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La terra trema

di David Adduci - 01/03/2010

La serata era già iniziata male: due scossoni violenti, di magnitudo intorno al 4 grado verso le 23 e all’una di notte, avevano messo in agitazione me, la mia famiglia e la città intera.
Ma lo sciame andava ormai avanti da quasi cinque mesi, disturbando le nottate aquilane e scuotendo le nostre abitazioni ormai quotidianamente, tanto da lasciarci assuefatti alle vibrazioni e al terrore.
Scosse della buona notte le chiamavamo, dopo le quali si poteva riposare in pace per qualche ora, in attesa di una nuova giornata di lavoro.
I locali notturni del centro organizzavano serate contro il terremoto, come se quella musica e quelle facce potessero in qualche modo esorcizzare la paura di quello di cui tutti noi eravamo clandestinamente consapevoli, e di quanto si sarebbe puntualmente verificato qualche giorno più tardi.
E pensare che già alla scossa delle 23 avevo notato delle lesioni impressionanti sull’androne delle scale nel mio palazzo.
Ma no, no…non c’è niente da temere, la situazione è sotto controllo, è la normale evoluzione di un fenomeno, tenuto sotto controllo, che sta scemando! Altrimenti scusa, ti pare che nessuno avrebbe fatto sgombrare le abitazioni? Ti pare che coloro che sono preposti all’arte di governare le società, si accollino la responsabilità di lasciar morire delle persone sotto le macerie di un possibile-probabile sisma?
Più o meno questo il tenore della conversazione tra me e mia madre quella notte, giù nel cortile del palazzo, insieme agli altri inquilini spaventati e raccolti sul prato.
Ma no, ma no, stiamo tranquilli, i risultati prodotti dalla Commissione Grandi Rischi, riunita all’Aquila qualche giorno prima della più grossa catastrofe che l’Italia intera ricordi, vanno proprio in questa direzione: cercare di mantenere la calma perchè è un fenomeno che va scemando, altrimenti sarebbero proprio loro i primi a farsi montare le tende blu sotto casa!
Hanno persino mandato un avviso di garanzia per procurato allarme, a quel pazzo che crede di poter prevedere eventi sismici attraverso lo studio del radon…e hanno fatto bene! Perché lo sanno tutti: non è possibile in alcun modo prevedere terremoti, non esiste nessun nesso di causa-effetto tra i cosiddetti precursori sismici e gli eventi.
Perciò dai dai, tutti a casa, tutti a letto che domani è un’altra pesante giornata di lavoro, seppure malpagato e precario ma pur sempre l’unica illusione di poter sperare di costruire qualcosa per il futuro; già, il futuro...
Pensa che tuo padre non è neanche sceso, è rimasto tranquillo davanti al televisore mi diceva mia madre sotto casa, forse per camuffare l’agitazione o per cercare di tranquillizzare me, ma soprattutto se stessa.
Va bene torniamo su, a guardare e quasi commiserare le persone rimaste in cortile perché allarmate dalla scossa.
Dopo qualche ora quelle stesse persone mi avrebbero confessato di essere tornate in casa anche loro, intorno alle due di una notte fredda, rischiarata da uno spento spicchio di luna, che a tratti si affacciava tra grigi nuvoloni.
Mi decido quindi di tornare a letto ma con l’agitazione dentro. Immerso nel buio della stanza resto a fissare il led rosso del mio televisore in stand-by, come in attesa di quanto sarebbe successo di lì a poco.
E infatti, intorno all’una un altro scossone, breve ma intenso. Bene è finita, penso, finalmente adesso posso riposare un po’.
Ma stranamente l’agitazione non mi passa e resto immobile e sveglio nel letto, fisso il led cercando di non pensare a nulla, o quanto meno cerco di evitare pensieri cattivi: quelli relativi ai crolli, alle macerie, alle morti, ai black out, ai soccorsi e tutto ciò che ruota intorno a una catastrofe di cui si può aver una vaga idea soltanto per sentito dire, grazie alle cronache dei mezzi di comunicazione.
Invece alle 3 e 32 di quella maledetta nottata il mio incubo più terribile, l’orrore impensabile mai vissuto sino ad allora prende la dimensione di un boato incredibile, del sapore degli intonaci delle pareti che scoppiano e che ti arrivano in bocca, del fracasso delle stoviglie e delle finestre che esplodono, dello scuotimento dei mobili, delle grida delle persone intorno a me, del buio più nero che ha inghiottito tutto durante quei 23 secondi, del grido della terra! È un grido che veramente ti sconvolge, che mette i brividi, che fa drizzare i capelli in testa. Non avrei mai immaginato di poter gridare di terrore.
I miei ricordi durante quel mezzo minuto sono confusi: ho pensato di sollevarmi, di stare in piedi ma la violenza delle vibrazioni mi ha intorpidito le gambe, mi sollevo ma cado a terra e scivolo sotto il letto (riesco a toccare la parte inferiore della rete del mio letto!).
Intanto sento mia madre che dall’altra stanza mi chiama ripetutamente, con la calma di una mamma che cerca di evitare di spaventare suo figlio, più di quanto già non lo sia.
Le rispondo, per comunicare che sono vivo, e provo ad aprire la porta della camera ma non si apre. Non capisco subito il motivo perché il buio in quel momento è totale quindi prendo tempo e cerco di ragionare: mi vesto, infilando persino le scarpe, e apro uno spiraglio di serranda in modo che possa passare un po’ di luce dall’esterno. Non risolvo la situazione però riesco a recuperare quel poco di lucidità che mi permette di realizzare che l’apertura della porta è impedita da un mobiletto basso e pesante che la scossa ha fatto cadere. Lo sposto, apro la porta e raggiungo i miei sul pianerottolo. Atterriti e sconvolti, insieme agli altri inquilini del palazzo, scendiamo le scale che ancora vibrano e che vengono illuminate soltanto dalle luci sintetiche dei nostri telefoni cellulari.
La terra non smette di tremare, nella scala interna del mio palazzo una polvere densa si è impossessata degli spazi, i calcinacci riempiono i gradini lesionati mentre sul muro si allargano crepe enormi, tanto da riuscire a farci intravedere, mentre scendiamo, che fuori è già pieno di gente.
Passiamo la notte in giardino tutti insieme, uniti nella paura, sussultando ad ogni nuova scossa e ascoltando in silenzio i crolli di una casa che ti ha protetto fino al momento prima, ma che adesso ti è fatalmente nemica. L’unico rimpianto, che a volte mi toglie il sonno, è quello di non essere riuscito a fare nulla di più che restare accanto ai miei, sotto casa, al freddo, cercando invano di far funzionare i telefoni per tranquillizzare i familiari lontani dall’Aquila, avvisandoli che eravamo vivi. Io non credevo, non ho pensato neanche per un attimo che la tragedia potesse avere avuto tali dimensioni! Avrei potuto fare, avrei potuto dare ma non ho fatto.
Da qualche mese vivo a Bergamo dove ho un contratto da docente precario. A l’Aquila ho momentaneamente perso casa, lavoro, amici e interessi. Penso che se veramente si è convinti di voler tentare di comprendere come stanno realmente le cose nella mia città, a 300 giorni dal sisma del 6 aprile, bisogna andarci e trascorrere lì un po’ di tempo. Nessun giornale, nessun servizio, nessun articolo, nessun filmato può rendere l’idea di come si viva in un capoluogo di regione che esiste solo sulle carte, una città dall’economia in ginocchio, una città ormai silenziosa in cui più di 4 milioni di tonnellate di macerie ancora aspettano di essere rimosse.
Se è vero che tanto è stato fatto sinora, è altrettanto vero che i problemi non sono affatto risolti e che la sperata RIcostruzione, di cui molti qui a Bergamo mi chiedono e che tutti sono convinti sia ormai a buon punto, è ancora ben lontano soltanto dall’iniziare.
Ma forse raccontare la favola di aver consegnato, nel più breve tempo possibile all’interno del cantiere più grande e più efficiente del mondo, un tetto a tutta la popolazione aquilana e di aver trovato la migliore soluzione all’emergenza, riempie la bocca ed appaga molto di più le coscienze di quanti non hanno nessun motivo per amare incondizionatamente una terra severa come quella d’Abruzzo.























 

 

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