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Parabola di un approccio

di Massimiliano Forgione - 14/03/2017

Sta nello sguardo ricambiato, nello scambio di una battuta, nei gesti a cui Freud, grande osservatore della realtà, ha dato interpretazione. E’ castrato quando uno dei due contendenti non ne dà seguito, lo è se a farlo, nel corso più o meno lungo di una storia, è colui che ne dà inizio per trarsi dalla responsabilità di ciò che, inevitabilmente, ne verrebbe.
E’ quel disagio che si prova quando si sbaglia abbigliamento in una giornata di troppo caldo o freddo, o di quando si indossa un capo che non ci appartiene.
Inciso: Nella famiglia che abita di fronte litigano spesso, si sentono urla mostruose da parte del figlio adolescente nei confronti della mamma e del padre nei confronti del figlio.
La famiglia è un luogo tremendo dove trovano spazio gli egoismi e le incomprensioni più malsani.
La famiglia è un inferno anche quando non si litiga; è sempre un’arena di manifestazioni assurde.
Sono contento di non indossare più indumenti sbagliati, di essere stato sempre padre e mai famiglia. E anche questo status ha avuto il suo caro prezzo e le sue difficili conseguenze.
La volontà di rimanere ignoranti rispetto a certe questioni ha delle buone ragioni se hanno una validità culturale.
Convivenza è solo una parola con una lettera in meno rispetto a Convenienza e Felicità è parola tronca nel tempo e nello spazio.
Non c’è dubbio che annoiarsi in uno è meglio che in due. Il rischio, nel secondo caso, è di trascendere. Perché vivere in una vita di coppia è come lavorare presso un ente, che sia statale o privato, non ha importanza. Ora, dal giogo aziendale si può uscire esattamente come da quello del vincolo di coppia, oppure ci si può acquietare per arrivare dignitosamente ad una pensione, ad una assistenza domiciliata. Entrambe le forme hanno una loro dignità che solo il protagonista può decidere di dare oppure no. Rimane, nella differenza tra una scelta e un’altra, la vita vissuta alle dipendenze o in autonomia. Si può avere un contratto a tempo determinato o indeterminato, a seconda di come ci si senta rispetto all’implicazione che nel rapporto stesso è insito.
Ho avuto tante donne da non ricordarle tutte. Ma un dato ricordo che le abbraccia tutte: la penosa necessità di continuare senza fare nessun passo.
Quanto può rendere lontani un uomo di quarantacinque anni da una donna di trenta è proprio la disillusione vitale del primo e la illusione mortifera della seconda. Un movimento trasversale che nella mancanza di moto implica la contemplazione del rapporto di coppia inteso come: assistenzialismo, controllo, didascalia; mentre, non concepire altro che una buona compagnia, in cui il passaggio piacevole del tempo è l’unica vera necessità, è additato quale un sentimento contrario al buon senso comune.
Le energie umanoidi sono a disposizione per gli apericena, appuntamenti che muovono tutta una preparazione fatta di installazioni e protesi, momenti per sfoggiare un linguaggio preparato con cura, pur non dicendo nulla se non la pratica di un’esibizione dello stesso, prolungamento di un esserci assiepabile alle luminarie che si portano in mano e che si consultano nervosamente per non guardare e parlare realmente con nessuno.
Dio mio, come si fa a stare insieme a qualcuna quando si è già tanto e a malapena si riesce a contenersi e a contenere tutti gli stimoli che si creano e generano?
Quando qualcosa accade, io, non svolgo una funzione di controllo tesa a considerare se corrisponde o meno a come desideravo che quell’accadimento si manifestasse. Il mio approccio è teso a trarre il qualsiasi insegnamento che l'evento porta con sé. Il modo condizionale e congiuntivo sono buoni solo per la sintassi e non per vivere.
A me non interessa preservarmi per piacere al prossimo. La conservazione non è una mia ambizione. Preferisco consumarmi, ardere, nei vizi e nelle virtù, affinché, anche attraverso di essi, io mi possa leggere completamente.
Basta con avere a che fare con chi non ha autonomia nel dolore e vuole trascinare gli altri nel proprio.
Ma lo sanno, i patologici detrattori delle esistenze altrui, che tutto quanto di più ignobile essi possano perpetrare altro non è, per uno scrittore, che materia gratuita per poter scrivere? Ed è per questo che ogni scrittore, se vero, è inattaccabile? Sanno che perdere a modo proprio è comunque vincere?
Ci vuole tempo per trovare la propria voce, il proprio tocco, la propria misura. E’ una ricerca che premia chi è interessato a se stesso. E si porta tutto con sé: quel raschio che dice che sono io, quella cicatrice, quell’ammaccatura, quel graffio, quel livido, tutti elementi che parlano di sé. E’ tutta la mia vita e ciò che porto con me, per non dimenticare ciò che è stato e ciò che sono.
Il fatalismo è il mezzo per sfidare il destino, la vita. Il fatalismo è lo strumento che alcuni uomini hanno per sfidare l’esistenza.
Non mancheranno mai gli attacchi alla propria libertà che puntualmente arrivano sempre da chi, nella creazione della propria bolla di beatitudine, beota, si eclissa. E quando quella bolla, inevitabilmente scoppia, fuoriescono alla ricerca di qualcuno da individuare quale centro del loro attacco, della loro frustrazione che guarda caso, è probabile sia l’uomo libero.
Che stupenda fase della vita è questa in cui devo inventarmi qualcosa e portarla a elevazione per non vivere la noiosa rimanenza del tempo sicuro, certo che ci sarà sempre un viaggio a ripulirmi, ad azzerarmi e a farmi ripartire.
E’ proprio vero: con i propri fogli, non si è mai da soli.
Quanto l’ho sognata negli anni dell’adolescenza la mia attuale condizione. Ed ora che la vivo, provo il mio solipsistico piacere estatico, diverso da quello violento di quando sognavo.
Penso al mio nome: Massimiliano, estraneo a certi nomi che si confondono e destinano all’anonimato; un nome che obbliga a pensare alla persona prima di essere pronunciato.
Devo incominciare a pensare all’essenza delle persone, altrimenti non mi spiego la natura di certi accoppiamenti e la cura e l’amore che si può vedere di certe persone per certi animali buffi che è la chiave per capire le loro stesse relazioni.
Da tutto ciò ci si può nettare solo continuando a sapere dove andare (io non so dove andare) che è come sapere cosa dire (io cerco cosa dire) e come sapere dove mettere le mani (io cerco di sapere dove metterle).
Indizio imprescindibile per come fare a capire come non parlare, come non esprimermi: ascoltare gli altri!
Ci sarà sempre una scrittura dall’intento nietzschiano: ‘il mio scrivere è duro nei modi ma nobile e dolce nei contenuti e nel fine’ e un’estate in cui laverò i miei giorni per riscoprirmi nuovo.























 

 

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