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L’antico bestiario del verbo

di Massimiliano Forgione - 07/06/2010

Nel linguaggio comune, anche dei più insospettabili, c’è un frasario che fa scempio della sensibilità più vera e che rivela un lessico tanto povero quanto corrotto.
E’ difficile respingere i proferimenti di gente compromessa con il proprio vissuto, architettura varia di patologie inespresse e non ammesse che costituiscono il proprio credo, quello attraverso il quale il rapporto con gli altri si determina, le relazioni si fanno.
Tante volte mi hanno chiesto se ho mai pensato di rifarmi una vita. E’ un’affermazione bestiale, che rivela tutta la malvagità di chi la articola. Come dire, affermare, far capire che la mia vita è sempre stata una e continuerà come tale, che non so cosa significhi ricominciare, rifarsi, che non c’è nulla da dimenticare, che spero di ricordare sempre, per continuare a cercare, per sperare di non trovare mai.
Ci sono orecchie adatte a recepire l’inconsueta ammissione di una debolezza? C’è ancora chi ha la necessità vitale di ammettere che siamo esseri fallaci, caduchi, capaci di trepidare per una passione che per definizione ha breve durata e non può determinare l’esistenza per un buon, lungo tempo? Il bestiario del verbo è proferire parole quali: progetto, investimento; locuzioni quali: perdita di tempo, fallimento di un progetto, quando si parla di relazione a due. Se io leggo: progetto, penso ad una materia da realizzare; investimento: alla banca, la borsa, il danaro; perdita di tempo: il tempo è necessario perderlo; fallimento di un progetto: penso che un’impresa non abbia potuto realizzare un qualcosa; ed infine, rifarsi una vita: non ci si può rifare una vita, ci si rifà, ahimé, il seno, la faccia, ma la vita è un continuo.
Le relazioni son fatte di attimi, la vita è fatta di attimi, momenti in cui il tempo è fondamentale, perderlo, musicalmente parlando, può essere fonte di infiniti rammarichi e profonde tristezze, se in quell’attimo non c’eri, tutto può sfumare.
La relazione può assumere i contorni di una infinità di sequenze di tempi sbagliati, di un inseguirsi inconcludente in cui le parti risultano, entrambe e comunque, perdenti.
Quante volte, una supposta superficialità cela una profondità insondabile e quante, un’apparente profondità, nasconde abissi di frivolezza; in questo inseguirsi come animali, fiutarsi come i cani, siamo tutti alla ricerca di un proboviro, un altro superiore da noi in grado di redimere le nostre controversie, un insospettabile al di sopra delle parti che sappia essere fermamente autorevole.
Per quanto ci concerne mi sento di affermare che dovremmo essere assolutamente disinteressati alla linearità della vita e continuamente affascinati dalla riproduzione di alti e bassi: quando la linea di un elettrocardiogramma è piatta vuol dire morte; noi, dovremmo accanirci alla perpetuità delle oscillazioni fino a nutrirci non per lusso, non più per fame, ma solo per non avvertire la fiacchezza: ipotecare il futuro nell’opulenza alimentare è la metafora della piattezza, sospingersi nei giorni alimentandosi del necessario è la metafora della consapevolezza di ciò che è la realtà: uno stato effimero reiterato, un susseguirsi di suggestioni dalle quali basterebbe poco per uscirne ma, rimanerci lucidamente, significa interpretare qualcosa, essersi fermato a capire la vita, quindi, qualcosa di più di noi stessi, qualcosa che, fuori dalla recita, sfuggirebbe.
In un’epoca avara di maestri, ognuno dovrebbe avere interesse a ricercare i propri e, visto che nella realtà mancano, allora bisogna tenere ben presente la suggestione della realtà, che essa è suggestione e che quei maestri è bene andarli a scovare nel proprio io: un popolo di sbagli ed errori dai quali continuamente si apprende; una frequentazione ostica e costante, un’amante scellerata che vale la pena di frequentare.
Con le dovute differenze, la storia unisce, perché, anche se falsa, è presente che diventa racconto, quindi eredità, di conseguenza oggettività. Fuori dalla storia non ci può essere altro che sminuzzamento della realtà, privazione del racconto comune perché ognuno vive il proprio: la complessità del presente è la sua incomunicabilità, è la continua ricerca di quale racconto vogliamo diventi storia, tentativi di sopraffazione senza mai capire che ciò che ci sta sfuggendo è la trama e che il verbo che caratterizza le nostre azioni è il bestiario del quotidiano destinato a divenire, comunque, storia e continuare a comunicare attraverso un lessico corrotto senza alcuna distinzione semantica e di genere, bisognosi di un poliziotto qualsiasi perché incapaci di sondarci, perché analfabeti di infiniti ritorni.























 

 

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