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Ciclicità


Le ragioni dei ricchi e le necessità dei poveri

di Massimiliano Forgione - 11/01/2008

Ormai, non sappiamo più come dirlo, la vita di tutti i giorni sta diventando sempre più insostenibile! Presi dall’affanno di essere condannati a dovercela comunque fare, tutti gli sforzi quotidiani non servono a compensare l’impossibilità di riuscirci. La mancanza di progettualità non spaventa più, quantomeno non è il timore precipuo, le prospettive sono sempre più caratterizzate da tempi brevi, fin troppo brevi e ciò, porta caducità, incapacità di riuscire a vedere al di là dell’immediatezza. Tutto ciò si traduce in sopravvivenza, e quando i più hanno a che fare con la sopravvivenza, i pochi gioiscono e il loro scopo è conseguito. Nella fretta dell’affanno ciò che si perde è la memoria e quanto più l’uomo è afflitto dai problemi squallidi delle proprie economie, tanto meno sarà in grado di mantenere lucido il pensiero, la capacità critica delle cose che vive.
La riflessione richiede tempo, calma, dedizione, lucidità; si tratta di una astrazione che è sempre più difficile mantenere in vita. La seduzione della semplicità, dell’effimero, filtra continuamente e la perdita della memoria è ciò che pregiudica la costruzione di un futuro dignitoso.
A quanti possono interpretare i pericoli di questo periodo buio in cui la mancanza d’identità si vuole a tutti i costi affermare e la parte prosaica prevalere su quella poetica, tanto da diventare l’unico linguaggio possibile, è indispensabile far presente che resistere è un compito a tutt’oggi quanto mai imprescindibile.
Passare dalla costituzione di un partito ad un altro diventa naturale, vedere triplicare il proprio patrimonio, riuscire a mettere d’accordo i cosiddetti grandi del mondo sui loro stessi rapporti interpersonali, è quanto meno ci si possa aspettare quando si vuol far a tutti i costi credere di essere straordinario, unico, ineccepibile. Mi riferisco alle strabilianti capacità del nostro Presidente del Consiglio di rinnegare Forza Italia nel momento in cui perde e cercare a tutti i costi di sopravvivere politicamente attraverso la creazione del Partito Unico dal sapore di primo ventennio del secolo passato; oppure alle sue abilità di mettere in povertà la maggior parte di noi italiani con una serie di leggi opportune a favore suo e dei pochi ricchi; e in ultimo alla sua comparsa nella Dacia di Putin a cena, nella commemorazione del sessantesimo anno della vittoria degli alleati contro il nazismo, e per fortuna che c’era lui, altrimenti saremmo ripiombati negli anni della guerra fredda.
Ma, come ha già fatto notare qualcuno, come mai tali straordinari poteri e capacità non riescono mai ad essere percepite dall’elettorato? Sarà proprio perché questo Paese è rosso per tradizione?
Fermiamo per un momento la riflessione e proviamo un po’ a dare motivazioni che non siano giudicabili di parte o che come molte volte è stato detto hanno il solo obiettivo di annientare uno degli uomini più ricchi del mondo, magari, solo per invidia. Innanzitutto ricorderei che proprio per quella speranza perversa in base alla quale la sua ricchezza sarebbe diventata quella di tutti, molti degli italiani hanno votato questo Fenomeno, sulla base del principio che tanto rubano tutti.
Inviterei a riflettere su quanto questo Signore ha fatto dopo più di quattro anni di scellerato Governo e a prepararsi alla prossima tornata elettorale in modo meno lassista e sprovveduto.
Inviterei a prestare costante attenzione al linguaggio utilizzato dal premier che la guerra in Iraq l’ha fatta per democraticizzare il Paese. Così, mentre conia, gli facciamo presente che il verbo giusto è democratizzare.
Ma il pericolo è proprio questo! Quel linguaggio impreciso, scorretto, esplicitato mentre magari mangia un gelato tra la folla di Catania, è l’espressione di un pensiero altrettanto ambiguo, per cui tutte le volte che viene redarguito è sempre l’opinione pubblica che ha frainteso, mal interpretato, ovviamente con l’oscuro ordire dei giornali e altri mezzi di diffusione che gli sono contro. Per concludere, ricorderei gli scritti di un uomo che conosceva bene i deliri del linguaggio del Grande Fratello, che aveva ben presente che resistere di fronte alla decadenza è un dovere per garantire a chi sarebbe venuto dopo di lui, un destino tutt’altro che infame.
George Orwell nel 1948 pubblicava 1984. Lo scrittore invertendo le ultime due cifre provò a raccontarci una realtà futuristica sul vissuto del suo post guerra. Riporto alcuni passaggi che sono un monito affinché ciò che verrà possa essere degno, sempre, di essere vissuto.
Sapere e non sapere; credere fermamente di dire verità sacrosante mentre si pronunciavano le menzogne più artefatte; ritenere contemporaneamente valide due opinioni che si annullavano a vicenda; sapendole contraddittorie fra di loro e tuttavia credendo in entrambe, fare uso della logica contro la logica; rinnegare la morale proprio nell’atto di rivendicarla; credere che la democrazia sia impossibile e nello stesso tempo vedere nel Partito l’unico suo garante; dimenticare tutto ciò che era necessario dimenticare ma, all’occorrenza, essere pronti a richiamarlo alla memoria, per poi eventualmente dimenticarlo di nuovo. Soprattutto, saper applicare il medesimo procedimento al procedimento stesso. Era questa, la sottigliezza estrema: essere pienamente consapevoli nell’indurre l’inconsapevolezza e diventare poi inconsapevoli della pratica ipnotica che avevate appena posto in atto.

Sarà diverso anche tutto ciò che si accompagna all’attività del pensiero. In effetti non esisterà più, almeno non come lo intendiamo ora. Ortodossia vuol dire non pensare, non aver bisogno di pensare. Ortodossia e inconsapevolezza sono la stessa cosa.


Ed infine, per tutte le demagogiche motivazioni che sempre i Piccoli Grandi del mondo accampano per giustificare i loro massacri:
LA GUERRA E’ PACE
LA LIBERTA’ E’ SCHIAVITU’
L’IGNORANZA E’ FORZA

Non si tratta di stabilire se la guerra sia legittima o se, invece, non lo sia. La vittoria non è possibile . La guerra non è fatta per essere vinta, è fatta per non finire mai. Una società gerarchica è possibile, solo se si basa su povertà e ignoranza. Questa nuova giustificazione della guerra attiene al passato, ma il passato, può essere uno ed uno soltanto. Di norma lo sforzo bellico persegue sempre lo scopo di tener la società al limite della sopravvivenza. La guerra viene combattuta dalla classe dominante contro le classi subalterne e non ha per oggetto la vittoria, ma la conservazione dell`ordinamento sociale.























 

 

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