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Giovani, vecchi e 5 dicembre

di Massimiliano Forgione - 21/11/2009

Cosa ci consegnerà la manifestazione del 5 di dicembre? Come andrà? Metteremo finalmente la parola “basta” a questo inesorabile decadimento?
A parteciparvi, a quanto pare, saranno soprattutto i giovani, i nati negli ’80, trentenni che hanno capito che il futuro gli è stato rubato. Loro hanno negli occhi i fallimenti dei propri genitori, magari, per come vanno le cose in Italia, assistono, nella forzata convivenza, alla loro penosa esistenza lisergica, distesi inerti sui divani a sorbirsi le idiozie della televisione; ecco, basta quest’immagine per dire “basta”, per comunicare non più a loro stessi ma alle generazioni immediatamente successive che non bisogna rassegnarsi alla sconfitta.
Questa terra sta morendo di omertà, di sottesi, di cose da non dire ma che è possibile solo sussurrare nel segreto in uno squallido privato confessionale.
Se non ci riapproprieremo della libertà di pensare per poter parlare senza remore, sotterfugi, fuori da ogni turpitudine intellettiva, saremo destinati a morire con l’incubo della necessità di un capobanda pubblico e privato, un millantatore, un ciarlatano qualunque che ci dirà come comportarci in casa e fuori, con la dovuta assoluzione per qualche scappatella sdoganata dall’eletto e data in briciole all’elettore.
Dobbiamo porre termine a questa guerra civile che semina morti veri e vittime dell’intelletto e disertori della coscienza; smetterla, forse, potrebbe significare ricominciare a vivere davvero.
Il principio della delega non ha più senso, tanto nella vita privata (affidarsi a qualcuno), quanto nella vita pubblica (dare il proprio consenso a qualcuno); il voto, per come dovremmo intenderlo, potrà riacquisire un significato solo attraverso la democrazia partecipata, dove si legge, si discute e si propone. Ognuno conta per uno, per se stesso. Ma forse, la difficoltà risiede proprio in questa nostra incapacità di superare questo limite, il confine dell’indifferenza, dell’assunzione di una sana moralità. Solo adoperandosi nel quotidiano, nella convinzione che sia necessario essere immanenti con la realtà che ci circonda, sarà possibile operare un positivo cambiamento.
Questo dobbiamo a chi potrà vivere ciò che con tanta fatica ci tocca ricostruire. Abbiamo imparato sulla nostra pelle quanto sia difficile e necessario uscire dall’emergenza, noi, che di incertezze viviamo il nostro presente.
Tante volte, nella vita, ci ritroviamo a vivere delle situazioni che, per essere affrontate, richiederebbero un altro da noi, un qualcuno più grande di noi. Ecco, noi siamo in una fase storica in cui dobbiamo sforzarci di tendere ad una figura che sia il superamento di noi stessi, un miglioramento che da noi possa infondere l’oggettività, mutarla.
Mi chiedo se ciò sia possibile, mi guardo attorno e vedo sacche di resistenza, talentuose capacità che potrebbero infondere ciò di cui necessitiamo; sì, c’è del buono, vitale, non smettendo di cercare c’è dell’ottima materia in giro, c’è chi in altri paesi più progressisti a noi vicini, penso alla Francia, vivrebbe con sussidi dignitosi: musicisti, poeti, scrittori e attori, non importa se hai successo, l’arte viene comunque riconosciuta, per titoli e attività.
Basta piangerci addosso, è vero, sono cadute tante certezze, morte tante speranze, altre, non sono neanche mai nate, ma proprio per questo dobbiamo assolutamente prescindere da tutto e incominciare a pensare di dover inventare uno spazio e avere il coraggio di popolarlo; se non lo faremo noi, nessuno ci permetterà, mai, di farlo.
Di stupide certezze ne abbiamo abbastanza! L’arroganza della certezza non serve a nessuno, la bellezza del dubbio ci potrà rendere migliori. Solo migliori.
Il futuro prossimo di questo Paese è nelle mani dei giovani; il 5 dicembre è la data da cui partire.























 

 

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