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A scuola!

di Massimiliano Forgione - 13/09/2015

Aggiornato
14 settembre, a scuola!
Da insegnante (di sostegno) so che tale esortazione ha come naturali destinatari non solo i ragazzi ma, e soprattutto, i colleghi.
Domani i corridoi e gli spazi a noi riservati pulluleranno di luoghi comuni sulla stanchezza ancor prima di iniziare, sul desiderio di protrarre la vacanza; musi lunghi si aggireranno negli ambienti stantii dei nostri edifici scolastici; tra quelli dei ragazzi e quelli degli insegnanti, i più cadenti, per una condizione esistenziale irreparabilmente compromessa, saranno sicuramente quelli di questi ultimi.
E’ proprio questa artefatta insoddisfazione che mi fa vomitare. Perché non è possibile e non riesco a rassegnarmi al dato di fatto che sia quanto caratterizzi buona fetta di un corpo docente ogni anno sempre più indecente.
Quando le frustrazioni personali trovano la loro nefasta conseguenza nelle vite degli adolescenti, ritengo che si sia valicato il limite della sopportabilità e che certe situazioni vadano rese pubbliche. Altrimenti, lasceremo che sia sempre un incompetente qualsiasi a pensare di dire 'la sua' sulla fottuta ‘buona scuola’.
E ora, per dare contezza di ciò, racconterò la mia esperienza personale. Sulla certezza che la scuola non sarà mai ‘buona’ se non ci saranno docenti in grado di esigere, per loro stessi, una vita priva di frustrazioni, posso vantare esperienza tanto quanto lavoratore della categoria, quanto padre.
Anno scolastico 2013/2014, primo anno di liceo (linguistico) per mia figlia.
Siamo nella tanto famigerata e sventolata eccellenza della scuola bergamasca. Un’eccellenza che mi racconta, nei vari colloqui con i colleghi del Liceo Falcone, di una ragazza capace che, però, non è facilmente valutabile nello scritto di matematica e giapponese. E proprio da quest’ultimo che mi viene addirittura fatta una diagnosi di ‘dislessia depressiva’.
Ho esordito dichiarando la mia professione e giuro: di dislessia depressiva non ne avevo mai sentito parlare.
Poco importa, a me e a mia figlia interessava indagare sulle ragioni delle difficoltà in matematica.
Con una pscopedagogista diamo inizio ai test per la discalculia, dislessia e disortografia. La diagnosi finale certifica una discalculia con deficit visuo-spaziale. Una intelligenza verbale eccellente e una capacità nell’apprendimento degli automatismi della lingua ai massimi livelli.
Informati i colleghi dell’eccellente liceo bergamasco (siamo nel mese di aprile inoltrato), in luogo di rivedere le valutazioni in giapponese e matematica, risultate falsate alla luce della diagnosi, danno inizio al lavoro di ‘cecchinaggio’ nei confronti della ragazza, di mia figlia. Ultimo, in ordine di tempo, dopo latino e scienze, educazione motoria (in mancanza d’altro, proprio per essere sicuri).
La studentessa in questione viene bocciata con comunicazione telefonica alla diretta interessata (professionalità irreprensibile!).
Su richiesta di plausibili spiegazioni dagli insegnanti, di ricevimento dalla vicepreside, dal preside, tutti risultano irraggiungibili come nelle più blasonate multinazionali se non previo appuntamento da prendere la settimana successiva per quella a seguire.
Concludo. Solo a seguito dell’annuncio di un ricorso e dopo aver allertato l’Ust (il vecchio provveditorato) il sottoscritto viene convocato dal preside per sanare la questione.
Il seguito merita molto approfondimento da parte di noi insegnanti che, mi verrebbe da chiedere: 'Possiamo definirci sempre ‘persone’? Fatto sta che la ragazza in questione, domani inizia il suo terzo anno, non nella stessa scuola ma in un altro liceo linguistico dell’eccellenza bergamasca: il Turoldo. Dopo il primo anno che vi ho raccontato, è passata attraverso il suo dignitoso secondo, cambiando il giapponese, il cui apprendimento è possibile solo attraverso una prova di forza muscolare (Comotti docet!) con lo spagnolo, recuperando tutto il primo anno (intelligenza verbale eccelsa!).
Domani 14 settembre tutti a scuola, proprio tutti. Protagonisti positivi e negativi di una società escludente, per frustrazione, con la pretesa umorale dell’esclusività, per sentirsi immuni dalla ‘frustrazione’.
Uscire allo scoperto può servire a rendere questa condizione meno opprimente, e vi assicuro, vale tanto per un insegnante quanto per un padre.

Aggiornamento:
Un plauso anche alla eccezionale professoressa di matematica (De Petro, sic!) che, dopo l'immediata comunicazione di discalculia, ad accertamenti ancora in corso, si pronuncia nei confronti di mia figlia con le seguenti parole (fatto comunicatomi ieri 5/10 dalla diretta interessata): 'A mio avviso, discalculici e dislessici, non dovrebbero frequentare scuole di questo rango'.
Che dire! In gamba ragazzi! Presto questa gente toglierà il disturbo e finirà di fare molto male alla nostra scuola.























 

 

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