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Conversazione con


La solitudine interiore libera il genio creativo
Conversazione con Duccio Demetrio

di Massimiliano Forgione - 16/04/2019

Gli occhi raccontano storie che vivono di solitudine interiore, una condizione necessaria per esprimere chi siamo e il nostro genio creativo. Come avviene ciò attraverso la scrittura?
Ogni gesto di scrittura dettato da profonde vicende e vicissitudini umane, e non da esigenze a noi emotivamente estranee o funzionali per i diversi scopi pratici, attinge alle nostre solitudini. Alla nostra storia personale e soggettiva, ai nostri vissuti che potranno pur assomigliare a quello dei nostri simili, ma mai coincidervi. Nessuna storia è sovrapponibile ad un’altra, ad essa fusionale. Ogni storia è anche storia di questo sentimento nel corso del tempo intrecciatasi ad altre molteplici vicende amare o dolcissime. Se per solitudine (a differenza della nozione di isolamento) intendiamo uno stato psichico o filosofico assolutamente privato e segreto. Tale da confermare la solitudine come un tratto peculiare e consapevole della condizione umana. Dove esso non può ridursi a quell’omologa situazione fisica, morale, emotiva che riconduciamo allo stato di isolamento e di emarginazione. Indesiderato per lo più; o al quale ci sottoponiamo volontariamente in fuga dagli altri o loro vittime. L’isolamento è persecuzione, cattività, violenza, privazione di libertà. Mentre la solitudine è esperienza luminosa della coscienza: da un lato cercata, educata, necessaria. Alla quale ci è dato accedere, quale sia il tipo di folla, sovraffollamento, moltitudine, nella quale ci si trovi immersi temporaneamente. La folla è estraneità, a differenza della prossimità cercata che non minaccia la nostra solitudine, anzi la eleva. Scrivere di sé, allora, è quindi sempre un’ attività che racconta la nostra solitudine indipendentemente dai contenuti che andiamo scrivendo. Non leggibile come un danno, una ferita, uno scacco. Semmai, come un processo di conquista di sé, di auto-dominio, di presa di distanza dalla miriade di futilità delle folle che ci assediano. Chi ama la solitudine, se non può evitarle, come tutti noi ormai, certamente non le cerca. Quando sono luogo, momento, situazione di degradazione di sé. La creatività autobiografica si esplica per il fatto stesso che creativamente ci scopriamo a narrare la nostra unicità, la nostra differenza. La folla non è mai fonte di creatività individuale: è dipendenza, imitazione, soggezione alle ideologie e ai falsi maestri del momento.
Attraverso la scrittura si può scendere nella solitudine di ognuno, quella solitudine che da forza centrifuga ci spinge ad essere ovunque e con chiunque. Si potrebbe dire che ci fa assumere atteggiamenti mai veri ma, nello stesso tempo, è proprio nella solitudine che siamo davvero noi?
Sì, “ è proprio nella solitudine che siamo davvero noi”, non solo ci accompagna e sorprende ogni volta: tanto dinanzi al dolore, quanto nei momenti di sublime serenità. Siamo noi piuttosto ( spesso ) a doverle fare compagnia, a ricondurla alla sua ancestrale missione. Consistente nel portarci lontano dai luoghi dove il senso della vita vada spegnendosi, si allontani ogni giorno di più, si renda un fastidioso tormento. Quando finalmente avvertiamo e scopriamo, in un intimo dialogo con lei, con la esaltante complicità delle nostre passioni artistiche ( letterarie, musicali, pittoriche…) che dovremmo – invece - temere tutto ciò o chiunque intenda privarci della insostituibile amicizia con noi stessi. E non possiamo comprenderne i poteri fonte di creatività se la nostra ossessione è rifuggirla. Al caro prezzo di scivolare nell’ annullamento. La paura di scivolare nella solitudine genera la paura di vivere e non la sua riconquista.
''La solitudine può portare a forme straordinarie di libertà'', F. De André; parafrasandolo con una certa libertà: Non si può sfuggire alla solitudine se si vuole vivere la libertà. Libertà e solitudine in quanto pilastri di uno sviluppo democratico?
Gli artisti conoscono bene la solitudine e hanno il coraggio di viverla per raccontarla. Perché la solitudine può necessitare di coraggio?

Il senso di una libertà piena scaturisce dall’accoglienza e dalla coltivazione della solitudine. E viceversa. Sia l’una che l’altra aborrono ogni tentativo di costrizione. Se non c’è più libertà nel momento in cui ci venga imposto di essere soli; al contempo, non possiamo ritenerci liberamente solitari ( interiormente tali ) quando questo stato d’animo che ci portiamo appresso in ogni dove non ci offra la possibilità di riempirlo di vita e vitalità creativa. Sfatando anche il pregiudizio che soltanto di per sé la solitudine sia sufficiente al nostro benessere. Infatti essa va riempita di pensosità, meditazioni, gesti estetici, ricerca interiore. E’ uno stato dinamico, questo deve essere chiaro: anche nella apparente staticità. Insomma si rivela una condizione di operosità materiale e immateriale. Non ci può essere una solitudine - di noi amica - nella pigrizia, nella indolenza, nell’inseguimento della vacuità sterile del vuoto. La solitudine, come atto di coraggio dinamico o di quiete può essere spreco se non alimenta l’intelletto, la cura del sentire e comprendere la presenza anche di chi ci comprende e ci aiuta ad essere soli. Non separati, diversamente vicini.
Perché la solitudine è la più misteriosa e studiata patologia di tutti i tempi? Perché può essere intesa a proteggerci?, può essere fuga per annullarsi?, può rappresentare un porto felice, superiore, libero dove trovare la propria dimensione? Ma cosa è oggi la solitudine intesa quale condizione sociale?
La solitudine e i solitari per consuetudine ( i timidi, i malinconici, gli introversi… ), hanno sempre fatto paura, inquietandoli, a coloro i quali vivono la loro esistenza all’insegna della “ compagnia”, delle calche di ogni sorta, degli assembramenti. Tali ideologie religiose o laiche che siano paventano chi manifesta consapevolmente o meno il proprio diritto all’appartarsi: ancora una volta per creare, pensare, semplicemente godersi la vita nei suoi momenti sublimi dedicati al silenzio, al culto della bellezza, quanto nondimeno all’amore per il nostro prossimo. Donne e uomini che difendano il loro bisogno, un diritto civile in fondo, di solitudine nel senso più alto e nobile del termine di cui si è detto, non sono misantropi, asociali, umanamente selvatici. Rivendicano piuttosto, e ce la rammentano, quale sia la sorte di ognuno di noi. Il che ci dischiude a quella sensibilità filosofica che non è eccessivo definire la nostra più vera situazione ontologica. E che, allora, va riconosciuta come un dato costitutivo – forse temibile per i più - della nostra ineluttabile presenza nel mondo. Del resto, quanti spiriti solitari con generosità si prodigano per ridurre o evitare che le drammatiche realtà di isolamento di vaste moltitudini possano essere poste nella condizione di scegliere liberamente i doni della solitudine?























 

 

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