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Portatori sociali

di Massimiliano Forgione - 16/07/2012

Luigi Einaudi, oltre un mezzo secolo fa, dovendosi esprimere in merito all'albo dei giornalisti, usò codeste parole:
Albi di giornalisti! Idea da pedanti, da falsi professori, da giornalisti mancati, da gente vogliosa di impedire altrui di pensare colla proprio testa (....) Ammettere il principio dell'albo obbligatorio sarebbe un risuscitare i peggiori istituti delle caste e delle corporazioni chiuse, prone ai voleri dei tiranni e nemiche acerrime dei giovani, dei ribelli, dei non conformisti.
Leggendo i giornali italiani (e non solo) non si ha veramente il polso della situazione contingente, di cosa realmente sta accadendo nella vita delle persone e del livello di coscienza che, dai governi tecnici in poi, con grande senso civico viene, finalmente, manifestato.
Scorrendo i portali sociali ci si rende conto di come la protesta sale assieme alla consapevolezza del grande furto e al conseguente sdegno.
Verrebbe da dire che i veri giornali, oggi, sono proprio quelli formati dai contributi dei tanti iscritti alle reti sociali dove, riuscendo ad aggirare i patetici postulati sul proprio stato personale arricchiti da patologici commenti di rimando, insomma, virando con fiuto ormai esperto i pruriti personali pubblicati con la presunzione che possano essere d'interesse comune, quanto emerge sono riflessioni, pareri, notizie fondate e rare, sull'attuale temperie sociale ed economica. Quindi, ciò che va veramente letto in quanto vero giornale delle vere notizie.
Il giornalismo ha necessità di esseri liberi e, purtroppo, sappiamo quanto tutti i professionisti che si spacciano per tali, siano irrimediabilmente agganciati a gruppi di potere tanto che, se così non fosse, non potrebbero esercitare questo mestiere. Si tratta di legami imprescindibili, esattamente come quelli della politica prigioniera dell'alta finanza, del peggiore capitalismo speculativo. Questa politica dal costo sociale altissimo è sempre più esigente e impone il suo dazio non più per restituire attraverso uno stato sociale più o meno equo, ma per riscuotere gli interessi sugli interessi dei capitali investiti dai magnati. Gli infiltrati dei grandi mandamenti finanziari non sono altro che scagnozzi, picciotti che eseguono il lavoro sporco previsto dal piano di impoverimento delle classi medie, fine programmatico dei cda delle grandi multinazionali.
Uno di questi, Monti, ha dichiarato che "siamo in guerra" e i giornali veri hanno colto subito il turpiloquio del linguaggio facendo notare come, per chi non l'avesse ancora capito, i nemici del popolo sono seduti su scranni parlamentari e consigli d'amministrazione. Ecco perché, di fronte alla violenza e alla spietatezza del capitalismo, gli appelli alla moderatezza della protesta di una fasulla opposizione e altrettanto finta cultura fanno ancora più schifo.
Quanto sta succedendo in Spagna, possibile solo dopo che un altro cooptato (Rajoi) della grande finanza prendesse le redini del potere politico, è solo il secondo precedente (dopo la Grecia) di quanto succederà in Italia: taglio delle tredicesime statali, riduzione dei permessi sindacali, aumento ulteriore dell'iva, licenziamenti e ancora licenziamenti, riduzione delle indennità sociali ed è sadismo storico della coazione quella dei poliziotti che, investiti da tutto ciò in quanto anch'essi dipendenti pubblici, nell'eterna contraddizione pasoliniana da poveri manganellano i poveri, loro simili.
Un tempo, a noi quarantenni, se avessero detto che la vita di tutti sarebbe dipesa da un'oscillazione di dow jones, futsi mib, nasdaq o altre bestialità di un genere virtuale, avremmo opposto la realtà di un quotidiano fatto di relazioni reali, che si potevano toccare. Oggi, cerchiamo di opporci al virtuale utilizzando la stessa arma: la virtualità delle reti sociali, per sconfiggere un impotente senso di solitudine e per cercare, disperatamente, di non essere coautori di una cultura portatrice di infelicità che, nel migliore dei casi, ritarda la conoscenza di sé e del mondo, nel peggiore porta a non realizzarla mai e, da qui, a tutta un'infelicità di cui non si saprà mai la causa.























 

 

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