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Avrai parole senza senso

di Massimiliano Forgione - 07/12/2018

Un cellulare e un cane, oggi, possono costituire la messa in sicurezza dell'essere umano.
Esposto così alla comunicazione monosillabica e priva di rimandi significativi, l'uomo si conforta con l'assenza del confronto e il gaudio di un rimando senziente. Un bastare a se stessi, allontanando lo spettro della solitudine fisica e alimentando quella dell'anima mentre un corpo scodinzola intorno, lamentando richieste soddisfabili, un utensile tecnologico illumina la propria condizione, sempre più stratificata in coltri di afasia.
Porto nella mente e nel cuore una canzone che ancora oggi, da anziano di un'esistenza che pian piano si allontana dalla gioiosità di una comunità sempre più afasica, mi piace cantare; segno indelebile di un'educazione emotiva che riconduce a mia madre, a quando mi regalò il disco in quarantacinque giri di Avrai, la poesia di versi che rivelavano la profondità di una donna che, percepivo, voleva con quel gesto incidere nel mio cuore i suoi, inesprimibili e inespressi, perché ostaggio di un linguaggio ancora legato alla condizione di giovane donna inesperta di una certa vita. ''Avrai carezze per parlare con i cani'', così cantava quel disco, richiamando un discorso silenzioso pregno di un'esplosione di là a venire. Erano gli anni ottanta che battevano gli ultimi colpi di una possibilità di parlarsi e che annunciava, alla platea naturalmente ignara di adolescenti, la ventura incapacità di farlo, conferendo alle parole un senso comune.
''Ma allora bisognerebbe usare solo parole come cane, gatto, albero, cavallo; ecco, se uno mi dice cavallo lo so cos'è, non mi diverto ma lo so e sì, perché se la gente parlasse solo di animali, di verdure, di cassapanche, non si gode ma ci si capisce.....''
Giorgio Gaber, chi altri tra i più capaci a porre in chiave ironica una questione drammatica!
Non è la cultura che dà la misura di un essere storico e ontologico nel breve e incisivo passaggio su questa terra, bensì la sensibilità umana di chi avverte la forza immanente dell'appartenenza, sempre più sfumata, è vero, ma che c'è, non si è ancora estinta e, penso fortemente, riconduca all'essere ideale.
Per questo, forte di una voglia di conoscenza che non si esaurisce e che mette continuamente in discussione quanto potrebbe considerarsi consolidato, credo fortemente nella pienezza e nella pazienza della parola, proferita soltanto dall'uomo e relego all'animale la sua dignità, senza conferirgli qualità umane e al dispositivo tecnologico la sua utilità, senza attribuirgli rivelazioni taumaturgiche.
In questa serata penso, che noi attardati degli anni ottanta, abbiamo un prezioso appiglio che si rivela di questi tempi salvifico, perché ha profonde radici affettive, rivelatrici e confortevoli; lo rilevo come dato non catastrofistico e non definitivo, ma come la coda di un qualcosa che c'era e che, potrebbe, non esserci più.























 

 

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