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Ismi

di Massimiliano Forgione - 31/08/2009

Con gli “ismi” si caratterizzano le cose della politica; da sempre, la considerazione della gestione pubblica italiana ha coinciso con soluzioni approssimative, di compiacimento, di fare fazioni, gruppi di potere, ritenuti tali sulla base dello spostamento di voti che possono garantire, assicurare.
Un concretismo politico, intendendo per tale la tendenza a gestire in termini di profitto il comitato d’affari, chiamato a sproposito partito, che attraverso il tornaconto dei consensi si assicura la sopravvivenza, il benessere economico dei quadri.
A seguito dell’operazione trasparenza voluta dal Ministro Brunetta, che obbliga tutti i dirigenti di enti pubblici a mettere in rete i loro compensi, viene reso di dominio pubblico che, per esempio, i quadri della Regione Lombardia, e sono 50, hanno stipendi non inferiori ai 100mila euro, e di gran lunga superiori; più morigerati quelli dei dirigenti provinciali che comunque non vanno sotto i 90mila euro.
Ricordo una delle tante promesse elettorali cadute nel dimenticatoio: l’abolizione delle province, ma, per concretismo, è meglio lasciar perdere e poi, a guardare le tabelle, non rappresentano i centri di spesa più fagocitanti. Qualcuno, credendo alla bontà dell’operazione, ha spesso gridato al populismo.
Quello della Regione Lombardia è solo un esempio, lo stesso avviene in Campania, Puglia, Calabria, Sicilia; insomma, i comitati d’affari di destra e sinistra (ingenuo continuare a parlare in termini di tale dicotomia, i fatti ci hanno largamente dimostrato che la politica si è ridotta ad un’unica, invadente, SPA), per obiettivi ridicoli, anche in termini di bilanci, divorano risorse che dovrebbero essere destinate al pubblico benessere. Qualcuno ha parlato di associativismo.
Tra gli “ismi”, e tralasciamo quelli che un tempo, molto breve, caratterizzavano le ideologie partitiche: il socialismo, il comunismo, il fascismo; quello del “migliorismo” è intrigante; se si consulta il dizionario, si scopre che attraverso tale termine si intende: la concezione che confida non in soluzioni radicali ma in un progresso graduale e costante delle condizioni umane e sociali.
Adesso, sappiamo che le soluzioni radicali non sono della politica e che il miglioramento umano e sociale, i retribuiti d’oro delle funzioni pubbliche, lo intendono unicamente in senso soggettivo. Però, la scelta inequivocabile e netta dovrebbe essere prerogativa del cittadino in quanto, anche, soggetto politico. Mentre i compensi di politici, funzionari, amministratori continuano ad inflazionarsi, quelli dei comuni mortali rasentano sempre più condizioni umane e sociali patologiche.
A proposito, intervistando Massimo D’Alema, ho scoperto la sua repulsione per il nuovismo, intendendo l’ostentazione del nuovo a tutti i costi. La conservazione del sistema è fondamentale per la politica.
Proporrei a questo punto un altro “ismo”, inteso in senso soggettivo e collettivo, ma da possibile soluzione radicale, stravaganza per niente italiana ma a questo punto necessaria: revanscismo. Se si consulta il dizionario, si legge che, con tale termine si intende: lo spirito di rivincita che può formarsi in un paese dopo una guerra perduta.
Si può attuare in vari modi, da solo attraverso l’astensionismo, in compagnia, passando per forme di consociativismo. Una cosa è certa, senza alzare le nostre teste sarà impossibile qualsiasi tendenza alla concretezza (concretismo) e l’italiano dovrà pure, prima o poi, fare i conti con questa endemica incapacità.























 

 

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