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Fascismo e antifascismo in mancanza d'altro

di Massimiliano Forgione - 09/04/2018

Nelle varie riflessioni buttate giù nel tempo ne ho trovate diverse sulla nostra società che andavano ad incastrarsi bene con alcune sul fascismo di Federico Fellini riportate nel libro Fare un film edito da Einaudi.
Il modo in cui da sempre si parla di fascismo in Italia ancora oggi mi spiazza e lascia insoddisfatto. L'approssimazione, seppur non mette in discussione la contrarietà verso l'abominio, un modo di essere e di intendere la collettività assolutamente esecrabile, non permette di assumere una posizione che sia sinceramente schierata a favore o contro una certa parte della società, considerato che si è in presenza di un fenomeno rappresentazione della manisfestazione di un modo di essere specificatamente italiano.
Ho sempre pensato che la solitudine sia la premessa della libertà. Chi si discosta da questa verità o mente o non è interessato alla libertà. Ecco, libertà e fascismo, a mio parere, sono parti di uno stesso discorso e, diciamolo chiaramente, difficile immaginare una reale libertà, una distanza pur inconscia, da esternazioni fasciste, in una società opportunisticamente cattolica come la nostra.
L’antifascismo, se si fosse seri, non sarebbe diventata l'attualissima materia con la quale chi si dichiara di sinistra colora i propri discorsi e giustifica certe posizioni, concretizzando, nella sua rigidezza, una piena adesione alla matrice stessa della natura fascista: l'esigenza della protezione.
Calvino, in un suo scritto sul cinema, parlava di un: ‘’... fascismo che nel corso di vent’anni ha avuto tanti climi psicologici diversi, così come d’anno in anno cambiavano le divise….''; ma, in realtà, l'invischiamento con questo modo di intendere la vita grigio e conservatore, ci accompagna da secoli ed è fondativo di un nostro modo di essere. E come libertà e fascismo sono le due facce contrarie di una stessa medaglia, fascismo e antifascismo non riescono ad essere l'una l'opposta dell'altra, perché né l'una, né l'altra, parlano il linguaggio della non-violenza. Quindi, assolutamente sovrapponibili e non alternative. E' in questa contraddizione che destra e sinistra si incontrano, arrivando, un secolo e mezzo dopo, a quel processo di fusione che, fatta fuori tutta l'ideologia contraria sulle differenze di classe, nella spaventosa forbice che allontana i poli della ricchezza e della povertà, ridisegna la storia politica del nostro Paese.
I giorni di festa vedono, in molte località, musei chiusi e negozi aperti. In questo appiattimento che ci assegna un'anima meramente economica e rende percepibili soltanto come consumatori, il meraviglioso discorso sulla libertà si riveste di tutta la sua antica utopia e la sua natura è quella di un eden inesistente.
Oggi, più che mai è la vicinanza che fa soffrire. Pensarsi in condizione di lontananza spazio-temporale smussa la propria intrattabilità, ci rende pronti alla socialità, senza solitudine non c'è vita in comune che duri e che abbia la sua utile dignità.
Così scriveva Fellini pensando alla politica, all'informazione, alla nostra natura fascista:
''La politica, intendo dire una visione politica della vita dove i problemi del vivere sono proposti e affrontati solo in termini collettivi, mi sembra una limitazione. Tutto ciò che rischia di cancellare, di nascondere, di alterare l’individuo e la sua privatissima storia, configurandosi in realtà astratte e schematiche, confondendosi nelle ‘’categorie’’, nelle ‘’classi’’, nelle ‘’masse’’, debbo confessare che mi allontana istintivamente; tutta la buona volontà di capire, di familiarizzare, di rendermi partecipe, si scontra con questo mio limite invalicabile. Del resto, il delirio verbale con cui sistematicamente vengono presentati i problemi della società, sembra accuratamente escogitato per rendere ottusi, inerti, per isolare in un’esclusione irrimediabile. A volte la mia estraneità a una problematica politica, invece di restituirmi un sentimento di disagio e di imbarazzo, mi conforta, me ne sento protetto, penso di essere fortunato, e questo mi succede quasi ogni giorno, quando sui giornali, o per radio, o alla televisione assisto alla gran sarabanda informativa sulla politica italiana. Ma come si fa a sapere quello che veramente accade nel nostro paese, quando i dettagli più futili, le occasioni più insignificanti, le elaborazioni più gratuite e indecifrabili, ci vengono rovesciati addosso a valanga, in un’interminabile registrazione, ingombrante, logorroica, ridicolmente pensosa, fitta di intenzioni vagamente servili, più che servizievoli? E’ naturale dubitare che anche chi segue volenterosamente i temi e gli sviluppi del confronto politico di fondo, sia tagliato fuori da una vera conoscenza di ciò che realmente avviene, e quindi anche dalla possibilità più modesta di intervenire per modificarlo. O forse, le modalità stesse, lo stesso costume con cui si fa opera di informazione politica, sono la politica stessa e il suo costume.’’

‘’Forse, smascherare la bugia, identificare e smantellare l’approssimativo o il falso, continua ad essere, per ora, l’unica risorsa – una sorta di irridente, precaria salvezza – della nostra storia fallimentare.’’

‘’Voglio dire che quello che mi interessa è la maniera, psicologica, emotiva, di essere fascisti: una sorta di blocco, di arresto alla fase dell’adolescenza. Tale arresto, tale repressione del naturale sviluppo di un individuo, credo che per forza debba scatenare dei grovigli compensatori. E’ forse per questo che quando la crescita si risolve in un’evoluzione tradita e delusa, il fascismo, per taluni aspetti, può perfino sembrare un’alternativa alla delusione, una specie di velleitaria e sgangherata riscossa.
Fascismo e adolescenza continuano ad essere in una certa misura stagioni storiche permanenti della nostra vita. L’adolescenza, della nostra vita individuale; il fascismo, di quella nazionale: questo restare, insomma, eternamente bambini, scaricare le responsabilità sugli altri, vivere con la confortante sensazione che c’è qualcuno che pensa per te, e, una volta è la mamma, una volta il papà, un’altra volta è il sindaco, o il duce, e poi il vescovo, e la Madonna e la televisione. Al limite anche sui terroristi o su qualsiasi altra forma eversiva siamo pronti a proiettare, a identificare riscatti confusi, riparazione di torti, viscerali proteste, confondendo come al solito e pericolosamente la cura della malattia con il suo sintomo.’’

‘’Le eterne premesse del fascismo mi pare di ravvisarle appunto nell’essere provinciali, nella mancanza di conoscenza dei problemi concretamente reali, nel rifiuto di approfondire, per pigrizia, per pregiudizio, per comodità, per presunzione, il proprio rapporto individuale con la vita. Vantarsi di essere ignoranti, cercare di affermare se stessi o il proprio gruppo non con la forza che viene dall’effettiva capacità, dall’esperienza, dal confronto della cultura, ma con la millanteria, le affermazioni fini a se stesse, lo spiegamento di qualità mimate invece che vere. Anche l’esibizione del sesso è fascismo. Il sesso dovrebbe essere un’emozione; e invece rischia di diventare una parata, una cosa buffonesca e inutile, una brutta cosa che le donne subiscono passive e attonite. Non si può combattere il fascismo senza identificarlo con la nostra parte stupida, meschina, velleitaria; una parte che non ha partito politico, della quale dovremmo vergognarci, e che a respingerla non basta dire: io milito in un partito antifascista. Perché quella parte sta dentro ciascuno di noi, e ad essa già una volta il ‘’fascismo’’ ha dato voce, autorità, credito.’’

‘’Ma forse l’imbarazzo, il disagio, la ripulsa per un nostro modo di essere non ci va di avvertirlo, ci sembra di non averne bisogno, forse siamo convinti di essere diversi, o di essere cambiati, e che il fascismo è stato solo un fenomeno storico, una stagione della nostra vita, sonnolenta, sognata, dalla quale siamo miracolosamente rinati. Questa perpetua rimozione della nostra vera identità è uno dei nostri connotati essenziali; ci neghiamo all’autocritica, sempre, guardiamo costantemente da un’altra parte rifiutando analisi e consapevolezze più attuali, e di tutto questo siamo anche orgogliosi; e non ci accorgiamo di piegarci in questo modo ad una biologica sottomissione all’autorità, al dogma, ai valori istituzionalizzati; e siccome sono anch’essi non penetrati da nessuna luce, da nessun distacco critico, ci trovano sempre bambinescamente ragionevoli e ossequienti, perpetuamente disponibili ad avventure pericolose e mortificanti. Può darsi che questo discorso sia confuso e sbrigativo, perfino un pochino sleale nella sua approssimazione; ma non ci sono dubbi che è il discorso di sempre, da affrontare e da chiarire.’’

''Per una forma non più di igiene, ma di salvezza mentale, sarebbe forse il caso che ogni tanto e per periodi sempre lunghi, la televisione restasse spenta, la radio tacesse, i giornali smettessero di uscire, in modo che ognuno tornasse ad avere il tempo di occuparsi veramente di se stesso, della propria individualità, magari soltanto per rimettere insieme i pezzi, i brandelli.''























 

 

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