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La Serracchiani e la mediocrazia

di Massimiliano Forgione - 03/07/2009

Questa giovane donna, novità della politica, ha reso evidenti tutti i limiti del Partito Democratico.
Il suo avvaloramento proviene dalla rete, non dagli organi di partito, dai suoi apparati, non certo da vecchi bacucchi come D’Alema, Bersani, Follini, pur con i dovuti distinguo. Parlo con cognizione di causa, li ho conosciuti tutti e so che: D’Alema è un conservatore, pieno di sé e stizzito per ogni forma di innovazione, cambiamento, la sua boria non lo porterebbe oltre un giro in barca sul suo Ikarus e un coraggio che non andrebbe al di là di una candidatura nel collegio di Gallipoli, comune della Puglia dove attracca il suo veliero da regata; Bersani ha osato, in passato, durante i due risicati anni del Governo Prodi, andare contro le corporazioni e gli ordini che rendono stagnante la situazione di questo Paese: avvocati, notai, banchieri e persino tassisti; ricordiamo tutti le tentate liberalizzazioni, abortite esattamente come la possibile riforma Gentiloni, avviata per volontà dello stesso Bersani, con la quale si proponeva di mettere fine al duopolio televisivo inerte e privo di concorrenza. Follini è un buon tuttologo, ha una visione del mondo che non è statica ma preferisce sollazzarsi nelle comodità del Partito, una personalità simile a Tabacci: dice, ma non più di tanto, fa, ma non oltre un certo limite, si espone, ma con l’attenzione di chi subodora attorno a sé pericoli di mozioni e sfiducie.
Ecco perché le “audaci” affermazioni di Debora Serracchiani non sono piaciute a nessuno, l’aver detto che tornare a Bersani (che ha già tentato senza riuscire), peggio a D’Alema, equivarrebbe a restaurare un partito e ad allontanarsi da quel che rimane del popolo della sinistra, è irriverente nei confronti dello status, del consolidato, di ciò che è garanzia di vitalizio per gli anziani della politica.
Mi trovo terribilmente d’accordo con questa fresca scoperta della politica italiana quando dice che sarebbe meglio riconfermare Franceschini, a questo punto, che pur ha osato e innovato; semplicemente perché prendeva le redini del partito in un momento in cui non c’era niente da perdere, aggiungerei io. Franceschini appartiene alla peggiore scuola democristiana e ciò è ancora più squallido perché dimostra come i nostri delegati sanno perfettamente quali sono le istanze dei loro votanti ma puntualmente mortificano il progresso per interessi interni, di casta, di partitocrazia. Veltroni ne è stato il peggior esempio.
A questo punto non resta da vedere se il coraggio di Serracchiani saprà andare oltre i veti di quanti hanno interesse a non cambiare nulla, dando l’impressione di volerlo fare, o se si farà irretire dalle lusinghe della comodità che il vivacchiare all’interno di un apparato assicura.
Insomma, staremo a vedere se questo Paese dovrà morire di mediocrazia.























 

 

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