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Abituati alla gravità

di Massimiliano Forgione - 14/05/2010

‘La memoria è importante’, ce lo sentiamo dire continuamente, dibattiti sulla perdita della memoria e sulla necessità di preservarla.
Nel tentativo di far posto a una delle memorie del mio computer, passavo su cd rom delle fotografie e dei video, di cui non avevo neanche più memoria!
Altre immagini, più recenti e che avevo ancora impresse nella mia di memoria, le scarico da quella della macchina fotografica, le passo su quella del pc e poi su cd rom; siccome devo svuotare la memoria, dopo quest’ultima operazione passo tutto il contenuto dell’hard disk nel cestino e lo svuoto. Passo a visionare il cd, per rivedere le ultime fotografie e scopro che su questo non è stato impresso tutto e ciò che manca sono proprio le foto più belle, una in particolare che forse non avrò più modo di rivivere. Via, nell’operazione buttati per sempre “quintali di fosforo” (S. Bersani).
-Va bene-, mi dico, -ricomincio dal presente!- Tranne poi cedere alla volontà di non rassegnarsi, di non credere che tutto sia perduto, così telefono ad un mio amico e gli chiedo se c’è possibilità di recuperare……; ‘Sì’, mi dice, ‘si potrebbe….’; vedremo come andrà a finire, questo fa parte del futuro e dell’insulso tentativo di voler continuare a tenere in piedi ciò che non regge più.
Nel mio presente c’è una forte sensazione che mi mette angoscia, paura: quella di star perdendo la trama della mia vita, di non riuscire a riconoscere e a tenere uniti i fili che dovrebbero mantenerla insieme. E’ un timore ricorrente che mi rende quasi inabile al presente e mi compromette il futuro.
Sposto il fuoco da me, parlo di noi, e non so che differenza ci sia tra le due dimensioni.
Ho la certezza che il discorso si sia interrotto, che non ci sia racconto che, peggio, non ci sia l’interesse per la prosecuzione di una storia. Siamo in tanti, siamo dei popoli; quanti ne sono nati in questi ultimi mesi?: Il popolo viola, il popolo dell’acqua, il popolo della Costituzione, il popolo della pace, il triste popolo delle libertà; e poi le carovane: quella della legalità, quella dei diritti; i popoli, le genti che avanzano, tante identità, tante da non farne una! Come le memorie: tante da non farne una.
Forse il rovesciamento totale e la dismissione del sistema sarebbe l’unico auspicio possibile, e non parlo di una rivoluzione violenta, ma di una sottile, pensata e non parlata, tanto che il fatto stesso di smettere di parlarne potrebbe significare averla già fatta.
Spero nella generazione zero, in quella da cui i nati negli anni ’70 e ’80 sono già fuori. Auspico la nascita di un nuovo linguaggio che sappia tralignare i ‘mi consenta’ a cui si sono lasciati andare, senza alcuna renitenza, anche i quarantenni, coloro che nella costruzione dell’alternativa sociale dovrebbero rappresentare il nuovo.
Spero nella mancanza di valori e disvalori, nella dimenticanza, per poterci liberare definitivamente dei vecchi, malandati carrozzoni: della politica, del sociale per convenienza, delle feste nazionali prive di verità storica. Intravedo una sostenibile leggerezza dell’esistenza oltre questo muro con cocci di fondo di bottiglie e chissà che la generazione zero, inconsapevolmente, non ci stia già salendo fino a tagliarsi le mani.
Scrollarsi del peso del passato, affidarsi al presente per non pregiudicare il futuro. Quasi una formula matematica! Rinunciare alla storia, quella ufficiale, menzognera, ruffiana, da convivio di falsi intellettuali che si incensano della loro presunta cultura. Ecco perché non possiamo sperare che la preparazione culturale salvi questo Paese, ecco perché è necessario riporre ogni attesa nella generazione zero. Fuori da ogni linguaggio, crearne uno, vuoto, privo di ambizioni, una sorta di ritorno allo stato primordiale, tipico di coloro che, per l’appunto, non avvertirebbero la paura e sarebbero incuranti del dolore provocato dai tagli dei cocci di vetro del muro, che per condizione storica, per fatto naturale con cui da sempre convivono, devono scavalcare prima del prossimo. Provate a parlare di crisi ai nuovi giovani, abituati alla gravità si girano dall’altra parte e privi di linguaggio avanzano, dove, non si sa, ma avanzano! Assuefatti al nulla non sanno neanche che ci possa essere qualcosa da cercare, quindi perché provare rabbia?
Questa è la vera rivoluzione indolore, quella violenta che ammazza senza sangue e che è generata dall’immobilismo tramandato di generazioni e generazioni. Una morte definitiva del pensiero, ma forse questa è il buon auspicio, la buona novella, possibile solo dopo secoli di inganni proferiti nel verbo, sempre più becero, fino a sfociare nel più indegno gergo della nequizia degli ultimi politici che hanno formato il frasario corrotto di tanti quarantenni di tutta la penisola, di un nord che attraverso i loro proferimenti ancora crede che il Piemonte sia stata la prima regione ad “accogliere” i meridionali e di un sud che con tutti i suoi sradicamenti fatica a conoscere il proprio ‘vero’ passato.
La mancanza di memoria nella perdita del racconto comune non ci dice mai che il Nord ha fregato il Sud due volte: una con i Savoia e l’altra con la Lega, che esercita la propria idiozia su due livelli diversi: quello di Brescia e quello di Bergamo, che poi si profondono oltre la 'Padania' e profondano l’intero Paese.
La legge del contrappasso vuole che la palma e l’ulivo arrivino al Nord, sradicati e importati dal Sud, la qual cosa implica complicità e volontà di invischiarsi con il più sporco affarismo tra politica, mafiosi di tutti i mandamenti e imprenditori.
Per quello che siamo, abbiamo tutti, nessuno escluso, gli occhi pieni di lacrime che vorremmo versare e che da sempre tratteniamo, in questo presunto vigliacco coraggio pieno di boria e saccenza.
Lasciamo fare alla generazione zero e al vuoto che l’indegna eredità italica rappresenta, fuori dal nostro linguaggio esiziale, nel gergo tecnologico di facebook, chissà, ci potremo sentire tutti più frivoli, privi di consistenza e più stupidi certo, ma sicuramente più leggeri.























 

 

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