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Ciclicità


E se la cultura facesse politica?

di Massimiliano Forgione - 11/01/2008

Dario Fo si è candidato per l’Unione a sindaco di Milano. L’Ulivo, invocando una maggiore liberalizzazione in tutto il Paese, probabilmente convinta di attingere voti dalla “Milano bene” che invoca più sicurezza, sponsorizza l’ex questore Ferrante.
E’ vero, non c’è più una linea di demarcazione netta, precisa, per cui per un principio di coerenza, di “ideologia”, anche politica, un cittadino possa comprendere perché Dario Fo sia stato snobbato da mezza coalizione di centro-sinistra; fanno eccezione i soliti: Bertinotti, Pecoraro, ma questi si sa, sono i “soliti comunisti”.
Peccato che fuori dai calcoli elettorali, dalle ragioni del voto, dalla salvaguardia della permanenza nei palazzi, insomma, dalle sopravvivenze politiche, quanto avviene nei luoghi di aggregazione di comuni mortali lascia ad intendere tutt’altro.
Così, ecco che il 28 Novembre al teatro Smeraldo, dove Fo ha parlato dei suoi programmi politici, c’era tanta gente, ma veramente tanta. In molti conoscevano già Fo, la sua dialettica, il suo pensiero, tanti altri sono rimasti sorpresi nel sentire un linguaggio umano da parte di chi vuol fare politica.
Via la retorica, i luoghi comuni, niente strideva tra i gesti e le espressioni appassionate di chi crede in quanto sta dicendo e ci mette anima e corpo, perché il buon maestro è colui che vuole lo siano anche i propri allievi. Dare una possibilità, una opportunità che possa arricchire l’essenza dell’essere di ognuno al mondo, un atto generoso che in cambio non chiede altro che vedere chi apprende in grado di poter, a sua volta, insegnare. Ecco come si diventa cittadini consapevoli: niente dietrologie, niente demagogie, solo pura responsabilità.
Per questo Dario Fo sul palco non era da solo, non si faceva teatro, si parlava di problemi che solo la politica può risolvere. E siccome, lui non è un politico di estrazione, per discutere con cognizione di causa di: inquinamento, traffico, sicurezza, alloggi, coperture sociali, cultura, c’erano esperti, i cosiddetti tecnici, che però non hanno alcun interesse privatistico da inflazionare.
Hanno discusso esprimendo opinioni competenti, soluzioni credibili, motivati dalla passione di poter fare un qualcosa per riuscire a vivere in una Milano a dimensione umana.
Non è di sinistra affermare che là dove c’è cultura non c’è speculazione e quando non c’è speculazione l’interesse collettivo è realmente perseguito e salvaguardato.
Ecco cosa può fare la cultura per la gente, ecco perché è necessario che gli uomini di cultura trovino le motivazioni necessarie per fare la politica.
E’ ovvio che Fassino non si sia accorto di quanto stava avvenendo al teatro Smeraldo mentre affiancando Ferrante parlava nel teatro del Barrio’s della periferia milanese. Lui non poteva essere sullo stesso palco con Dario Fo, perché non si riconosce nel linguaggio dell’arte e della cultura: lui parla il politichese.
Adesso, si faccia un rapido percorso storico e si pensi a quando l’umanità ha vissuto e goduto di uno splendore civile: quando la cultura ha fatto politica.
E’ accaduto rare volte, ma è accaduto! Chissà che da Milano non si ritorni veramente a vivere!
30 Novembre 2005























 

 

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