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Ciclicità


Lo zio Vanja, di Anton Cechov, regia di Nanni Garella

di Massimiliano Forgione - 14/01/2008

La sofferenza vissuta nei diversi modi : la compostezza consapevole della nipote Sonia e quella irrequieta, egoistica, insopportabile nella sua solitudine, di Vanja.
In questa tragedia che il genio spontaneo teatrale di Haber a tratti trasforma in tragicommedia, c’è tutta la vita nel suo divenire insoddisfazione perpetua, qualunque sia la scelta e il destino che i personaggi vivono.
In questo ritratto di famiglia della borghesia contadina russa di fine ottocento/inizi novecento dell’opera di Cechov, nessuno è indenne al disordine di una trasformazione sociale in atto che impone la necessità di un cambiamento. E nei quattro atti lo spettatore vive il crescendo di eventi che mossi da un comune denominatore, la convivenza nella stessa tenuta, presuppongono il confluire degli stessi in un unico drammatico finale.
Alla fine, non si salva nessuno! Non si salva il vecchio intellettuale, che con l’inutile copia speculare della propria giovinezza rappresentata dalla bellissima moglie, lasceranno la tenuta. Il medico, che dopo un audace tentativo di conquistare la sfuggente moglie del professore, tornerà alla solitudine attiva dell’uomo che vive di utopie, non più attuali nella sua Russia che cambia, ma che lotta per rendere vere. La madre di Vanja, la cui uscita di scena impercettibile, dopo aver presenziato tutti gli avvenimenti, lascia a posteriori il sapore dell’amara delusione di chi assiste all’irreparabile senza poter intervenire, perché ormai è vecchia e stanca, e il nuovo mondo non le appartiene proprio. Lo zio Vanja e la nipote, espressione di due solitudini che devono continuare il loro percorso parallelo; due esistenze che non potranno fare a meno l’una dell’altra. Neanche quando il fallito tentativo di Vanja di uccidere l’anziano professore, catalizzatore del fallimento della sua vita e del mai corrisposto e disperato amore per la moglie, lo costringerà a tornare al conforto del piccolo mondo rurale della nipote.
A fare da sfondo al gioco degli opposti, i due servi, che con la loro leggiadra e commovente consapevolezza, danno un contributo fondamentale affinché tutto cambi per non far cambiare nulla.























 

 

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