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Conversazione con


Conversazione con Peppino Ortoleva, accademico e storico italiano, esperto di Comunicazione

di Massimiliano Forgione - 04/02/2017

Definiamo cos’è un mezzo di comunicazione.
Volendo dare una definizione tecnica e quindi fredda: è un qualsiasi strumento che veicola un messaggio, trasferendolo da una persona ad un’altra, conservandolo nel tempo e nello spazio.
Di quali implicazioni si va ad arricchire questa definizione nel momento in cui il sistema dei mezzi di comunicazione viene calato nella odierna società complessa?
Il mezzo di comunicazione può ridefinire il tempo e lo spazio, avvicinando ciò che è lontano, rendendo simultanei avvenimenti distanti, preservando, per tempi anche molti lunghi, parole che altrimenti avrebbero una durata limitata. Ogni medium partecipa all’ambiente in cui ci troviamo che è sempre più informativo, caratteristico e decisivo per l’essere umano.
Possiamo dire che il sistema dei mezzi di comunicazione ha nel suo DNA il compito di rendere possibile e ottimale la comunicazione stessa?
Non userei l’aggettivo ottimale perché attraverso la tecnologia dell’informazione che può permette il passaggio da inefficiente a efficiente si guadagna ma si perde anche qualcosa.
Negli anni ’60, anni del boom economico, la televisione svolge nel nostro Paese un compito importante in quanto, un certo processo di alfabetizzazione, passa anche attraverso questo mezzo.
Non userei la parola alfabetizzazione e parlerei piuttosto di uniformazione linguistica. Quello che la televisione ha fatto è stato diffondere una lingua che prima era abbastanza ufficiale e che, grazie alla televisione, diventa abbastanza diffusa e parlata.
Però questo processo è avvenuto rispettando un determinato codice etico che era lo specchio di quel tipo di società.
Non sopravvalutiamo. La televisione degli anni ’50 e ’60 era fatta da professionisti, quindi è indubbio che la televisione italiana abbia fatto dei programmi di qualità. Sul codice etico vorrei essere più cauto perché nel 1954, quando Filiberto Guala diventa amministratore delegato della Rai, dichiara si esservi giunto per liberare l’azienda dai pederasti e dai comunisti. E’ stato un atto di impossessamento dell’azienda da parte di una corrente democristiana. Il pluralismo, pur sempre limitato, arriva nel ’60 con le tribune politiche in onda due volte alla settimana dove i partiti esistenti avevano la possibilità di esprimersi ma, al telegiornale parlava sostanzialmente un partito solo: la DC. Nel 1966 la RAI arriva a 14.000 dipendenti, oggi ne conta 13.000, ossia l’azienda esprime uno dei fenomeni clientelari più giganteschi della storia italiana.
Fenomeno clientelare che continua con il Partito socialista.
Esplicitato dalla DC e dal PSI ma Craxi non ha mai avuto il potere totale della RAI, vi erano delle più grigie eminenze che ne detenevano il controllo, per esempio Forlani, ma il PSI dal ’75, con la riforma della Rai, che non a caso arriva dopo il referendum sul divorzio, ossia quando la DC scopre di essere minoranza, e fino al ’90, inizia a conquistare degli spazi strategici; di fatto inizia la lottizzazione della Rai, con piccoli spazi concessi ai repubblicani e ai socialdemocratici, perfezionata nel 1986 quando il Partito Comunista, che aveva fatto anticamera per anni, finalmente si vede attribuire una rete, rai3, portando avanti una politica comunicativa abbastanza originale.
Teniamo conto che Berlusconi c’era già dall’80, ma è nel ’76 che ha termine il monopolio e poco dopo inizia lo strano fenomeno delle tv commerciali.
Ha parlato di omogeneizzazione linguistica attraverso la televisione, le chiedo, oggi, in che modo si esplicita questo fenomeno, anche nei comportamenti, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione?
Non c’è uniformazione linguistica perché l’Italia è un Paese dove la lingua dominante è complessivamente l’italiano, quindi quel fenomeno c’è già stato grazie alla televisione, all’innalzamento dell’istruzione e, a determinare l’uscita dell’italiano dal mondo dialettale, anche la circolazione linguistica ingenerata dall’abbassamento del divario tra Nord e Sud portato dai fenomeni migratori. Oggi, io parlerei di un insieme di mezzi di comunicazione che mettono in circolazione una serie di comportamenti, ambienti, con tempi parzialmente diversi che rappresentano un vero e proprio problema strategico. Sono pochi i fenomeni di lunghissimo periodo, molti quelli che si aprono sul medio e breve periodo, pensiamo alla moda, non solo del vestiario ma anche del consumo di cibo e dei consumi di base, fenomeno ciclico portante delle società moderne che dagli anni 50 fino al 2000 è diventato sempre più dominante nella vita degli italiani. Dal 2010 credo stia avvenendo qualcosa di diverso, per cui al medio ciclo delle mode che riguardava tutte le società, differenziando per generazioni e ovviamente per sessi, oggi abbiamo una tendenza alla soggettivizzazione, cioè ci troviamo di fronte al serio paradosso tra le più caratteristiche delle propensioni contemporanee per cui la cosa più uniforme è la tendenza al ’sii quello che sei’, ossia ad enunciare identità diverse.
Con quale risultato?
Con il risultato che abbiamo una moltiplicazione considerevole delle microidentità, in uno scenario sociale dove le generazioni sono diventate sempre più corte (un tempo i ventenni si differenziavano dai quarantenni, oggi si diversificano dai venticinquenni) perché il ciclo delle mode si è accelerato e perché si è creata un’identità che non è fatta solo di moda ma di consumi in cui ci si riconosce più di prima e dove l’identificazione con il prossimo può avvenire a distanze notevoli grazie ai social media e non prossime con persone che si riconoscono in tutt’altro genere e bene di consumo.
Quindi la socializzazione è sempre più affidata ad un gioco di relazioni interpersonali che possono essere allargate, per esempio attraverso facebook, creando identificazioni con l’amico australiano che come me ama il tango piuttosto che con il mio amico di banco che assieme ad un altro amico di chissà dove condivide la passione per il rap salentino.
In questa frammentazione c’è una nuova omologazione che ha a che vedere con la globalizzazione.
E’ un fenomeno che ha in sé l’estetizzazione dell’identità. Oggi troviamo moltissime forme di raggruppamento basate sulla proiezione dell’espressività soggettiva su forme di identità personale. Pensiamo a quanto forte sia l’identità del vegano, a tal punto che da un consumo gastronomico si arriva quasi ad una forma di religiosità che si contrappone, con accuse decise, a diverse forme di consumo alimentare. E tutto partendo dal mondo dei consumi al quale attribuiscono una sacralità che un tempo apparteneva solo alla religione e all’idea politica.
In che modo i mezzi di comunicazione vengono abusati dai protagonisti della politica e dell’economia?
Parliamo prima di politica che è sempre stata comunicazione sin dal Senato romano che era un parlamento, un luogo dove si scontravano con le parole. Così come la dittatura che si manifesta attraverso tante altre forme ma è comunicazione anche iconografica. Il potere ha sempre avuto una retorica. Nel sistema delle comunicazioni moderne, in presenza di libertà di stampa e parola, ossia quando la comunicazione non è a senso unico, il problema è se si è in grado di avere un vero confronto di opinioni. Ora, ricordiamoci sempre di non sopravvalutare i fatti perché in realtà è sempre una parte politica che realmente esercita la supremazia del potere della parola. Il mito del cittadino ben informato ha sempre tardato a divenire realtà, è un ideale, astratto, il cittadino non ha il tempo di informarsi adeguatamente. Nel nostro tempo si sta verificando il fenomeno che, in presenza di tantissime informazioni che arrivano quasi simultaneamente da moltissime parti, il problema strategico è quello di ottenere l’attenzione delle persone e di farlo attraverso una serie di messaggi abbastanza sintetici da apparire significativi anche se il tempo di attenzione è molto ridotto. Non c’è niente da criminalizzare, però bisogna constatare che di questo si tratta.
Uno dei fenomeni moderni che mi colpisce molto è l’uso di Twitter. La politica ha usato messaggi brevissimi per oltre un secolo, la parola slogan indica la sintesi di un pensiero in pochissime parole. Un tempo dietro lo slogan vi erano le grandi organizzazioni politiche che lo traducevano in un sistema più organico di interessi. Progressivamente, questo sistema di mediazione di organizzazione dell’opinione si è in parte frantumato per diversi motivi. Innanzitutto, perché ad una organizzazione sociale relativamente stabile come è stata quella fino agli anni ’70-’80, ne è succeduta una molto più mobile nel senso buono e cattivo del termine. La struttura di interessi per cui succedeva che un operaio votasse PCI per la propria condizione e per quella dei propri figli, ha incominciato a frantumarsi proprio in quegli anni. L’abilità della Lega presso l’elettorato comunista è stata proprio quella di inculcare nell’operaio la convinzione di quanto inutile fosse votare PCI visto che la sicurezza del lavoro per sé e i propri figli veniva meno magari a causa dei terroni. Poi, con un giro di valzer meraviglioso, non per colpa dei terroni che sono comunque italiani, ma per gli extracomunitari, tranne poi dire dopodomani che la colpa non è neanche degli extracomunitari ma dei finocchi o altre categorie sempre da creare. Quindi, questa instabilità politica alla quale corrisponde una forte spinta alla delegazione di soggetti sulla base di un’identità più personale, meno collettiva, porta i politici attuali a puntare su questa condizione, mandando messaggi brevissimi in cui spesso il contenuto principale è additare qualcuno per attribuire delle colpe di situazioni più o meno insostenibili; un mezzo come Twitter è straordinario da questo punto di vista, è peggio dei discorsi di Hitler, lunghi, complessi, molto più articolati di quanto si pensi. Certo erano discorsi terrificanti, però complessi. Ebbene, la logica del contenuto dei messaggi lanciati su Twitter non è diversa perché in dieci parole e una battutina finale tendono a comunicare: ‘faccio tutto io, risolvo io, la colpa è degli altri’. Ora, rendiamoci conto che l’operazione comune, tanto a Trump quanto a Renzi, è far arrivare la messaggistica di Twitter a quanta più gente possibile sempre e comunque attraverso la televisione. Teniamolo sempre presente questo aspetto fondamentale: che tutto passa ancora attraverso la televisione; molti messaggi che apparentemente passano per internet hanno la loro amplificazione tramite la televisione. E non è esente da questo processo quel venditore di noccioline che è Grillo per quanto esalti la rete e voglia far credere che la sua politica avvenga tutta tramite internet.
Per l’economia cosa può dire?
I grandi protagonisti moderni dell’economia da Google a Apple e così via, non vivono tanto dei messaggi che mandano quanto del punto in cui si trovano nel sistema della comunicazione.
Google ci dice di dover passare da esso per trovare l’informazione, Facebook ci dice di sentire cosa dicono i nostri amici. Cioè, abbiamo avuto un periodo in cui c’era da un lato l’inflazione della comunicazione che vendeva contenuti e dall’altro lato l’industria degli oggetti che vendeva merce. Adesso, abbiamo un’industria della comunicazione al cui centro non c’è più chi vende i contenuti ma chi vende il mezzo. Quando Marshall McLuhan negli anni ’60 disse: ’Il medium è il messaggio' colse perfettamente la trasformazione in atto, perché il messaggio di Google è Google, Facebook è Facebook, dove puoi essere fascista, comunista, non ha alcuna importanza, il loro messaggio è: Comunque passi di qua.
Quindi il contenuto dei nuovi media sono gli utenti.
In buona parte sì perché c’è un piacere nel mettere i propri contenuti a disposizione degli altri. Questo piacere è in parte estetico, in parte ludico, narcisistico, però, fondamentalmente, noi siamo invitati a fare gratis il lavoro che farà prendere i soldi a Google, Facebook, eccetera, eccetera. Ma lo facciamo gratis perché c’è un piacere che è anche estetico, cioè noi, attraverso di essi comunichiamo: Guarda che bella cosa sto facendo.
Del resto, pensando a Facebook e altri portali sociali, più che il contenuto di una frase ciò che viene postato è una foto.
Perché tanti portali sociali? A parte quelli specializzati tipo Linkedin, proviamo a fare una conta e vediamo che quelli di massa sono Facebook. Instagram è di Facebook, Snapshot è di Facebook, Whatsapp è di Facebook. Questo ci dice che c’è una grande centralizzazione dei portali su chat in quanto Zuckerberg li ha inglobati prima che potessero diventare troppo grandi.
Non ci troviamo in regime di monopolio anche perché, se così fosse, interverrebbe l’Antitrust e il mio non è un discorso né moralistico né allarmistico, ma di fatto questa è la fotografia della situazione attuale.
Ora, Facebook trasmette il messaggio che siamo tutti amici che in molti casi sono solo foto, possono essere canzoni, ma il dato di fatto è che viene esercitato un enorme controllo non sui contenuti, che si possono considerare tali in relazione al piacere della persona che li passa, un piacere, per l’appunto, estetico e ludico, quello di un grande gioco. Facebook ha un valore molto più ludico che estetico perché, in effetti, si tratta di un ‘cazzeggio generalizzato’.
Questo la dice lunga sulla capacità di partecipazione del contenuto (noi) appunto.
Certo. Guardi io ho una regola chiarissima che consiste nel dover capire prima di giudicare.
Quindi?
Non possiamo giudicare perché in fondo non abbiamo capito ancora quasi niente. Sappiamo benissimo qual è il male, ma non sappiamo ancora qual è il bene. Quindi io mi riservo che il tempo passi e intanto di osservare perché voglio aspettare gli effetti di ciò che succede prima di dire di aver capito. Sono persuaso che Trump sia un farabutto, come lo era Hitler, ma non sono convinto che sia il male assoluto, cioè, voglio esercitare il diritto e avere il dovere di aspettare e vedere cosa succede per realmente capire le conseguenze della Storia. Vede, è troppo tempo che gli intellettuali vivono nella presunzione di aver capito tutto parlando male, prima della televisione, poi di Berlusconi, senza saperne niente, perché oltre la storia non si lasciano catturare da ciò che sorprende.
Lei sa qual è la più grande redazione giornalistica del mondo?
Facebook? (sorrido)
Esatto! Facebook si sta attrezzando per quando arriverà la domanda e sa benissimo che non può diffondere soltanto cazzate.

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