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Vacanza

di Massimiliano Forgione - 20/10/2016

La domanda era: ‘Ma veramente ti fermi due settimane a Salamanca? C’è così tanto da vedere?’
Fuori no! In due, tre giorni avrei esaurito la patetica fame del turista.
La mia esigenza era vedere quel molto che dentro alberga sempre, riuscire a renderlo lontano dal frastuono inebetente e studiarlo in luoghi nuovi per poterne uscire, a modo mio, rinnovato.
Nel dentro di ognuno c’è sempre tanto da fare e il mio stagionale tentativo voleva giungere fino allo stremo della investigazione, di quando si avvicina il ferragosto e in città ci si può contare tra i pochi che non hanno ceduto all’estraniamento degli assembramenti balneari.
Il mio era anche un movimento nostalgico che riconduceva all’affermazione di un mio professore di quando vivevo in Francia, Monsieur Dufetel, con la sua espressione assorta mi diceva: ‘Lei non viaggia per visitare, lei si ferma in un posto e lo vive. Questa, è una grande differenza.’
Quedarse è il bellissimo verbo spagnolo che racchiude tutta la necessità di adagiarsi in un luogo per capirlo ed arricchirsi di un apprendimento ineguagliabile, che non può essere condotto in altre modalità.
In questo vedere per vedermi sono andato a cercare una quantità di assonanze e dissonanze per meglio modulare la mia musica d’insieme senza uscire troppo dal ‘sound’.
Un’indagine che ha bisogno della noia, e molta, di tipo baudeleriano, uno ‘spleen’ che marca tutta la differenza tra ‘l’ho visitata’ e ‘l’ho vissuta’ e l’ipoteca di vita, di scrittura, di immagini che la seconda locuzione porta con sé.
Annoiarsi in un luogo sconosciuto dove si è anonimi è incomparabile, lo è muoversi dolente e indolente nel luogo nuovo dove si ha bisogno di restare, di far passare i giorni, per sentirlo proprio nel momento preciso in cui si sarà andati via.
E’ una convivenza piena con se stessi che lascia come la fine di un libro immenso la cui separazione è indesiderata, accettata perché il lascito è buono.

In un tempo (il nostro) di paure (molteplici), quella della solitudine e della relatività, rappresenta una vertigine inutile e cela una spaventosa ansia di morte vissuta con estremo anticipo.
Nel momento del bisogno, qualunque esso sia, la necessità di viverlo senza porre la finzione di occupare quello spazio come fosse un qualsiasi accidente della vita, mette al riparo dalla decadente necessità dell’aiuto che non serve, quello non richiesto, inutilmente offerto e che non manifesta la leggerezza della gioia di vivere ma il riprovevole desiderio di contagiare il morbo dell’insoddisfazione, mentre si esplicita la grigia visione dell’esistenza.
Ecco perché si può, a buona ragione, parlare di una deambulazione nel cimitero dei cani, dove l’idea del possesso, rivendicata in maniera violenta, ha lo scopo di allontanare dal tempo e da tutto ciò di cui, esso, è portatore, facendo dei cani, esseri sempre più rabbiosi, essenze funeree, pronte ad azzannare chi manifesta la vita, pur di non morderla.
Chi ama la libertà la riconosce nell’altro e ne porta avanti il discorso in un tempo che non può contemplare la sua perdita, il suo azzoppamento. Quando ciò avviene si è in un altro dominio dove regna la pesantezza, il controllo.
In questo tempo urge la necessità di una nuova categorizzazione delle parole Odio e Amore, ammettere che si tratta di sentimenti che non ci appartengono, che tutto quanto si possa provare è Indifferenza o Interesse. Una verità inconfutabile, nonostante gli affanni didascalici di chi si investe dei loro significati, affinché siano così per tutti.
L’affanno della vita che forza la coesistenza di una dimensione reale con quella virtuale, con lasso sincretizzata in due virtuali, è quanto caratterizza le singole esistenze. Ai tempi lenti e ciclici sono stati sostituiti ritmi rapidi, all’idea di un nudo inarrivabile, una pornografia dilagante; tutti siamo preda di una dimensione di impossibile digeribilità e di facile rigurgito.
I tempi, in tempi di fagocitazione eccessiva, sono tutto.
Quando il capitalismo dei sentimenti non è diverso da quello economico, il terrorismo si esprime in franchising e trova il suo vero marchio unificante nel vuoto narcisismo della rete dove chiunque abbia un sufficiente sprezzo per la vita può radicalizzare la propria personale insofferenza; quando la storia ci regala il fascismo americano e impera una stupidità a somiglianza delle leggi che ne assumono la compiuta espressione, diventa necessario lavorare sul tempo dilatato di una ‘Montagna incantata’ che obbliga a rimanere in silenzio per giorni e parlare poco per sempre.
E si acquisisce un pezzo che va a costituire il proprio corpo, un arto, un senso, una parte senza la quale si è meno abili.























 

 

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