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Natale a ferragosto

di Marcello Masneri - 26/11/2009

Gli alberi di Natale a Ferragosto. E’ ciò che vedremo da qui a pochi anni nelle vetrine di ogni esercizio commerciale. La gara a chi espone per primo i segni del Santo (?) Natale è portata avanti sottovoce e tenacemente dai concorrenti. Quindi, se a fine agosto si smette di parlare di vacanze estive, tanto vale iniziare subito a parlare di come vendere l’inverno alla gente, dell’evento più eclatante, del Natale, appunto. Perché aspettare, la nascita del buon Gesù va preparata con largo anticipo. E via con alberi veri, finti, sonori, luccicanti, e presepini, statuine e anche qualche Befana, non si sa mai, meglio portarsi avanti, e babbi natale sparsi a penzoloni dai balconi delle villette a schiera. La macchina commerciale non si può fermare, vende bene chi vende prima. Una slitta appoggiata su un tappeto di cotone con babbo natale a cavalcioni fa esclamare: oh, tra poco è già Natale! E non importa se Maria è solo al sesto mese, il panettone prematuro ha una confezione tutta colorata, di cartone lucido, fa volume, ci sta bene nel carrello, non è più un dolce tradizionale. Il cliente è servito. Proprio così, ‘Il cliente è servito’, intitolava un paragrafo del suo MINIMA MORALIA – MEDITAZIONI DELLA VITA OFFESA, il filosofo Theodor W. Adorno, nell’anno 1951.
“L’industria culturale pretende ipocritamente di regolarsi sui consumatori e di fornire loro ciò che desiderano. Ma mentre si studia di respingere ogni idea di autonomia ed erige a giudici le sue vittime, la sua autarchia e sovranità effettiva – che essa cerca invano di nascondere – supera tutti gli eccessi dell’arte più autonoma. L’industria culturale, anziché adattarsi alle reazioni dei clienti, le crea o le inventa. Essa gliele inculca, conducendosi come se fosse anch’essa un cliente. E’ lecito sospettare che tutto l’adjustment a cui assicura di obbedire sia pura ideologia; gli uomini aspirerebbero ad adeguarsi agli altri e al tutto tanto più quanto più tendono, attraverso l’esagerata uguaglianza, attraverso l’affermazione giurata della propria impotenza sociale, a partecipare al potere e a impedire l’uguaglianza. “La musica ascolta per l’ascoltatore”, e il film pratica sulla scala del trust l’odioso trucco degli adulti che, quando vogliono affibbiare qualcosa ad un bambino, lo stordiscono col linguaggio che vorrebbero che quello adoperasse, e gli presentano il regalo più discutibile con l’espressione di schioccante rapimento che intendono evocare in lui. L’industria culturale è modellata sulla regressione mimetica, sulla manipolazione degli istinti mimetici repressi: essa si serve del metodo di anticipare la propria imitazione da parte dello spettatore e di far apparire come già esistente l’intesa che mira a creare. E ci riesce tanto meglio in quanto – in un sistema stabile – può effettivamente contare su quell’intesa: intesa che, perciò, non si tratta tanto di produrre, quanto di ripetere ritualmente. Il suo prodotto non è uno stimolo, ma un modello per reazioni a stimoli inesistenti”.























 

 

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