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L'italiano ossimorico

di Massimiliano Forgione - 25/02/2013

La nostra è la società degli ossimori, per cui si può affermare: “Su facebook un amico che non conosco mi ha detto..”, “Cerca di essere appassionato entro i limiti”, “Esageriamo con parsimonia”.
Il linguaggio è stravolto e in quanto espressione di ciò che siamo afferma la nostra manomissione genetica, siamo carcasse mobili modificate, infingimenti ingombranti smaniosi di affermare il proprio omologato punto di vista. “Z di Zara”, mi veniva detto da uno che compitava un codice fiscale e, sapendo l’universo che caratterizza la persona, so che non si riferiva alla città dalmata.
Di questa dissimulazione collettiva ciò che sconvolge è il falso moralismo, un inquinamento stratificato nella nostra società e tramandato con tale dovizia di sfumature che ci rende ulteriormente compromessi con noi stessi. La segretezza del voto, questo retaggio che sin da bambino ascoltavo negli adulti e che, ancora oggi, colorisce le espressioni degli interlocutori. Come a dire, non mi scopro perché so che potrei fare schifo. Come se vedere una persona, come ti guarda, come parla, come gesticola e si muove, quindi senza entrare più di tanto nella sua vita, non desse già l’idea di come si esprimerebbe nella cabina elettorale.
E già, omettere di dire perché non si possa capire. Affidare la propria reale essenza al segreto dell’urna sicuri che quell’intimità lì è inaccessibile.
Vi è un fenomeno comportamentale paragonabile alla protezione dello scafandro moralista della segretezza del voto, è quello dell’uso di un nostro amato mezzo di comunicazione: il telefonino. Indagare il cimitero di messaggi che giace al suo interno porterebbe a rivelazioni ricche di materia per sociologi e psicologi, lì sosta la vita vera, ciò che siamo realmente, le nostre vere pulsioni, quelle che non riusciamo a nascondere a noi stessi e che abbiamo bisogno di manifestare per la necessità inconscia di saperci ancora un po’ veri e, in fondo, un po’ vivi.
Uscire allo scoperto è cosa assai ardua, ci hanno educato alla clandestinità. Allora, vedo gli sguardi di chi viene sollecitato alla discussione politica e percepisco l’abbattimento di chi sa di essere rassegnato allo svolgimento del proprio dovere ponendo il suo segno sul dolore che già conosce, perché la truffa che lo genera e che caratterizza la sua vita da più di un ventennio, è almeno materia metabolizzata.
La pena di questi sguardi che non reggono la pretesa del segreto dell’urna è tutta nel furto a cui si sono assuefatti, la stanchezza che li caratterizza denuncia la loro assenza dal possibile sogno collettivo.
L’emorragia della negazione di noi stessi ci impedisce di affermare il nostro vero ‘io’ e non credo che potremo continuare ancora per molto privi della capacità di poter declinare un ‘noi’.























 

 

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