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Ciclicità


Falcone e Borsellino - La calunnia, il tradimento, la tragedia
Di Giommaria Monti - Editori Riuniti -

di Massimiliano Forgione - 11/01/2008

Questa nuova edizione, arricchita dei contributi delle donne che dopo le stragi hanno ereditato il fardello della necessità di continuare la lotta alla mafia (Maria Falcone e Rita Borsellino), vuole essere una difesa della memoria storica, dell'incommensurabile beneficio che la perseveranza della lotta all'ingiustizia e alla violenza porta alla civiltà.
I ricordi delle due donne raccontano della profonda solitudine che i due giudici provarono, ad un certo punto del loro impegno civile, abbandonati come si sentirono dalle Istituzioni. “Ricordo con quanta amarezza Paolo ogni tanto mi diceva di aver dovuto cancellare dal novero dei suoi amici persone con le quali riteneva di non poter più avere rapporti.
Il suo isolamento, come quello di Giovanni, era un isolamento che arrivava dalle istituzioni, ma anche, spesso, dalla società.”; chi scrive è Rita Borsellino ed è un passaggio fondamentale per capire le ragioni delle stragi e di come la lotta alla mafia abbia subito la sua inesorabile battuta d`arresto.
Un elaborato documentale che ci consegna atti processuali, dichiarazioni e articoli, costrutti ingegnosi dei detrattori della giustizia, di tutti coloro che anni dopo si sono ritrovati in quella scellerata dichiarazione dell'ex Ministro alle Infrastrutture Lunardi: “Con la mafia bisogna conviverci”, che la dice lunga su come i sospetti e i veleni che si abbatterono sui due magistrati avevano un disegno politico-mafioso-economico ben preciso, lungimirante, di sistema.
Per capire i termini delle divergenze d'opinione è fondamentale l'articolo di Leonardo Sciascia apparso sul Corriere della Sera del 10 gennaio 1987 dal titolo “I professionisti dell`antimafia” con il quale gettò un'ombra di discredito sull'operato dei due magistrati. Occorre leggere bene quelle righe per rendersi conto che l'analisi è complessa e che il giudizio morale e di prassi è molto più ricco di significati.
Nel 1988 Paolo Borsellino denunciò la gravità dell'inattivismo dello Stato nei confronti della lotta alla mafia dopo che il pool antimafia, composto da Falcone, Caponnetto, Di Lello, Guaranotta e lo stesso Borsellino, fu inspiegabilmente smantellato dopo le più di cento condanne del maxiprocesso; per volontà politica le indagini ancora in corso furono disgregate per diventare competenze di diversi procuratori, alcuni di fresca nomina e senza alcuna esperienza del fenomeno mafioso.
Di quell'intervista riportiamo un passaggio significativo che possa sancire la valenza di una triste premonizione, quella che fatalmente si avverò con i due efferati massacri del 1992 che ci privarono per sempre del contributo eccezionale di due ricercatori leali di verità: Falcone e Borsellino con tutti i custodi della scorta, affinché possa essere scritta a futura memoria la sentenza civile della pubblica opinione che, se delle responsabilità politiche ci furono in quei due attentati, ebbene, questa è una verità storica e non una infamante illazione instillata dai due stessi Giudici:
"Lei qualche giorno fa alla presentazione del libro La mafia di Agrigento in sintonia con Falcone ha ripetuto che il terzo livello mafioso non esiste. Cosa significa?"
"Tutte le inchieste ci dicono che la mafia è un'organizzazione di tipo militare. Quando abbiamo trovato dentro Cosa nostra rappresentanti del mondo politico o imprenditoriale ci siamo accorti che non ricoprivano mai ruoli di grande responsabilità. Sì, tanti personaggi politici si servono dei mafiosi o scambiano favori con i boss. Ma questo è un altro discorso. Del resto anche Buscetta fa intendere certe cose dicendo che su quel fronte non vuole dire nulla, non vuole fare nomi."























 

 

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