spostano dal Medio Oriente verso il nostro Occidente per poi arrivare oltreoceano, negli Stati Uniti, che nel ventesimo secolo erano diventati il maggior produttore di cibo.
Oggi, assistiamo ad un ulteriore spostamento dell’asse del potere che ritorna là dove si trovava prima che si posizionasse in Occidente; parlo della Cina.
Giusta osservazione, diciamo che scavalca un altro oceano, però dovrà attraversare un intero continente prima di approdare di nuovo nei luoghi dove è nato, in Medio Oriente, nella valle dei due fiumi, in Mesopotamia.
La Cina ben prima dell’Europa possedeva una tecnologia avanzata…..
La Cina ha una civiltà e una storia ben più antiche delle nostre. La visione eurocentrica del mondo che ci viene trasmessa a scuola non è più accettabile, completamente anacronistica.
Come dire, in Italia i cognomi hanno cinquecento anni e furono portati dal Concilio di Trento, in Cina hanno quattromila anni. Con ciò non voglio dire che i cognomi sono un indice di civiltà, sarebbe una sciocchezza, però, sono sicuramente un indice di organizzazione sociale, di una stabile rete di relazioni che rendono l’individuo riconoscibile. Anche le prime forme di scrittura risalgono a ottomila, seimila anni fa, sono forse ancora più antiche di quelle mesopotamiche. Per cui, è naturale che, alla distanza, le civiltà di più antica organizzazione, abbiano un loro margine di vantaggio. Poi, bisogna considerare che assieme ai vantaggi vi sono anche gli svantaggi. Mi viene in mente sempre Diamond che dice che la Cina, essendo un unico Impero già da duemiladuecento anni, seicento anni fa, in virtù della sua organizzazione che vedeva un unico centro, il volere dell’Imperatore che decideva per tutti, commerciava con l’Africa del nord attraverso l’invio di flotte di navi imponenti e ai confronti delle quali le caravelle di Cristoforo Colombo erano poca cosa. Ebbene, quando uno scontro interno tra il partito degli eunuchi e quello dei mercanti, che determinò la sconfitta di questi ultimi e portò alla distruzione delle flotte e dei cantieri, ebbe inizio un isolamento che durò finché arrivarono gli inglesi. Questo accadeva in Cina all’inizio del quattrocento; quando alla fine del quattrocento Cristoforo Colombo va in giro a cercare qualcuno che gli dia delle imbarcazioni per arrivare fino all’India, navigando verso Occidente, l’Europa è divisa in qualcosa come sei o settecento staterelli e Colombo si rivolge a diversi di essi prima di trovare il suo finanziatore. Quindi, consideriamo che la diversità ha reso molto più elastica una civiltà come quella europea.
Quindi vediamo come sono condizioni ambientali, di opportunità, di convenienza a determinare la superiorità di alcune civiltà rispetto ad altre…..
Sì, la conquista europea del mondo è stata proprio quel pacchetto di piante e di animali di cui era ricco il Medio Oriente, più di altre regioni del mondo. Perché, che sia l’espansione del Medio Oriente verso l’Europa o verso l’India, questa è avvenuta lungo la stessa fascia di latitudine che assicura un clima temperato. Contrariamente, in altre zone del mondo, meno favorite dal punto di vista climatico, come il Centro America, le Ande, vi sono piante e animali autoctoni che sono state coltivate ed allevati, ma non hanno potuto diffondersi perché l’America è distribuita nella longitudine e quindi caratterizzata da tante fasce climatiche diverse che hanno ostacolato la circolazione. Per dire, il lama non è arrivato in Messico e il tacchino in Perù. A ciò, si aggiunge il fatto che, essendo i mediorientali partiti prima con l’invenzione dell’agricoltura e avendo avuto questo grande sviluppo demografico, che significa anche maggior numero di inventori, il cambiamento fosse più rapido. Inoltre, la convivenza millenaria con gli animali d’allevamento ha esposto quell’uomo a malattie infettive verso le quali sviluppava sempre più la sua resistenza. Questo è stato un vantaggio enorme nel momento in cui l’europeo muove verso le Americhe perché, più che le armi, sono proprio le malattie infettive, contro le quali gli amerindi non avevano nessun tipo di immunità, a decimarne le popolazioni e a permetterne la conquista. Parliamo di sessanta milioni di morti in un secolo, di cui, l’85% per via dei parassiti, il 15% per mezzo delle armi.
Adesso caliamoci, attraverso questo lungo passato rivisitato alla luce di studi attuali, nel nostro presente, per fare una considerazione sull’arretratezza di una discussione che caratterizza soprattutto la politica, che pone al centro la superiorità biologica e culturale di certi popoli rispetto ad altri.
E’ un’illusione. Se domani, nelle nostre civiltà, dovessero venir meno petrolio e gas, ci troveremmo ad invidiare le condizioni i cui vivono gli indigeni delle Andamane. La superiorità dipende dal grado di successo che una civiltà ha ad un certo punto della sua storia. Prendiamo l’esempio dell’Impero Britannico, ebbene, cento anni fa occupava i 3/5 della superficie del pianeta e controllava 2/5 della popolazione mondiale. Era il più grande Impero della storia e massima potenza a livello planetario. Dal dopoguerra in poi, questo impero, si è dissolto e per gli inglesi ciò ha significato un crollo terribile del loro senso di superiorità e, dalla loro letteratura, emerge come ciò sia stato vissuto in maniera problematica nelle diverse generazioni che si sono succedute.
Il grado di superiorità o inferiorità di una civiltà dipende dalla sua capacità di adattarsi all’ambiente, considerando che questo è in continuo cambiamento. Ad esempio, l’emigrazione in questo secolo, porterà decine di milioni di persone da una parte all’altra del pianeta, per cui la composizione di ogni società nel mondo, alla fine del ventunesimo secolo, sarà ben diversa da quella che era al principio del secolo. E questo è un cambiamento che avverrà nell’arco di poche generazioni. Ora, siamo in una situazione ben diversa rispetto a quella delle invasioni barbariche che travolsero l’Impero Romano, perché i Barbari si avvicinavano alla frontiera armati e, se decidevano di attraversala era per combattere; da noi, la gente arriva in condizioni miserabili e non certo con intenzioni bellicose, ma per cercare un lavoro e condizioni umane per vivere che a casa loro non hanno mai avuto o non hanno più. Per cui, dalla capacità di confrontarsi con questa robusta immissione di forze nuove dall’esterno, che porta ad un profondo cambiamento culturale delle nostre società, dipenderà il nostro futuro.
Quanto è lecito, a suo parere, affermare che le ragioni dei disordini attuali vadano anche ricercate in quel ritardo culturale che da sempre caratterizza la maggioranza delle persone?
Lei ha messo il dito su un punto molto importante. Oggi, abbiamo un problema di ritardo universale nel senso che, le nostre tecnologie si sono evolute più rapidamente di noi, e fanno lavori che non siamo in grado di fare. Pensiamo al computer capace di elaborare algoritmi che neanche la testa migliore potrebbe uguagliare. Poi, vi è l’ulteriore ritardo rappresentato dallo spartiacque esistente tra chi alle tecnologie ha accesso e chi no. E poi altre barriere, per esempio tra chi riesce a mangiare per tutto il mese e chi non sa se troverà cibo anche solo per il giorno dopo. Quindi, siamo distribuiti su una scala, che è anche temporale; pensiamo che vi sono popolazioni che vivono come all’età della pietra e tecnici che vivono una realtà spaziale, ingegneri che lavorano nello spazio, in ambienti che soltanto la tecnologia dà la possibilità di abitare.
Professore, è stata una lunga conversazione….
Lunga e buona conversazione, mi sembra che tutto ciò che ci siamo detti sviluppi un unico discorso. Vede, per me è essenziale rendersi conto che la cultura è un nostro prodotto e poiché il mondo è stato, in larghissima parte forgiato dalla cultura umana, spetta a ciascuno di noi fare le scelte che permettano di riconquistare uno sviluppo armonico. Ci sono state fasi della civiltà molto armoniose, fertili, pacifiche, non tante, però ce ne sono state, ed è importante che ci rendiamo conto che siamo noi a fare delle nostre società, del nostro mondo, quello che è nelle nostre intenzioni. Perché quello che risiede nei nostri intenti diventa azione, e se ha conseguenze negative, le paghiamo tutti. Tornando a quanto ci siamo detti sull’immigrazione. Mi sembra che in Italia e in Europa non stiamo affatto messi male sulle capacità di accogliere e integrare chi viene da fuori. Dove abito io a Milano, quando sono arrivato vent’anni fa, erano tutti italiani di tutta Italia, adesso, sono tutti stranieri di tutto il mondo, di italiani ne saremo rimasti cinque o sei; eppure la convivenza è assolutamente armoniosa, fatta di rispetto reciproco e devo dire che è molto più interessante vedersi intorno gente di altri Paesi, di altri colori, di altri costumi, che non gente più o meno simile a noi.
Il nostro vero problema e di tutta l’Europa è semplicemente di dare lavoro e possibilità dignitose di esistenza a chi arriva qui da noi ma, prima di fare questo, bisognerà misurarsi con quelle organizzazioni che in questo momento decidono i destini del mondo, passando sulle teste non solo della gente ma anche dei loro governi e dello stesso governo continentale.
E’ un processo di conoscenza che non ammette più menzogne e in cui ognuno deve mettersi in discussione e riappropriarsi di un proprio ruolo dignitoso per poter dare dignità al prossimo.
E’ un processo che, se guardiamo la relativa rapidità del mutamento culturale, in un certo senso velocissimo rispetto a quello genetico, ma molto lento rispetto ai tempi delle nostre vite e delle nostre generazioni, se avvenisse nelle prossime due o tre generazioni, sarebbe veramente fantastico, perché segnerebbe un passo avanti nella nostra evoluzione come mai, finora, ci è stato dato di compiere. E tutto dipende dalla nostra capacità di lavorarci su con chiarezza e idee lucide.
E’ vero che in tutta questa trasformazione ci sono gli interstizi che sono le nostre vite e, il fatto che si possa andare verso uno sviluppo di società armoniosa o disarmonica, dipende molto dalla nostra capacità di riappropriaci di una dignità di informazione e politica irreprensibile.
Assolutamente, di una capacità critica di guardare il mondo intorno, di osservarlo, ragionarci sopra, di discuterne con altri che abbiano la stessa urgenza di abbandonare il chiacchiericcio che domina, in cui ognuno borbotta quel che gli pare e nessuno lo ascolta. Scambi tra persone che si informano e che vogliono capire. Saremmo un Paese meraviglioso se sapessimo pensare e agire così. Però, c’è moltissimo lavoro da fare perché non è così che è nata la nostra società, continuamente agitata da spinte e da necessità, basti pensare a quello che è stato il clientelismo nella storia della nostra Repubblica, o fin dai tempi della Repubblica Romana, si tratta veramente di abitudini millenarie che rappresentano degli ostacoli terribili alla nostra evoluzione. Si tratta di superstizioni che gravano pesantemente su di noi.
C’è uno scollamento totale tra il tempo della storia comune e il tempo della storia di ogni singola persona. Basti pensare alla discussione politica intorno all’Europa che riporta tutta una mancanza di coscienza della nostra storia di Paese.
E meno ancora si ha consapevolezza dell’enorme contributo che possiamo portare al Continente. Perché ad un certo punto, perché l’Unione divenga veramente continentale e politica, se mai lo diventerà, è evidente che nessun Paese potrà avere la prevalenza, proprio perché ne siamo già una trentina e ciascuno sarà opportuno che contribuisca positivamente a delle linee di indirizzo comune. Non c’è altra possibilità. Però, qui in Italia, mi sembra che non ci abbiamo ancora nemmeno pensato, e non dico noi cittadini tra i quali qualcuno ci pensa, ma i nostri politici che in quest’Europa si candidano per poterci rappresentare. E’ troppo spiacevole che ciò accada.
E’ troppo spiacevole constatare anche che, questa collaborazione tra Stati che lei auspica, potrà realizzarsi solo nel momento in cui si abbandonano i singoli egoismi, ma perché ciò avvenga, e torniamo al filo conduttore di tutta la nostra conversazione, ci vogliono conoscenza e consapevolezza lucide. Altrimenti, saremo sempre lì a rivendicare qualcosa in maniera falsa.
E questo lo vediamo molto in questi anni, in cui molti rivendicano una civiltà di diritti, sacrosanti, ma a cui può corrispondere solo una civiltà dei doveri. E in Italia, non abbiamo contezza del fatto che a ogni diritto corrisponda un dovere. Ma di fatto dev’essere così, perché la convivenza in una società civile può fondarsi solo su questo. Può essere solo un principio di reciprocità paritaria. Dobbiamo ancora realizzare la rivoluzione francese in realtà, siamo ancora lontani da quelle tre parole che hanno mosso le persone e cambiato la storia.
Diciamo che in Italia le rivoluzioni amiamo farle a livello semantico, del linguaggio, ma non a livello profondo di coscienze.
Sì, come la grande abilità dei nostri governi di fare annunci elettivi ma quando si tratta di realizzarli tutto diventa nebbia che si disfa e si sperde. E’ impressionante come questi partiti abbiano ingabbiato la democrazia. Un vero movimento di cittadini, nonostante le intenzioni di Grillo e delle migliaia di piccoli movimenti che abbiamo in Italia, per i quali il momento più luminoso è stato quello del Referendum contro la privatizzazione dell’acqua, promosso da più di 1500 Associazioni, per lo più piccole, assolutamente ignorate da giornali e mezzi d’informazione, stenta a farsi riconoscere. Seppure il Referendum è stato stravinto è rimasto disatteso. Abbiamo un cambiamento formidabile da fare se vogliamo essere noi italiani a costruire il Paese e non farcelo, variamente demolire, come è stato finora.























 

 

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