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La solitudine

di Massimiliano Forgione - 06/01/2014

La persona libera non piace perché liberarsi non è pratica voluta e permessa.
Pensiamo all’abuso ventennale del verbo ‘consentire’; ebbene, ha a che fare con il consenso, rimanda ad implicazioni politiche coercitive (la legge elettorale lo conferma, come formule matematiche che dimostrano che il voto libero è una suggestione); e pensiamo allo svilimento del verbo ‘permettere’ che richiama il permesso, un fatto ecumenico se vogliamo, di contemplazione del prossimo nel rispetto della propria libera scelta.
In tempi in cui la superficialità rappresenta il massimo possibile della profondità nelle relazioni una tale distinzione non esula da un’altra: quella trasformazione tipica di cui l’uomo si fa portatore nel momento in cui esce dalla dimensione individuale per immettersi in quella comunitaria.
Il gruppo condivide certezze, l’individuo è caratterizzato dai dubbi. Ora, una forma di modernità coraggiosa potrebbe essere la condivisione di dubbi. Ma questa pratica filosofica, antica e scartata, è la condizione possibile delle società che rinascono, non di quelle morenti in cui, la solitudine che si prova di fronte a simili così dissimili fa sentire umanamente, disperatamente soli.
Ce lo dicono le tante morti giornaliere nei gruppi, spesso familiari, proprio quando costretti alla quotidianità che non lascia il respiro della solitudine, quella dei giorni di festa. Si implode nella lontananza tipica di chi è troppo vicino.
Piace citare Pasolini: ‘Io devo stare solo perché da solo capisco le cose’. Nella società morente questa condizione rappresenta l’unica possibile e necessaria per rifuggire la solitudine che si prova nel gruppo, nella coppia, là dove quella condizione interiore ideale viene scalfita per generare quella rabbiosa che ci oppone gli uni agli altri.
Ma l’uomo ha sempre più bisogno di comunanza; quanto più è inabile alla solitudine, alla libertà, tanto più alimenterà questa idiozia esplosiva.
Non ci si rende conto che esistono solo le persone e che l’andazzo così deplorevole delle nostre comunità è la condizione necessaria resa dalle nostre paure, dalla totale mancanza di fiducia in noi stessi e dall’immanente bisogno di fare gruppo per non sentirci soli.
Si ignora che viviamo un momento storico in cui solo un singolo può agire a basso impatto inquinante e che le persone spesso generano effetti deleteri sul prossimo, tipici di quando, in gruppo, si diventa animali. Disumano è non riconoscere questa condizione umana.
Così, abbiamo bisogno di questa Europa così creata perché divenisse la cortina di ferro tra una sinistra non più comunista e una destra rinfrancata; di questa Europa fatta per alimentare nuove guerre. Interessante, in proposito, l’inedito di un fascismo tutto di matrice sinistroide.
Pur di allontanare lo spettro della solitudine agiamo come l’elettore del PD, ossia, come quello sposo che si ostina all’unione pur in assenza di amore, nella speranza che qualcosa, fatalmente, cambi. Difficile per lui individuare un’altra forza possibile, vive la fedeltà al tradimento con l’orgoglio del ‘magnifico cornuto’.
Nella solitudine di chi vive questi tempi ‘per capire le cose’ vi è la speranza che rinascano gruppi in grado di condividere dubbi perché affascinati non da quello che c’è, ma da quello che verrà.























 

 

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