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Dieci saggi in un Paese stupido

di Massimiliano Forgione - 02/04/2013

Un tempo eravamo masse di individui e ci sentivamo rappresentati; oggi, siamo masse senza individui e, quindi, senza rappresentanza e in preda ad un delirio di rappresentazione.
Così, chiamiamo saggi dieci vecchi tromboni corresponsabili dell’affossamento morale ed economico di questo Paese.
Ma tutto ciò non è lontano da quel che siamo o meglio da quel che non siamo. Se in passato, soltanto l’imbeccillità del popolo ha reso possibili governi inetti, mafiosi e scandalosi, oggi, l’impossibilità di formarne uno la dice lunga sullo spappolamento che ci caratterizza.
Con la scusa di dover uscire dalla fame ci siamo abbuffati, di tutto, e la resilienza che caratterizza il nostro essere ha generato il niente.
Esausti e nelle forme di esaurimento che ci caratterizzano anche l’educazione che diamo ai nostri figli non prevede la rinuncia ma l’antica forma del baratto praticata non con beni di prima necessità ma con volgarità voluttuose: se ottieni un bel voto a scuola ti compro le Nike, se promosso un Ipad. Così si ammazza la voglia, l’entusiasmo, il fare perché è interessante, bello, perché dà la possibilità di essere migliore. Così si uccide l’identità, la possibilità di essere una persona nuova perché si cresce con l’idea che si sarà in virtù di ciò che veramente appreso e non per puro scopo utilitaristico: ti do se mi dai, questo è quanto abbiamo assimilato con il consumismo e quanto, unicamente, in grado di tramandare.
L’anima commerciale è quanto di meglio siamo in grado di dare ai nostri figli, barattando, noi per primi, la parola con il gesto, in quanto troppo faticoso far comprendere la bellezza della complessità e del sacrificio e molto più risolutorio assolversi con un giro al centro commerciale condito con un bel regalo per i nostri pargoli che stanno esplodendo di inutilità.
In mancanza di un contesto pregnante ogni reprimenda lamentosa sui nostri figli diventa pura chiacchiera intrattenitiva, serve ad assolverci ma ci distanzia enormemente dal problema. Non voler ammettere la nostra bruttezza allontanandoci, nel tempo, anche da quanto abbiamo creato ed educato non solo è vigliacco ma definitivamente compromettente. Di là in poi niente è più possibile; senza la capacità dell’autocritica, niente è rinsavibile.
La saggezza in questo Paese ha perso ogni diritto di cittadinanza e quanta pena fanno questi adulti che si definiscono tali per colmare un vuoto identitario spaventevole.























 

 

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